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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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La solitudine del rocker di razza

Pubblicata nel 1991, The Fire Inside di Bob Seger è un’opera storicamente di rilievo, rappresentando l’unica produzione del rocker di Detroit nel quinquennio di dominazione grunge (1990-1994). Non a caso il successivo It’s A Mystery non vedrà la luce sino alla fine del 1995, quando il sipario va ormai calando sulle sporche sonorità di bands come Nirvana o Soundgarden, che proprio in quel momento stavano registrando il loro ultimo disco insieme. Il problema è che si tratta d’un disco di transizione e piuttosto povero di spunti innovativi, salvandosi qua e là con la classe di brani come Sightseeing, movimentato blue grass, con belle parti di fisarmonica e di violino in evidenza, o la spavalderia dell’opener Take A Chance On Me, un rock aggressivo che dipinge colori eccessivamente ottimistici per l’opera. Dove il nostro va veramente troppo oltre, è in brani surgelati come Always In My Heart, un lento di sicuro effetto per giovanissimi sulla mattonella, nonché fastidioso riempitivo commerciale. La love song per eccellenza del disco è però Real Love, tanto coinvolgente quanto risaputa, ove l’eco della produzione-Eagles fine anni ’70 è addirittura palpabile (non a caso Seger aveva più volte collaborato con la band californiana, specie all’epoca di The Long Run). Non che tutte le tracks diano impressioni tanto deprimenti.

Quantomeno inatteso è un pezzo come She Can’t Do Anything Wrong, vero boogie da balera che sembra trasportato pari pari da Johnny Be Goode, e che comunque non va oltre il semplice, simpatico abbellimento. Le qualità del disco stanno altrove, nella title track per esempio. The Fire Inside è una ballata elettrizzante, grazie all’eccellente parte di pianoforte che la domina dall’inizio alla fine. Il pezzo esprime vera passione rock, anche nel testo ove descrive energicamente le pulsazioni giovanili più selvagge e proibite. Un’altra freccia all’arco dell’uomo del Michigant è l’ottimo blues-elettrico Which Way, segnale di vita importante dopo la mediocrità di una canzone come Real At The Time, potenziale inno rock che fallisce proprio per la mancanza di mordente, di un riff memorabile o di spunti di vivacità da parte di una ritmica prevedibile. Arriva in soccorso opportunamente il brano migliore, ossia The Mountain, meditazioni di eremitaggio espresse tramite un distorto rock in minore, intenso e originale, prima della ninna nanna country di Blind love, al termine della quale il saloon chiude e la band può finalmente farsi una birretta riponendo gli strumenti. Insomma un saliscendi di sensazioni agrodolci, che non varia col procedere del disco e lo accompagna verso una fine “normale”. Per quanto riguarda i contenuti, manca denuncia sociale in quest’opera, e non è detto che ne sia un difetto, visto che molto spesso anche questo tipo di tematica porta ad ovvietà ritrite o, peggio, ipocrite, ma un minimo di ricerca in più non avrebbe guastato, almeno per liberarci dall’imbarazzo delle parole di Always In My Heart o Real At The Time. Le due covers di Waits, pur non aggiungendo nulla al valore intrinseco dell’album, ribadiscono quanto meno l’orgogliosa appartenza ad un ambito artistico totalmente sganciato dal trend dei primi anni novanta.

Trattasi dunque d’esercizio di sopravvivenza, ed il livello minimo raggiunto è certamente figlio dell’incertezza direzionale in cui viene edito. Sarebbe tornato a volare più in alto in anni recenti, ma questo rimane un atto abbastanza coraggioso, anche se inevitabilmente ignorato dalle masse.

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Come chiudere in bellezza

Quinta ed ultima fatica in studio della band prima dello scioglimento, Synchronicity segna un’indubbia maturazione stilistica, affrancandosi definitivamente dalla matrice reggae-bianco che aveva caratterizzato le opere precedenti, talvolta marchiandole eccessivamente. Sin dalla prima track la nuova direzione appare evidente.

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Sarebbe potuto essere tranquillamente il titolo, o il sottotitolo, della prima vera opera da solista di Lennon, pubblicata l’11 dicembre 1970, ossia otto mesi dopo l’ufficiale dissoluzione del complesso.

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Il (doppio) fondo del barile

Il problema di Springsteen, è ormai assodato, è il non sapersi rinnovare in modo originale. Non lo aiuta certo il fatto che rappresenti ormai l’icona del Sogno Americano, sia esso quello da ricostruire post-11 settembre (The Rising) che quello da riportare in alto con Obama (Working On A Dream).

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L’irrepetibilità del Knopfler “progressive”

Il disco meno celebrato, l’unico episodio della band a non presentare un singolo di enorme impatto sul pubblico, tanto più infilato tra Making movies e Brother in Arms, vere e proprie macchine da 45 giri. Ma Love over gold registra la sola occasione nell’intera discografia della band in cui l’innegabile talento di Mark Knopfler s’irradia a 360° liberandosi dalle incompletezze stilistiche delle fatiche precedenti.

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