Sotto il piano dei contenuti, l’arma migliore di Francesco è senza dubbio la (auto)ironia che pervade il disco instaurando istantaneamente un alone di simpatia, di solidarietà quasi, nei confronti dei protagonisti delle vicende narrate. Come non partecipare ad esempio al toccante episodio (Tir) del camionista che dopo un’asfissiante giornata (nottata) di lavoro è assillato dalle continue richieste di una moglie invadente e petulante? La rabbia ed il fastidio che sorgono sono accompagnati da un crescendo rock davvero avvincente. Per non parlare del playboy fallito descritto ne Le donne di Modena, il quale dimostra una conoscenza approfondita delle svariate rappresentanti l’universo femminile del Bel Paese, salvo ritrovarsi in beata solitudine ad accudire (difficoltosamente) alle faccende di casa. La matrice blues che riveste la canzone d’apertura de Il pianoforte diventa assoluta protagonista nell’arcigna Genova Blues, scritta e cantata in coppia con tale De Andrè, inno intenso ed un po’ severo alla città di cui i due artisti sono originari (ed anche al club calcistico che ne accomunava la passione), impreziosito dai gorgheggi gospel forniti da Aida Cooper.
La galleria dei personaggi raccontati trasporta, come su un ottovolante, da un’acuta malinconia allo spasso più sfrenato. Il delinquentello di Coatto Melody, che ci rende partecipi delle sue esilaranti avventure a ritmo di ska prima di finire inevitabilmente nelle patrie galere. La mestizia della serva, Ragazza da marito, che sogna una vita da regina ma deve sottostare ai comandi della star sua padrona, in questo caso Marylin ma potrebbe essere qualunque altra diva. Le illusioni e gli amari risvegli della ragazza sono accompagnati da una tenue ed ispirata melodia che pare piuttosto provenire direttamente dagli eleganti saloni viennesi dell’ottocento.
Spruzzate di funky sono irrorate dalla poco più che superflua Sotto questo sole, non eccelsa collaborazione con Belli e Brandi dei Ladri di Biciclette, che impersona un evidente stratagemma commerciale. Avrà comunque il merito di trainare adeguatamente l’opera (vincerà il Festivalbar 1990) verso un nutrito e meritato numero di vendite.
L’eclettismo di Baccini s’estrinseca poi nella davvero notevole Berenice, storia di una disgraziata bambola gonfiabile afflosciata dall’incauta ms blu del suo utilizzatore. Musicalmente è forse il brano migliore. Gustatevi lo strepitoso duetto tra il sax ed il basso nel middle eight e aspirate lente boccate di fumo sdraiati sul miglior divano del privè. Quando il night chiude, la povera Berenice non esiste più, ma per Cecco e la band gli applausi scrosciano meritati.
Il nostro supporter del grifone riesce anche ad evitare l’insidiosa trappola del ritrito e del già-sentito,nella rischiosa operazione-nostalgia di Qua qua quando, che è certamente l’ennesimo tributo ai giri di Do degli anni’60, ma reso con una freschezza ed un umorismo (ed un vivace solo di chitarra) assolutamente contagiosi.
Resta il delicato affresco de La giostra di Bastian, ad opera di Giorgio Conte, fratello di Paolo, con il suo malinconico refrain di fisarmonica a delineare un tenero flashback infantile. Tutto porta all’esagerato finale, al centro del quale Ivo il protettivo si raccomanda alle coppie di giovani assalite dai primi attacchi di ormonite acuta per preservarsi (appunto…) da notti insonni trascorsi nel dubbio di un’ indesiderata positività. Il verso finale “sto diventando un divo” potrebbe essere interpretato come un sarcastico accenno al copioso susseguirsi di campagne di prevenzione anti-aids dell’epoca che ovviamente indicavano il preservativo come irrinunciabile mezzo per non infettarsi. Il pezzo è un imponente marcia rock che sfocia sul finale nell’inno alla gioia di Beethoven, il che rappresenta la più ideale conclusione di un album tanto grottesco e strampalato quanto irresistibile.