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Venerdì, 08 Febbraio 2013 11:01

Steel Wheels // Rolling Stones

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Steel Wheels // Rolling Stones Steel Wheels // Rolling Stones

Steel Wheels presenta i Rolling Stones nella loro forma più classica ed esemplare. E’ infatti composto da una sfilza di canzoni che i Rolling suonano da sempre (nella fattispecie, da 25 anni), alternando brani di rock and roll solari ed energici, a lenti d’atmosfera (interpretati qui anche dal signor Richards) con l’unica intrusione d’un pezzo, Continental Drift, tanto originale quanto estemporaneo e totalmente avulso dal flusso stilistico-musicale dell’opera.



Cosa salva il disco, qui come in altre occasioni, dall’eterno auto-plagio? Sostanzialmente il fatto che, per qualche singolare alchimia, i pezzi Jagger-Richards riescono a coinvolgere e a catturare l’ascoltatore ogni volta da capo, come esordissero ogni volta. Stabilito questo, non si può fare a meno d’eccepire come l’originalità non sia esattamente il loro forte; da anni, per la band, la sfida sta nel riuscire a dilatare il confine dei 3-4 accordi del loro classico rhythm and blues con rinnovate intuizioni melodiche, cantati fantasiosi o middle-eight d’un qualche interesse.

Le prime due canzoni del disco, Sad Sad Sad e Mixed Emotions, rappresentano il prototipo della Stones-production. Un elementare riff di chitarra (primo brano), leggermente rallentato ed espanso (secondo brano) con l’aggiunta d’un indovinato refrain in minore. (Il testo racchiude velatamente dichiarazioni di pace, dopo che negli ultimi tre anni i rapporti tra i due erano rimasti ai minimi storici).
Terrifying ribadisce il concetto, anche qui un singolo riff è il frame dell’intero brano, con accenti tonici più dark rispetto ai precedenti. La scatenata Hold On To Your Hat riproprone la più ideale lezione rock and roll, (con tanto di cambio di quinta al ritornello) sviscerandosi classica come un cinepanettone. Il miglior tentativo del lato A è Hearts For Sale, corposo e variato ryhthm’n’blues che però ha il difetto di aprire la strada all’innocua Blinded By Love, ove un saggio Jagger dispensa consigli sentimentali (..chi meglio di lui…) tra delicate venature country.

Il secondo lato inizia con il punto più alto del disco, ossia il rock pesante di “Rock And A Hard Place, che recupera la durezza della fine anni ’60, quando gli hit singles si chiamavano Gimme Shelter o Jumpin Jack Flash. Nonostante un testo leggermente qualunquista contro guerra e ingiustizia nel mondo, il brano attrae grazie al tono, duro e incazzato delle migliori produzioni rolling, con stacchi piazzati ad hoc e tanto di coretto gospel sul finale (Exile is back!). Seguono due riempitivi, ossia la noiosa e talvolta confusionaria Can’t Be Seen e la ripetitiva Almost Hear You Sigh, tra l’altro outtake dell’opera solista di Keith Talk Is Cheap, penalizzata anche in qualche punto da uno zotico coro da osteria. Ma la parte finale del disco registra un autentico miglioramento. La riuscita incursione world di Continental Drift, con le sue appassionanti accelerazioni e gli ispirati guaiti di un Jagger turbantato, hanno anche un risvolto storico-affettivo: sono state registrate a Tangeri, Marocco, nei pressi di un villaggio che il compianto Brian Jones aveva visitato vent’anni prima. Gradevole anche il boogie sussurrato di Break The Spell, che introduce una bella chiusura, un Keith trasognato che in Slipping Away piange la caducità delle umane cose, mentre le luci del piano bar dissolvono svogliate e i tavolini si svuotano.

Steel Wheels è una manciata di canzoni piacevoli, sarebbe stato bello trovarvi qualcosa in più. Come giustamente venne notato all’epoca, si trattava di ricostituire un gruppo che aveva seriamente rischiato di chiudere bottega più volte negli ultimi anni. Era di fatto una ripartenza, e come tale è certamente dignitosa, anche se non si può non rimarcare come manchi il guizzo, l’astrusità che faccia guardare al di là del prevedibile. Il disco risulta particolarmente velleitario se paragonato alla freschezza di Undercover o la completezza di Tattoo You. Ma i singoli, particolarmente Mixed Emotions e Rock And A Hard Place, spinsero l’album al successo ed il tour mondiale, che partì nell’agosto dell’1989 per durare quasi un anno, ribadì che le pietre continuavano a rotolare. Questo era lo scopo, scopo raggiunto.

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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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