Persi per strada gli storici Bonehead e Guigsy, e prima ancora di rimpiazzarli con forze fresche, i ragazzi inaugurano la new season con il succitato upbeat strumentale, che sfocia poi nel primo singolo: Go Let It Out. Dall’intro semi- funky allo sviluppo made in Sgt.Pepper’s, ecco la prima incursione nel beat psichedelico, con i fiati sullo sfondo quietamente apportatori di una melodia da pieno flower-power, mentre le allusioni a principi e maghi si sprecano…
Who Feels Love ribadisce ed amplifica il concetto, rallentando il tempo per permettere al viaggiatore di osservare meglio dai finestrini del Magical Mystery tour. Coralità, parole di purificazione e rinascita, di ridiscesa tra gli umani dopo la sbornia di superstardom. Effetti ed atmosfere, loops che girano al contrario, e ringraziamenti per “il sole che splende su chiunque senta amore”. Non completamente originale ma tutto ben fatto, niente da dire.
Subito dopo il brusco risveglio di Put Your Money Where Your Mouth Is, caustico rock in minore, retaggio di minimalità, scadente e noioso come l’ essenza del disco precedente, che per fortuna non fa proseliti nel resto di Standing. Livello che viene poi parzialmente risollevato dalla ninna nanna paterna di un Liam finalmente versione autore, con la ruffiana, colorata Little James. Cosa dite, l’incedere del pianoforte ricalca Hey Jude? Malelingue…sarcasmo a parte, come debutto da compositore non c’è male, specie negli ariosi e pensierosi passaggi strumentali.
Il disco arriva a metà e l’ascoltatore può ritenersi più o meno soddisfatto. Certo, altra cosa rispetto al penultimo album, direbbe, però anche altra cosa, nell’altro senso, rispetto al primo e al secondo. Fortunatamente, nella seconda parte i ragazzi si ricordano di essere ciò che essenzialmente sono, ossia dei buoni rockers ed infilano un’ottima successione di brani.
Il moderato tricorde Gas panic! apre le danze, e dell’intera raccolta sarà il più gettonato numero on stage. Ancora meglio sono le tinte fosche e di Where Did It All Go Wrong, con stacchi incendiati di tastiera rhythm’n’blues, personalità e parole dure, tutto made in Noel, of course. Sentiero aperto per il punto più elevato della raccolta, ossia la bellissima Sunday Morning Call, di profonda intensità melodica, che regge alla grande il paragone con Wonderwall e gli altri hit storici della band; immeritatamente non ne condividerà il successo commerciale. Non a caso il fratello maggiore s’è tenuto queste due canzoni come suo contributo vocale. “Non andrà mai bene”, si lamenta alla fine di Morning Call, invece va benissimo. In queste zone del solco ci troviamo al cospetto di testi truci, minacciosi, anatemici, direi; ecco forse il perché della leggera track seguente, il semplice hard rock di I Can See A Liar, che rivede Liam dietro al microfono.
La chiusura è affidata a Roll It Over, stilisticamente degna succeditrice di Champagne Supernova, con la quale spartisce l’andatura sognante e il crescente innalzarsi dell’armonia.
In genere l’opera è uno sforzo coraggioso di un gruppo che aveva capito la necessità di liberarsi al più presto da stereotipi stilistici che avevano portato a grandi cose nei primi due dischi ma avevano grippato il motore nel terzo. Non a caso le tracce meno entusiasmanti (Put Your Money Where Your Mouth Is e I Can See A Liar) sono musicalmente affini al contenuto di Be Here Now. La sperimentazione, gli effetti, le eccentricità adoperate (sitar e mellotron in primis) ed alcuni ottimi brani da parte di Noel fanno proclamare il missione compiuta.