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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Jaco Pastorius - Storie di Musica

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Il viso scarno, con l’ardore degli occhi e le labbra enormi, aveva una sua contrastata bellezza: con un’idea di carnalità, che stregava le donne, e un che di ascetico, che intrigava tutti. Rammentava, dissero, quello di Akenhaton, il faraone eretico e poeta. Del resto eretico, Jaco Pastorius, lo fu la sua parte: per come d’uno strumento gregario, il basso, fece un protagonista assoluto; per come smantellò le convenzioni del jazz con iniezioni di punk, psichedelia, Bach, funk, rhythm and blues; per come dalle quattro corde del suo strumento trasse di tutto: il sospiro d’un violoncello, i pigolii d’un violino, la levità d’una chitarra, i singulti d’un sax. E come spesso è capitato agli eretici, non morì di vecchiaia, né nel suo letto.

John Francis Pastorius nacque nel ’51 a Norristown, in Pennsylvania. Il padre, batterista jazz, gli insegnò ad usare bacchette e rullante, il suo sogno, in realtà, era diventare campione di baseball ma una pallonata, a 13 anni, lo sventò per sempre, fratturandogli un polso. Non restava che la musica e Jaco, da autodidatta, imparò a suonare il basso elettrico, la chitarra, il pianoforte, il sassofono. Due anni dopo i suoi si lasciarono: assistere impotente alla fine della sua famiglia aprì una ferita che non si sarebbe mai chiusa e due matrimoni falliti, divenuto adulto, l’avrebbero resa più dolente.

Per anni lo aiutò ad occultarla quel suo orgoglio di perdente che non voleva perdere, imparato sui campi di foot-ball e di baseball . Seguì il padre a Fort Laudendale, in Florida, a Miami imparò i ritmi ipnotici dei Caraibi, quei suoni gonfi di sole. Suonò in vari gruppi, col suo basso cui aveva tolto i tasti, spalmandolo di vernice impermeabile per barche: donde quel suono unico, carnoso, adatto ai fiati lunghi della melodia più che alla secchezza del ritmo. Transitò  nei Bakers Kozen, con Paul Metheny, e nei C.C. Riders, il cui leader gli disse: «Sei un meraviglioso, fottuto bassista, hai anima, suoni da ingordo, per notti intere». Poi conobbe Joe Zawinul, lo Zawa-head - capo - dei Weather Report. Gli si presentò col suo vestito stazzonato e i capelli aggrovigliati come serpi, disse: «Sono John Francis Pastorius III, il più grande bassista del mondo». E Zawinul: «Porta il tuo culo fuori di qui». «Ma ho preparato un nastro, almeno lo ascolti». Zawinul ascoltò: «C’è un sacco di strumenti, perché non hai usato anche il basso?». «Ho usato solo quello».

Nacque un’amicizia, e più avanti Jaco entrò nei Weather Report. Per loro scrisse Teen town, su un club di Fort Laudendale dove, da ragazzo, suonava per i coetanei. Le  sue esibizioni sul palco - «fiammeggianti», le definirono i critici - dilatarono la popolarità della band. Zawinul racconta: «Mi ricordava quand’ero un ragazzaccio invadente, mi presentai a Cannonball Adderley e gli dissi: “Sono il più cattivo“. Jaco aveva addosso una specie di magia, la stessa di Jimi Hendrix».

Quattro anni, e intanto la vecchia ferita continuava a dolere. Inasprita dalla fine del matrimonio con Ingrid, che gli aveva dato due gemelli, Julius e Felix. «Quando doveva suonare in città - racconta l’ex moglie - lo capivi dall’attesa eccitata che si spandeva nell’aria: che so, un’energia misteriosa, una specie di ronzio. Bastava informarsi su quando avrebbe suonato, e dove». Si conobbero, vissero insieme, «lui amava falciare l’erba del prato, riparare l’impianto elettrico, ridipingere le pareti. Con i figli era perfetto, li faceva sentire speciali, gli insegnava i suoi giochi di prestigio imparati in tournée con Joni Mitchell. Ricordo i campeggi, le gite in barca, le serate sulla spiaggia. E quando si esercitava a suonare: ore e ore, ogni volta rappresentando lo spettacolo della sua vita». Così nacquero Mr GoneHeavy weather, Punk jazzRiver people, Three views of a secret, ogni titolo un destino.

Ma la fine della sua famiglia d’origine gli aveva inoculato, a quest’uomo assetato di famiglia, i germi del nomadismo. Nel momento in cui vide in Zawinul la controfigura d’un padre, lo prese una voglia selvaggia d’andarsene. Disse a Zawinul: «Voglio guardare il mondo attraverso i miei occhi». E fondò i Word of Mouth. Ma la vecchia ferita, dal subconscio, non s’acqueta, anzi preme per salire alla luce. Il primo album solista di Jaco s’apre con un titolo premonitore, Chrisis: una corsa a rompicollo verso il baratro, tutti gli strumenti sobillati dal galoppante basso continuo di Jaco. E poi la melanconia raggelata di Views of a secret, a contrasto col solare miraggio di Liberty City. E la "Fantasia cromatica" di Bach reinventata come un poema spettrale, il beatlesiano Blackbird col basso elettrico che canta come un contrabbasso, l’arredo urbano di Word of mouth, John and Marie elegia metafisica, oltre la vita. Fin troppo ispirato, per i tempi che corrono: figuratevi Chagall a fare il designer in una fabbrica di computer. «Pastorius era buono, gentile - dice un amico -, portava il cuore sulla camicia: inerme, insomma. Specie nei confronti dell’industria musicale, che lo avrebbe masticato e poi sputato via». Il disco è comunque un successo, la fama di Pastorius sfiora le stelle. Lo chiamano «il Duke Ellington della nuova generazione», «il futuro Miles Davis». Joni Mitchell, che lo ha al suo fianco in Hejira, vede in lui «la faccia dell’uomo sulla luna», la vertigine dei suoi assolo lo mostra egualmente connesso - dirà Metheny - col cielo e la terra.

Ma naufragò anche una nuova unione, quella con Tracy. E l’antica ferita ne trasse pretesto per salire alla luce, suppurò. Un medico la definì «depressione maniacale bipolare», male oscuro per il quale, allora, non c’erano cure. Jaco ne inventa una: alcol e cocaina. Il resto è notti su notti senza dormire, i morsi della paranoia, l’autodistruzione inseguita con cocciuto puntiglio. Senza la vicinanza paterna di Zawinul il male monta, «l’uomo sulla luna» diventa un oltraggioso attaccabrighe, le sue stramberie fanno titolo. Un tour giapponese, nell’82, fu un interminabile incubo. Lo arrestarono che girava nudo, su una moto, per le vie di Tokyo, sul palco pareva voler sabotare la sua band: se era sobrio ritrovava, d’incanto, la vecchia magia, se era ubriaco arrivava in scena con la faccia impiastricciata coi pennarelli, si lanciava in corse folli, troncava un assolo e usciva, poi rientrava e suonava sequenze insensate, insultava la platea, faceva a cazzotti con i suoi musicisti.

Nell’83, a Rimini, precipita dal balcone d’un hotel: sei metri di volo, un polso e tre costole rotte. A un festival provoca un tumulto e lo trascinano giù dal palco, rimpatriato passa sei settimane al reparto psichiatrico del Bellevue Hospital: forte depressione con atteggiamenti paranoidi, dice la prognosi. Dimesso, gira scalzo per le vie di New York, insultando i passanti. E continua a «curarsi» con bourbon e droghe. Finché di nitido, nella sua mente, resta solo la voglia di distruggersi. Dice Othello Molineaux, musicista della sua band: «Aiutarlo non fu possibile: era un guscio vuoto, lo spirito se n’era andato. L’anima che lo aveva protetto per anni, nei momenti di desolazione e nelle notti insonni, non c’era più: lasciò che lo abbandonasse».

Tornò a Fort Lauderdale ridotto a uno spiritato fantasma. L’eretico sconfitto aveva decretato da solo il proprio autodafé. Una sera del settembre ’87 saltò sul palco dove suonava Carlos Santana, interruppe il concerto con lazzi e grida, fu malmenato e cacciato. Vagò fino alle quattro di notte per le vie suburbane, si fermò davanti a un club malfamato, forse cercava droga, forse una donna. Ma l’ingresso era riservato ai soci: il portiere chiamò il buttafuori, il buttafuori chiamò il proprietario. Costui, un omaccione, atterrò l’intruso a colpi di karate: la polizia trovò Jaco bocconi sul marciapiede, il cranio sfondato. Ricoverato, impiegò nove giorni a passare dal buio relativo del coma a quello assoluto della morte. Aveva trentacinque anni.

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L'insidiosa patologia della libertà

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Joni Mitchell - Storie di musica di Cesare G. Romana

Fu lei stessa a diagnosticare il male che l’affligge ormai da sessant’anni, l’insidiosa patologia della libertà. Comparandosi «al cuore d’un cactus», morbido dentro ma intoccabile fuori, in una delle sue canzoni più chiaroveggenti. Il testo le nacque al volante, mentre correva lungo l’East Coast in uno dei suoi raid solitari, e riflettendo sui perché della vita spense il motore e annotò, sul retro d’una multa: «Convinta d’amarli tutti/ li ha portati dentro i suoi sensi/ hanno riso dentro la sua risata». Poi ci ripensò ed aggiunse: «Ma guai se qualcuno la volesse in eterno/ impegnata com’è a essere libera».

Fu così che Joni Mitchell codificò la sua vocazione all’incompiutezza, prepotente fin da quando, pittrice stregata da Botticelli e Van Gogh, un destino scortese le assegnò un futuro da cantautrice. Incompiutezza ribadita dai suoi molti amori, tutti grandi e non grandi abbastanza da resistere al tempo. E già presumibile nell’irrisolta bellezza del suo stesso viso: fatato nei presupposti, con quegli occhi d’acquamarina e i capelli di finissimo oro, e tuttavia spigoloso, quasi la natura avesse dimenticato di levigarne le asperità.

Un’infanzia nomade, condivisa con una madre insegnante, Myrtha, che cercò di educarla ai sovrani principi americani, e un padre aviere, William, che le trasmise il batterio dell’indipendenza, fu l’humus nel quale, anno via anno, germogliarono le sue irrequietezze. Nata nel ’43 a Fort MacLeod, poco più che un villaggio nell’ovest del Canada, visse poi a Calgary, quindi a North Buttleford e ancora a Saskatown, a un passo dalle riserve indiane di Saskatchewan. Crebbe tra le melopee pellerossa e le filastrocche della nonna materna, l’impazienza del jazz, le musiche di Mozart e il garbo viennese di Schubert. Le infinite praterie, le danze coloratissime degli indiani, il turchese dei grandi laghi accesero il suo amore per la pittura, lo studio del pianoforte suscitò una più mansueta vocazione alla musica, una poliomielite domata a fatica alimentò la sua insicurezza e ad indirizzarla alla poesia fu un’insegnante della Queen Elizabeth School, che vide i suoi disegni e dedusse: «Se sai raccontare con i pennelli, puoi farlo anche con le parole». Fu così che Roberta Joan Anderson, dodici anni, intraprese il cammino che l’avrebbe tramutata, tempo un decennio, in Joni Mitchell. Si comprò un ukulele e le feste dei teen ager, poi le pedane delle coffee house, le offrirono la prima platea. Rifaceva Mozart a tempo di folk, rileggeva Ray Charles, Chuck Berry, gli Everly Brothers. Le lezioni all’Alberta College of Arts l’annoiavano, le esibizioni al club The Depression le diedero qualche brivido in più e a ventun anni salì su un treno per Toronto, l’ukulele a tracolla, in borsetta la sua prima canzone, Day after day per viatico i dischi di Judy Collins. Un compagno del liceo le offrì il destro di diventare madre, incompiuta anche in questo: la neonata fu data in affidamento, lei se ne dimenticò per ritrovarla trent’anni dopo e vivere, già anziana, una maternità differita.

A Toronto rimase perché le mancarono i soldi per il ritorno: conobbe Dave Van Ronk e Odetta, frequentò le cantine con Leonard Cohen, Buffy Sainte-Marie e Neil Young, faticò a trovare ingaggi e fece la commessa in un emporio. Qui conobbe un folksinger più squattrinato di lei, si chiamava Chuck Mitchell e le disse: «Sposami, avrò cura di te». Obbedì. Si lasciarono un anno appresso, dopo un soggiorno a Detroit e una canzone The Last Time I Saw Richard, scritta per formalizzare l’addio. Altri treni la condussero a New York, poi in Florida, quindi in California. E un nuovo amore la gettò tra le braccia di David Crosby: generoso, massiccio, perso in un circuito di droghe, alcol, utopie hippy. Nell’éra dei figli dei fiori, lui divenne il guru della West Coast, Joni ne condivise gli ideali e le sbornie. Finì due anni dopo, lei scrisse: «Mi mandò a quel paese/ barcollai verso la porta/ un altro uomo allungò la mano/ io la colmai d’argento». E, coerente, si trasferì tra le braccia di Graham Nash, che di Crosby era tra gli amici più stretti. Ma prima fece in tempo a pubblicare Joni Mitchell, il suo album d’esordio, a cogliere tiepidi applausi alla Royal Festival House londinese e a partecipare ad un tour con Crosby, Stills, Nash & Young: trionfale per loro, disastroso per lei che ogni sera fuggiva dal palco, piangendo per la disattenzione del pubblico. Un nuovo disco Clouds, con la parentesi pacifista di The Fiddle And The Drum, ne raddrizzò la pencolante notorietà. A Woodstock, invitata, non andò ma descrisse quel raduno come l’ultimo avamposto di un Eden possibile: «Ho sognato di vedere bombardieri - cantò - mutarsi in farfalle/ sopra la nostra nazione/. Siamo polvere di stelle/ dobbiamo tornare al Giardino». L’anno dopo era già una star, stanca e alienata. La consueta insicurezza l’indusse ad annunciare il ritiro dalle scene «per dipingere, distrarmi e viaggiare», e dopo tre mesi a smentirsi con Ladies Of The Canyon: autobiografico, solare, la fedele chitarra folk immersa in un alone gentile di violoncello, pianoforte, flauto, clarino. E anche Nash fu consegnato all’album dei ricordi. Ci fu una crociera con Crosby, un tour europeo, un soggiorno in Grecia, l’amore fulmineo con un contadino trovato in una comune naturista, dopo quelli con un gigolò cocainomane e con un prete conosciuto in un aeroporto: perché «ogni volta mi sento appena nata/ uno squarcio di luce nella tempesta».

Fu proprio la sua incompiutezza di donna a rendere grande la sua musica. Scavalcò i generi come una farfalla curiosa. Dall’impressionismo passò al jazz e nella sua tenuta, tra il verde della British Columbia, affluirono Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Gerry Mulligan, Wayne Shorter, John McLaughlin. La cercò il grande Charles Mingus e le propose un album su versi di Eliot. Lei passò una notte a leggere: «Ci sarà tempo per chiedersi "Avrò il coraggio?"/ e poi "Avrò il coraggio?"/ e ancora: “Avrò il coraggio?“/ tempo per voltarsi a scendere le scale/ con una chiazza calva in mezzo ai capelli». All’alba decise che non ce l’avrebbe fatta, chiamò il maestro e disse: «Sarebbe più facile rifare la Bibbia». Mingus ribatté: «Allora scriviamo altre cose». Era costretto su una sedia a rotelle, morì in corso d’opera ma l’album, Mingus, uscì egualmente, incompiuto rispetto alle intenzioni, perfetto negli esiti. E tuttavia l’insuccesso fu clamoroso, le radio lo ricusarono, la critica ne fu spiazzata.

Un giro in auto, tutta sola, nel sud degli States, e la partecipazione alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan - «per studiare il misticismo e le malformazioni dell’ego» -, la nascita e la fine d’un nuovo amore col batterista John Guerin fornirono a Joni l’idea di Hejira: trasse il titolo dal viaggio di Maometto tra la Mecca e Medina, che consacrò l’avvento dell’Islam, ma ne fece il simbolo della sua itinerante inquietudine. I critici ironizzarono - «È sempre in cerca d’un approdo sfuggente» -, lei annunciò l’ennesimo ritiro, s’occupò di cinema e fotografia, imparò a giocare a nascondino col proprio mito. In un film mai distribuito impersonò un ragazzo nero e lo chiamò Art Nouveau, poi a richiamarla alla musica fu Paolo di Tarso: Joni lesse la seconda Lettera ai Corinzi e la trasformò in canzone sull’amore, «che si compiace della verità/ mai dell’ingiustizia/ e vede come vede un bambino». Tornò su un palco al fianco degli U2, ne fu surclassata e se ne andò, urlando alla platea: «Tenete le bombe per dopo». Ma, questa volta, non pianse: la sua insicurezza aveva trovato il puntello dell’aggressività, e gliene venne un’inconsueta gioia di vivere. Era l’89 quando andò al premio Tenco: cantò con la febbre alta, «avvolta in calzoni e scialli tzigani», nel dopoteatro un pianista azzardò un samba e la vedemmo in piedi su un tavolo, a ballare in una sorta di transfert orgiastico. Il suo compagno era, all’epoca, il bassista Larry Klein. Lo sposò, col suo aiuto ritrovò la figlia ignorata per trent’anni, poi lo lasciò. Al catalogo delle incompiutezze risolte aggiunse la maternità e s’inoltrò in un’imprevista avventura, quella di un’esistenza appagata. Accanto al nuovo compagno, Dan Freed, alla figlia Kilauren e alla figlia di costei, s’inventò madre e nonna e la sua musica s’adeguò alla quiete finalmente trovata. Un critico l’accusò di «raccontare gli anni Ottanta da idealista intristita degli anni Sessanta», lei rispose nel più eloquente dei modi, con le tinte solatie di Man From Mars. E se un brano rammentava il distacco da Klein, Joni ne esorcizzò con ironia l’occasionale mestizia, attribuendone il testo «non alla fine del mio matrimonio, ma alla scomparsa del mio gatto». E si rifugiò tra le braccia di Freed. Ora era una donna in pace, «emersa - secondo una sua metafora - dall’indaco tumultuoso». Alle soglie dei sessant’anni il cactus aveva perso le spine: «Che il nostro slancio non venga mai meno - implorò in Facelift - la felicità è il migliore di tutti i lifting possibili».

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Scintilla bagnata

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jeff buckley - storie di musica di Cesare G. RomanaQuando il fiume lo restituì, Jeff Buckley era un gonfio pupazzo di carne fracida, due ombre per occhi, il viso da serafino devastato dai pesci e dalla corrente. Otto giorni prima, quando il gorgo l'aveva inghiottito, era ancora il più bello tra i travagliati angeli del rock: diafano, lo sguardo sfuggente dei timidi, il sorriso malcerto di chi si porta appresso quella melanconia atavica che fa sentire le donne un po' amanti e un po' mamme. Apparteneva, insomma, alla razza apollinea dei Jim Morrison, dei Jackson Browne, dei Syd Barrett, dei Brian Jones. E di Tim Buckley, suo padre.

Era un crepuscolo di maggio, quando morì. L'aria di Memphis s'imporporava come in un distico di lui, Jeff: «C'è un orizzonte rosso/ fiammeggia urlando i nostri nomi». Buckley aveva lavorato per ore al nuovo disco, ora ascoltava i Led Zeppelin sulla riva del Wolf River, poco lontano cantava il Mississippi. Poi lo videro alzarsi, gettarsi vestito nell'acqua, sparirvi. Si mormorò di suicidio e si vociferò di incidente. Si evocò il fantasma del padre, morto diciotto anni prima di droga, detestato, adorato, eluso, bramato da questo figlio così simile a lui. «Ora, dovunque siano, sono davvero uniti», si consolò alle esequie Ann Marie, sorellastra di Jeff.
Il breve patrimonio della sua vita lo spese a inseguire un fantasma, suo padre. Per decidere se odiarlo o amarlo, esserne il calco o l'antitesi. Concluse il suo inutile viaggio in un gorgo del Mississippi, era il crepuscolo, l'acqua di maggio era tiepida e la morte dovette sembrargli mansueta. Ora, fu detto, lui e l'altro avrebbero potuto incontrarsi.

Questa è la storia di Jeff Buckley, musicista rock annegato a trent'anni. Storia strana ed estrema quella dei Buckley, Jeff annegato a trent'anni, Tim  ucciso dalla droga a ventotto. Mediamente noto, da vivo, il primo, e idolatrato in morte, amatissimo in vita il secondo, e quasi dimenticato poi. Al figlio, Tim aveva trasmesso di tutto: il viso d'angelo, il talento, la voce eterea ed estesa, la voglia e il rovello di vivere. Ma solo per via genetica: Buckley senior se ne andò da Los Angeles che la moglie Mary, diciotto anni, era ancora incinta di Jeff. Approdò a New York lasciando ad entrambi soltanto una canzone sbruffona e dolente d'addio: «Non so nuotare nelle tue acque - diceva alla donna - né tu camminare sulle mie terre». Poi una strofa su quel nascituro «fasciato di amare storie e mal di cuore/ mendico d'un sorriso». Versi feroci e facilmente profetici, ché a Tim bastava guardarsi allo specchio, per sapere come suo figlio sarebbe stato, e di quali patemi sarebbe vissuto.

E' il giugno '66, siamo ad Anaheim, Los Angeles.
Jeff nasce quattro mesi dopo, è il giugno '66. Cresce con Mary, i suoi amanti, una zia e una nonna, senza padre e tuttavia impregnato di lui. Carico di rancore per il suo abbandono, eppure mendico di quel sorriso, in una bipartizione dell'io che è l'anticipo della schizofrenia. Padre e figlio s'incontrano una sola volta, il ragazzo ha otto anni e il padre venti di più, ma una settimana di convivenza non sana il reciproco disagio né rafforza il reciproco radicamento: semmai dovette accrescere, in entrambi, il timore d'un possibile affetto, che nessuno dei due cercava ed entrambi inconsciamente volevano. E che li avrebbe come mutilati, Tim nella sua irresponsabilità vagabonda, Jeff nel suo bisogno d'identità: non il figlio di Tim Buckley, la star, ma semplicemente Jeff Scott Buckley, musicista.

Con quel vuoto dentro Jeff viene su, come vuole la convenzione biografica, "normalmente felice". Ma non troppo: una qualche saggezza già adulta, i capelli, alla nascita, quasi canuti, una connaturata mestizia inducono i familiari a chiamarlo el viejito, il vecchietto. La nonna materna ama citare, guardando il nipotino, Thomas Hardy e il suo Piccolo Padre Tempo: «Era la vecchiaia mascherata da giovinezza, così maldestramente che la sua vera identità trapelava dalle crepe». Ed è come se il piccolo cherubino crescesse con due anime: l'una colma di grazia, l'altra oscura, ribelle, da perseguitato. Mary gli suona le canzoni di Tim, lui dirà a tutti, per anni, di non averne mai sentita una: e intanto gli monta una gran voglia di conoscerlo, l'uomo che lo ha rifiutato. Per adorarlo, chissà, o per ferirlo a morte, per scegliere se esserne il doppio o l'antitesi.

La nonna gli regala una vecchia chitarra, lui si diverte a far rotolare tra le corde biglie di vetro, per cavarne liquescenze e sospiri. E' la radice delle canzoni future.
Quando Mary sposa Ron Moorhead, un meccanico appassionato di rock, Jeff assorbe quella passione ma non riesce a surrogare col patrigno il suo padre fantasma. La metà più ombrosa del suo carattere scatena il sarcasmo degli amici: «Sciocco moccioso», «Tonto caccoloso», «Scotty vasino» sono i soprannomi che gli infliggono, e peggio di tutti «Buckley-Fuckley». Anche per questo, all'asilo, lo iscrivono come Scott Moorhead. Ma alla morte di Tim si riprenderà il cognome paterno: «Non so perché lo faccio. O forse sì", spiegherà, senza spiegare.

Quell'assenza paterna, dunque, scandisce l'adolescenza di Jeff. E con essa la musica: quella che Mary suona al pianoforte o al violoncello (Chopin, Mendelssohn) e poi Bacharah, Edith Piaf, Led Zeppelin, Joni Mitchell. E Jim Morrison, grande amico di Tim. Poi la poesia:in una canzone a lui dedicata, i Cocteau Twins chiameranno Jeff «cuore di Rilke», ma un bisogno di filiazione lo spinge, piuttosto, verso i grandi visionari, quale era stato suo padre: Neruda, Lorca, Ginsberg una cui strofa - «Hipsters con la faccia d'angelo/ ardenti per l'antico contatto celeste/ fluttuanti sulle vette della città contemplando jazz» - sembra il suo ritratto.

Nel '75 Mary scopre che l'ex marito terrà un concerto a Hunkington Beach, un sobborgo di Los Angeles. Ormai Tim è un Icaro bruciato dai sogni e dalle droghe, il suo successo ha scalato il cielo ed è franato giù, nell'anticamera del dimenticatoio. Ma che importa: Mary conduce il figlio al concerto - «era tutto eccitato, gli fiammeggiavano gli occhi, non riusciva a stare seduto». Poi gli presenta il padre. Risultato: un abbraccio di dieci minuti e l'invito a trascorrere insieme le feste di Pasqua. Che, come si è detto, non spianano la strada ad un vero legame: i due sono troppo uguali per scoprirsi complementari, e perché sull'emulazione prevalga l'amore. Un mese dopo un'overdose si porta via Tim, e Jeff non va ai funerali: non l'hanno invitato.

Diventato adulto il giovane Buckley sbarca il lunario da centralinista e da commesso, fa il barista negli stessi locali in cui, smesso il grembiule e imbracciata la chitarra, intrattiene i tiratardi. Finché nel '90, a ventiquattro anni, fa la stessa scelta di Tim: lascia la California, "paese di selvaggi e di gente repressa", e se ne va a New York. Canta negli stessi locali dove aveva cantato suo padre, non dice a nessuno di esserne il figlio ma i meno immemori risconoscono in quell'atteggiarsi da bimbo smarrito la fragilità di Tim, il suo sguardo, la voce estesa ed eterea, intrisa di spleen e di sogni. E quando lo invitano a partecipare a un Tim Buckley Memorial, nella St. Ann's Church di Brooklyn, Jeff s'arrende, ma a patto che nessuno annunci il suo nome. Poi sale sull'altare e canta I never asked to be your mountain, la canzone con cui il padre, venticinque anni prima, si era congedato da Mary. E conclude attaccando Once I was a soldier: «Qualche volta mi domando - urla - se anche solo per un attimo/ ti ricorderai di me».

Ora Jeff Buckley è un musicista noto. Suona alla radio accompagnando, all'harmonium, le declamazioni di Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, tiene applauditi concerti al Sin-é, firma il contratto che gli consente di registrare Live at Sin-é, il suo disco d'esordio. Gira l'Europa e l'America. Le sue sono, formalmente, canzoni d'amore, ma il tema dell'abbandono vi domina e rimanda ad un'altra perdita, mai accettata. «Se solo tornassi da me», sospira in Mojo Pin. «Soffocano il mio nome, così facile da imparare», soggiunge in Lorca. «Non essere come colui che mi ha fatto invecchiare/ come chi ha lasciato dietro di sé solo un nome», chiede in Dream brother. Un giorno, a Parigi, durante un suo concerto, due hippy intonano un brano di Tim. Lui li guarda poi mima, sarcastico, una morte per overdose. A un giornale dichiara: «Che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me, ha aperto delle porte ma io non le ho mai attraversate». Quando, però, gli mostrano una fanzine dedicata a Tim, Jeff la sfoglia, le mani gli tremano, gli occhi s'inumidiscono, vede una foto del padre e sussurra: «Qui doveva avere bevuto". Poi accarezza l'immagine, con una tenerezza che nessuno gli aveva mai visto.

Finalmente ha instaurato, col ricordo paterno, un rapporto positivo, esultano i familiari. E una sera del maggio '97, a Memphis, il giovane ascolta dischi in riva al Wolf River. Il Mississippi scorre poco lontano, il sole tramonta e ricorda una canzone di Jeff, «c'è un orizzonte rosso, fiammeggia urlando i nostri nomi». Gli amici vedono Buckley tuffarsi, vestito, e nuotare fino al gorgo che lo inghiotte. E' l'estrema illusione, il ritorno agognato tra le braccia paterne. E la celebrità ormai inutile, l'alluvione di inediti, gli omaggi postumi, Joni Mitchell che parla di «scintilla che sfreccia nel cielo della notte, verso uno strano posto», Bono che piange «quella pura goccia di suono, in un oceano di rumore».

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