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Giovedì Marzo 26, 2026
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A dieci anni dal breakthrough planetario (No Parlez), che l’aveva affermato come interprete raffinato e suadente, Paul Young affronta il nuovo decennio con un’opera ambiziosa, per la quale raduna un parterre di sessionmen di tutto rispetto (Jeff Porcaro, Billy Preston, Paul Jackson Jr e Pino Palladino, solo per citarne alcuni, e Don Was alla consolle). A The Crossing arride effettivamente un certo successo, con due singoli indovinati che lo riportano in auge dopo qualche anno di penombra. Hope in a hopeless world è una torta al miele di buoni sentimenti (sulla tradizione di Love Of The Common People), ovvero disgrazie dell’umano esistere anestetizzate da snelle tastiere disco e ritmi allegrotti. Maggior fortuna per Now I Know What Made Otis Blue, a pieno merito visto che è il brano migliore e uno dei migliori in assoluto del suo repertorio, un intrigante esercizio soul pennellato per le impressionanti qualità vocali del nostro. E seppur non allo stesso livello, non mancano nel disco altri episodi convincenti. Il souldance di Down in Chinatown, permeato da trombe sommesse, o le atmosfere sofisticate di Half A Step Away, cintata da percussioni ovattate, ne costituiscono buon esempio.

 

Young alza ancora il tiro nella cupa The Heart Is A Lonely Hunter che s’avvale di un refrain ben costruito e non banale, (il che non è sempre automatico) e risulta il pezzo più incisivo firmato da lui stesso. E’ verso la fine del disco che la qualità tende a scemare. Lo speranzoso inno di Follow On (“Uomini soli con le dita sul futuro…") è banalotto e dolciastro, rivestito oltretutto da un arrangiamento pomposo che non fa che appesantire un insieme già poco digeribile. Discorso analogo per la blanda chiusura di It Will Be You, beato lamento guancia a guancia gia propinatoci in tutte le salse durante lunghi decenni di tradizione strappalacrime, con l’inevitabile, stereotipato solo di sax alla fine. In quest’ambito sono più azzeccati gli slow di Bring Me Home o Won’t Look Back, che sprigionano almeno un briciolo di vitalità, pur restando fedeli ai canoni stilistici del decennio precedente. E in fondo, il problema generale che affligge The Crossing è proprio questo: le atmosfere, le sonorità sono ancora sfacciatamente, fatalmente anni ottanta. E’ un album che manca di ricerca, di sperimentazione magari, affidandosi a canoni sicuri e ritriti, quelli sui quali il personaggio ha costruito il suo successo. Ma in quanto a rinnovamento e crescita, non c’è molto da dire.

 

In più è un lavoro eccessivamente incentrato sulla melodia (vedo già i sedicenni sospirare sui coretti di Love Has No Pride, il motivo più accattivante della raccolta). Paul deve aver scordato in qualche camerino la sua essenza rock, celebrata in passato da dischi come Other Voices, o vecchi successi come “I’m Gonna Tear Your Playhouse Down”. Un brano come Only game in town avrebbe certamente dato altra resa con un arrangiamento grintoso, magari distorto, piuttosto che ritrovarsi ingabbiato negli usuali, confortanti stereotipi di tocchetti di tastiera, note alte di sax e drumming elettronico.

 

Poco di nuovo, insomma, e il tutto porta in fin dei conti a considerare questa di The Crossing un’operazione trascurabile, utile certamente a riaccendere le luci della ribalta sul ragazzo di Manchester, ma non ad ampliarne la credibilità artistica quanto avrebbe meritato e forse ottenuto con un pizzico di coraggio in più.

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