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Martedì, 13 Settembre 2011 15:33

L'urlo della Galás irrompe nel MiTo

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Diamanda Galas al MiTo di milano

DIAMANDA GALÁS

www.diamandagalas.com

Luogo: Auditorium di Milano
Data: 11 settembre 2011
Evento: MiTo SettembreMusica
Voto: 8


Incedere lento, ombra nell'ombra, l'ingresso in scena di Dimanda Galás è avvolto dal mistero di un ritualità esoterica; l'unico fascio di luce è puntato sul seggiolino del pianoforte a coda al centro del palcoscenico: l'incarnato pallido del suo volto si svela cautamente quando lo attraversa.
Uno sguardo fugace alla platea, le dita affusolate sui tasti e un'onda d'urto inchioda alle sedie gli spettatori, chi stupito, chi scioccato, chi già rapito. La Galás esige un rapporto schietto con il suo pubblico e il primo brano è un biglietto da visita che non lascia dubbi circa le sue potenzialità: acuti sopranili e modulazioni raffinate sono le ali per voli vertiginosi attraverso le quattro ottave della sua estensione (oltre ad essere un buon esercizio per scaldare le corde vocali, destinate nei successivi novanta minuti ad un lavoro arduo).

Le acrobazie vocali di Diamanda Galas si servono di lingue diverse per esprimere al meglio colori e sfumature fonetiche, sfruttando fino in fondo le peculiarità date dalla pronuncia e dal suono di ogni idioma. Poliglotta per via delle origini, sa come piegare al proprio volere (e valorizzare grazie al proprio stile) una struggente canzone popolare spagnola, un chanson française in trequarti, una ballata inglese di successo. Musiche turche, armene e gitane completano la scaletta dello spettacolo "The Refugee", improntato sul tema dell'emarginazione e della discriminazione dei profughi costretti ad abbandonare il proprio Paese.

Il lato più estremo ed oscuro dell'artista greco-americana viene scaraventato addosso alla platea per la prima volta durante il terzo brano, quando vocalizzi agghiaccianti, distorsioni gutturali e dissonanze laceranti svelano tutta l'anima maledetta della Galás più sperimentale. La successiva cover, Amsterdam di Jacques Brel, serve a tamponare lo sbigottimento che sgorga a fiotti tra le poltroncine di velluto rosso: un'interpretazione carica e sentita permette alla cantante di instaurare un rapporto di fiducia con la parte ancora scettica del pubblico, che risponde con un applauso scrosciante.
La suggestione dello spettacolo è supportata e corroborata dal lavoro sottile e ben orchestrato di tecnico luci e fonico, fidi collaboratori di Diamanda Galás. E così prima tutto si tinge di un rosso vivo in cui galleggiano acuti soffocati e strazianti, poi arriva il blu a suggerire un’atmosfera da favola noir, che ha per protagonista il suono effettato di un pianoforte spettrale e inquietanti frasi sussurrate.

Nel mezzo c’è tempo anche per un siparietto scherzoso, quando la Galás, non vedendo esaudita la sua richiesta d’acqua, si alza per recuperarla da sé e, tornata sul palco ancora a mani vuote, accetta le bottiglie offerte dalle prime file col sorriso sulle labbra e un atteggiamento per nulla viziato da divismo o presunzione.

Degna conclusione dello spettacolo, Heaven Have Mercy (successo di Edit Piaff del 1956) è un brano intenso e toccante, che rende gli spettatori ancora più affamati del rituale bis. Ve ne saranno due prima che Diamanda Galás lasci il palco tra il fragore degli applausi di un pubblico soddisfatto e arricchito.

di Martina Bernareggi

Leggi la monografia di Diamanda Galás

Letto 2497 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Martina Bernareggi

Durante gli anni dell'università inizia a lavorare presso una testata locale continuando l'attività giornalistica in ambito musicale e  sportivo come freelance.
Iscritta all'ordine dal 2007 crea il progetto AMA music per dar voce alle realtà locali o parlare dei grandi nomi con il gusto e l'approfondimento che difficilmente si trovano nel web.

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