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Riflessioni (32)

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Martedì, 29 Novembre 2011 17:07

Ricordo di George

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Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi "All things must pass" e Living in the material world" è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l'onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi ("Dark Horse" e "Extra texture") eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s'aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del '75 e il settembre del '76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con "Thirty three and a third", l'omonimo "George Harrison" (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e "Somewhere in England".

Dopo il mediocre "Gone Troppo" del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con "Cloud Nine",l'opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto "Traveling Wilburys", le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all'opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell'amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.

Sogno n. 1 - Fabrizio De AndreLui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel testo l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

Giovedì, 24 Novembre 2011 15:48

Freddie Mercury vent'anni dopo

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Freddie MercuryEra il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

Venerdì, 18 Novembre 2011 08:35

Vinyl seduction

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Giradischi - Le speculazioni sul vinile«...si',ma due sono vinile blue,vuoi mettere!»

Ormai anche gli amanti del vinile sono spacciati. Ho fra le mani il catalogo delle ultime uscite "vinilitiche": Achtung Baby degli U2, disco mediocre, esce in versione 4 LP: due di colore blue, con una valanga di remix, tracce inedite, rare B-sides, alla modica somma di cento euroni.

Poi scorgo Nevermind di Kurt Cobain e soci. Sono riusciti a dilatare anche questo in 4 LP de luxe edition: fioccano inediti (?), rarità ed altre amenità. La cifra è sempre un centino.
Per non parlare di gente tipo Jimi Hendrix, Doors, Beach Boys, ecc. L'appassionato dovrebbe acquistare almeno dieci edizioni dello stesso disco. La lista e' lunga ed abbraccia ogni genere musicale. Cosa sta succedendo?

La RIIA, Recording Industry Association of America (ve lo ricordate il logo sui vecchi Capitol?), l'ente che ha il controllo dell'andamento del mercato statunitense dei vari supporti musicali, ha sentenziato il crollo nella vendita dei supporti "fisici". Sta aumentando rapidamente, invece, quella dei supporti "liquidi", anche se il download illegale ed il P2P ci stanno dando dentro. Stiamo parlando di un crollo del 25% nelle vendite dei CD.

Nello stesso momento la vendita del vinile aumenta ad un ritmo del 23% l'anno. Era dal 1990 che non avevamo queste cifre: 4/5 milioni di pezzi, sempre "robetta", ma il trend e' netto. Business is business, ed il mercato del vinile è in espansione.

Ecco quindi il prolifierare di inutili riedizioni 180gr/200gr a prezzi esorbitanti. Belle copertine cartonate (quelle USA di una volta), magari ad album, qualche foto inedita ed il gioco è fatto. Ufficialmente, la scusa è che vengono utilizzati i masters originali. Non scherziamo. Edizioni jazz anni 50, già spremute mille volte, vengono rimasterizzate dai cd. Avviene un aumento generale del volume degli strumenti incisi, appiattendo la dinamica. Bella forza. Il mercato è speculazione e si inventa sempre nuovi sbocchi. Siamo noi che cadiamo nella trappola.

Va bene il feticcio anti-tecnologico. Va bene l'effetto nostalgia degli anni andati. The summer of love! Facciamoci furbi.

 

Duetto tra Michael jackson e Freddie MercuryDev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce...un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
«Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato - di nuovo nella mia immaginazione - già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.

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