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Giovedì, 14 Febbraio 2013 15:35

Tracy Chapman // Tracy Chapman

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L’album di debutto della cantautrice americana Tracy Chapman ebbe un impatto fragoroso alla fine del penultimo decennio del secolo, ed i connotati politico-sociali di cui è impregnato rappresentano, contrariamente alle apparenze, soltanto una parte delle motivazioni del suo successo. Le nenie folk dei vecchi cantastorie d’oltre oceano sono trasportate alle rive del nuovo millennio con un sound solare e spontaneo, lontano dalle dilatazioni lamentevoli e tediose dei classici canti di protesta.



I manifesti dell’opera sono le due canzoni per le quali Chapman è tuttora maggiormente ricordata, ossia i rock melodici di Fast Car e Baby Can I Hold You. Nel primo il sogno di una vita migliore viene affondato da una realtà beffarda che porta la protagonista a rivivere le stesse, aborrite, tribo lazioni della famiglia d’origine da cui’è fuggita; nella seconda ecco il rimpianto per qualcosa di speciale che avrebbe potuto essere e che un dettaglio, una debolezza stanno irreparabilmente deviando fuori strada. In entrambi i casi con melodie orecchiabili ma non banali, apprezzate sia dal pubblico che dall’ambiente interno, viste anche le numerose covers ed i piazzamenti nelle charts. Le sole altre love tracks presenti sono la ninna nanna finale di For You è il piacevole rock di For My Lover, con la quale la nostra ribadisce gli stereotipi delle fantasiose stupidaggini che uno commette per amore, salvo esprimere una punta d’amarezza sul finale (“ma ne vale davvero la pena?”). Giovane e saggia…

La parte più cantautoriale della Chapman s’esalta nel terzo singolo tratto, la ballata quadricorde Talkin ’bout A Revolution, ovvero la We Shall Overcome della ragazza dell’Ohio: (“Poor people gonna rise up-And get their share- Poor people gonna rise up-And take what's theirs”), magari un pò (tanto) ingenua ma sincera e a suo modo forte e decisa, ed il pezzo ha dalla sua un’immediatezza seducente.

Se talvolta le tematiche possono suonare risapute, come l’eterna sfida Harlem contro Manhattan descritta in Across The Lines, ove la songwriter piange la (ennesima) fine del Sogno Americano, stavolta nella sua accezione di uguaglianza ed integrazione, l’esecuzione ed i toni son sempre dignitosi, certamente meditativi ma non arrendevoli, il che mantiene la buona predisposizione dell’ascoltatore.
Tuttavia le increspature dell’opera sono risvolti di poco conto, dettagli che non inficiano la qualità cristallina della stessa. La drammatica Behind The Wall, è testimonianza in cento secondi di povere violenze familiari captate dall’altra parte della parete e avallate dall’impotenza delle istituzioni. Canto di vera dolenza, al quale Tracy non aggiunge per rispetto la ridondanza di accompagnamenti strumentali. Mountain Of Things è espressione di motteggio verso lusso e ricchezza, agghindato di toni afro, e tra bonghi e percussioni in libertà la Chapman enuncia la propria vita ideale: ("dreamin’ of a life of ease and mountain of things”). Il fantasma dell’illusione, dunque, ma anche della partenza, della fuga, aleggia in tutta l’opera come l’anelata liberazione. Le chitarrine giamaicane di She’s Got Her Ticket scortano la nostra eroina che evade verso mondi senza odio, avidità e corruzione, e chissà che le spensierate modulazioni reggae del brano non siano di buon auspicio. Un viaggio oltre le domande eterne ed irrisolte poste dal rock atletico di Why, nella quale non c’è rabbia ma piuttosto stupore ed incredulità di fronte alla solitudine, alla fame del mondo, alla violenza, alle guerre. Quel “qualcuno dovrà risponderne, il tempo stringe”, ribadito due volte verso la fine del pezzo sa di fiducia vaga e striminzita, ma che cerca comunque di stare in piedi.

Sotto la lente di una siffatta chiave di lettura è quasi inevitabile che il disco si concluda con una canzone come If Not Now (Then When), cioè: se non ora, quando? L’occasionale citazione di Primo Levi e di una della sue più importanti opere letterarie costi tuisce la chiosa perfetta per un brillante album come questo. Se non si faceva qualcosa ora, allora quando? La storia, l’attualità dimostrano che non si è fatto poi molto. Ma per la Chapman la versatilità e la freschezza trasparenti dai solchi del suo disco omonimo valsero il lasciapassare per una carriera di tutto rispetto.

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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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