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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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L'attesa non è stata lunga. Dopo qualche mese che apprendo la notizia della nascita di questo Super gruppo (e definizione non è stata mai tanto reale) ecco qui fra le mie mani il disco da parte mia più atteso del 2010: Black Country dei BCC.

Il gruppo in questione nasce da un'idea di Glenn Hughes (famosissimo bassista cantante già nei Deep Purple e Black Sabbath); a questo mitico personaggio aggiungete Joe Bonamassa (forse il maggior talento chitarristico blues in circolazione), alla batteria il figlio del batterista dei Led Zeppelin, Jason Bonham e alla tastiera Derek Sherinian (Dream Theater). Alla fine avrete un mix inarrivabile di talento bravura esperienza e sfrontatezza rare da trovare oggi in una sola band, senza dimenticare la produzione perfetta di Kevin Shirley (già produttore degli Iron Maiden). Il disco che ne nasce è “live”, presa quasi diretta, senza fronzoli, alla “Zeppelin” nel senso più vero del termine. Quasi nessun overdubbing, niente assoli di tastiera sopra un tappeto di altre mille incisioni: canzoni nate da jam sessions...e che jam sessions!!!

Si inizia con la title track che poi avrebbe dovuto anche essere il nome del gruppo (adattato poi con Communion) e cioè Black Country...e si parte subito con Hughes che la fa da padrone con un riff di basso da far tremare le casse...e poi via...un treno hard rock blues come non se ne sentivano da anni...cantato sporco e urlato... "I am the messenger...this is my prophecy"...niente di più azzeccato caro Glenn, un disco che è davvero una profezia, il rock non muore mai e nemmeno gli assoli fumiganti di Bonamassa...un talento cristallino davvero...fantasioso e mai banale...e suonando blues è dura non ripetersi mai...un crossover fra blues e rock come non se ne sentiva dai tempi del buon Jimmy Page...e scusate se è poco.

Si prosegue in bilico fra mainstream hard rock e blues con assoli di hammond e chitarra, una sessione ritmica che sarebbe da usare come insegnamento per le band di oggi e una voce da far impallidire ventenni che si credono bravi. Da segnalare il mid tempo hard rock di Down Again, il blues sporco e trascinante di Beggarman E poi la gemma, secondo chi vi scrive, del disco e cioè Song of Yesterday che inizia con un arpeggio delicato, la voce roca di Bonamassa che blueseggia, l'orchestra, cornamusa sfumata e poi il pathos esplode con un potente riff chitarra e basso. Una canzone che ti entra dentro, accompagnata dall'organo hammond di Sherinian.

C'è spazio per una vecchia canzone scritta anni fa da Hughes per il suo gruppo Trapeze Medusa, un tributo al padre di Bonham che amava suonarla assieme a Glenn, anni d'oro e mai dimenticati dagli amanti del vero hard rock, e fa capolino in No Time un inaspettato bridge orchestrale che non sfigura anzi accresce l'epicità della canzone, mai banali, trascinanti. Il lavoro prosegue alla grande fra cavalcate blues rock molto più psichedeliche e dilatate per finire alla maniera degli anni '70 in una canzone-jam di oltre 11 minuti Too Late For The Sun, splendido punto esclamativo di un disco che definire indispensabile è poco.

Finisco la recensione con la speranza che non sia un episodio a sé stante ma sia la nascita di una band che possa durare...soprattutto dal vivo...see ya!

Pubblicato in Recensioni dischi

La pubblicazione di Intensive care, nel 2005,era sostanzialmente servita a ribadire l'appartenenza di Mr. Williams allo status di popstar di fama mondiale,cui era assurto
ormai da alcuni anni. Ebbe anche però la peculiarità di confermare una sensazione già affiorata all'epoca di Escapology: il rischio che l'ormai trentunenne inglese stesse assorbendo i più deleteri crismi del musicista di successo: finto-trasgressivo e poi finto affrancato dallatrasgressione, finto-sofferente e finto-risorto, finto-in crisi e finto-
trionfante.

Cos'era andato perso negli anni? L'impronta personale di Williams, spontaneità, freschezza, un po’ di goliardia, a vantaggio di una formula “costruito-sicuro” i cui effetti artistici risultano, a detta di chi scrive, sensibilmente discutibili.
Manca l'essere realmente ribelle e scanzonato come i primi anni post- “Prendi Quello”.
Gli ultimi dischi, questo compreso, danno l'impressione di svendita, ossia di rinuncia di materiale davvero sentito, davvero genuinamente "Robbie", per privilegiare canzoncine pop-rock impeccabili quanto fredde, tanto orecchiabili quanto impersonali, che avrebbero potuto essere scritte, eseguite, cantate da chiunque altro.

Detto questo, si può poi analizzare il livello tecnico del disco e stabilirne che tutto è gelidamente bello, purtroppo anche troppo spesso deja-vu. L'opening Ghosts sembra il proseguimento di Come Undone, persino a livello di contenuto. Make Me Pure si basa su uno schema di ballata standard con una melodia discretamente "nuova", ma ha bisogno di ben quattro strofe prima di arrivare al dunque di un bridge che porti un'urgente variazione. Alcuni brani tuttavia, è giusto sottolinearlo, includono un qualche tentativo di sviluppo fuori dall'ordinario, come il middle eight della pimpante Spread Your Wings, che sfratta un
previdibilissimo refrain, rinviandolo a fine brano, stravolgendo il tran tran del pezzo. Oppure il primo singolo, Tripping, che vanta un indovinato arrangiamento reggae ed un ritornello meno banale di quanto minacciato dalla strofa. Molto ben riuscito anche Advertising space, cinica cronaca della fine di un mito, che riesce a mantenersi in un tono asciutto ed intimo senza affogare nella pomposità o nella sovrapproduzione.
Il momento migliore è rappresentato dalla struggente Please Don't Die, dove Williams riesce a contentere il suo voluttuoso talento e ad esprimersi in una preghiera accorata ma briosa, assorta ma serena, che cattura in pieno l'ascoltatore. Ma il resto dei brani non
riesce in realtà ad elevare l'opera oltre la soglia del compitino.

Your Gay Friend recupera l'energia primitiva di Life thru A Lens ma è penalizzata da incisi debolucci. Per Sin Sin Sin vale, musicalmente, il discorso di Ghosts, con un rivestimento elettropop che assicura il seguito nelle charts e in disco. Altri pezzi sono poveri d'attrattive, come le consecutive Random Act Of Kindness e The Trouble With Me, quest'ultima col curioso coretto "sudtirolese" a metà e fine corsa.

L'amicizia con Elton John deve aver salvato Robbie dall'accusa di plagio, a meno che sir Dwight non si sia accorto che il riff e il cantato di base di A place to crash siano pressochè
identici al suo vecchio cavallo di battaglia, Saturday Nisht's Alright For Fighting.

La meditativa King Of Bloke And Bird chiude il disco lasciando alcuni interrogativi senza risposta. Onestamente, non siamo ancora pronti per sentire Williams amareggiarsi con frasi come: "Then comes the evening that makes life worth living", come un vecchio disilluso, con il seguito di due minuti di tastiera soporiferamente uguale. Dopo dieci anni di carriera solistica, l'inventiva di Robbie e il suo clan segnala riserva. Serve linfa nuova negli arrangiamenti, nei temi, nei suoni.

Come reinventarsi? La bella sorpresa arriverà due anni dopo con Rudebox. Ascoltate quello, che è meglio.

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L’importanza di questo disco, più significativo del pur ottimo Illusion 1, risiede nel fatta che è l’unico album nell’intera discografia dei Roses a racchiudere in sé interamente tutte le qualità e gli eccessi, lo straordinario talento e la fastidiosa ridondanza e autoindulgenza della band losangelina.

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Recensire il nuovo lavoro di un artista virtuoso e poliedrico come Dave Matthews è sempre un’impresa difficile se non altro per la varietà di suoni e sensazioni che riesce sempre a creare.

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Per quelli che non lo sapessero, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero sono due giovani chitarristi messicani che suonano un mix di rock acustico, flamenco e musica latina da lasciare esterrefatti, soprattutto pensando che il tutto è prodotto suonando solo due chitarre acustiche senza sovraincisioni o accompagnamenti.

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