di Alfonso Gariboldi
Come ogni anno: discussioni a non finire circa l'edizione numero 61 del Festival di Sanremo, che si terrà dal 15 al 19 febbraio prossimi. Faccio una premessa indispensabile: non sono mai stato a priori contro il Festival. Penso che la musica in tivù sia comunque un fatto positivo, anche se ad esempio ritengo eccessivo, quasi invadente, lo spazio dedicato ai sempre più agguerriti ragazzini cantori d’Italia nelle prime serate delle reti principali (alla faccia della privacy dei minori). Ma il Festival da troppi anni ormai mi dà l’idea di una struttura graziata dalle leggi della fisica: sopravvive procedendo per un’inerzia che non ha mai fine, che non riceve mai colpi di grazia. Ogni anno si cerca il balsamo rigeneratore, la cura miracolosa che lo riporti ai fasti del passato e, cosa ancora più importante, ne riporti i protagonisti in cima alle classifiche possibilmente oltre il limite dell’inverno. Perché, diciamoci la verità: chi a giugno d’ogni anno ricorda almeno cinque canzoni del Festival di novanta giorni prima? In realtà, il momento d’oro di Sanremo va da settembre in poi, quando iniziano a montare le polemiche prima sul conduttore, poi sulle vallette, poi sul numero delle serate e i contenuti “extra” delle stesse, poi sulle modalità con cui si sono stabiliti gli inclusi e gli esclusi…
E la musica? Che dovrebbe esserne il veicolo fondamentale?
Perché in questi ultimi anni, ma potrei dire quasi decenni, le canzoni che escono da Sanremo non occupano più l’immaginario collettivo così a lungo come in passato?
Nomi che sono sempre gli stessi? Formule contorte, big che non avrebbero le credenziali per esser definiti tali e altri che non le hanno più? Perché nella stessa giornata in cui scrivo (23 dicembre), su un frequentato forum musicale sul web ci sono messaggi di persone che scrivono che non lo guarderanno a priori?
Negli anni ottanta, faccio un esempio, da Sanremo sono usciti artisti che poi un accenno di carriera l’hanno anche fatta. Butto lì: Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti. Questa funzione di lancio mi pare si sia persa un po’, nelle edizioni più recenti. I tempi che verranno potranno anche smentirmi clamorosamente, ma è innegabile che, lo scrivo con dispiacere, il Festival di Sanremo rappresenta ormai un fenomeno più mediatico che musicale, che brucia veloce le proprie tossine di polemiche e interessi e al fischio finale tutto si rimette in moto per una nuova edizione, senza una vera, indispensabile, ricerca stilistica, di rinnovamento "tecnico".