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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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Il dato più significativo rapportabile a quest'undicesima prova da solista di Harrison, che vede la luce cinque anni dopo il leggero Gone Troppo, è che, come risulta chiaro fin dal titolo, George fa finalmente pace con sé stesso e il suo passato. E crea musica definitivamente scevra da solenni attestazioni filosofico-religiose, che farcivano, non sempre in modo del tutto opportuno, i solchi dei suoi dischi della prima metà  degli anni settanta, ma anche da livorosi riferimenti alla golden age di vent'anni prima.

 

Le intenzioni sono chiare sin dal blues d'apertura, la claptoniana Cloud 9, sodo e coprente omaggio a Lennon, di cui prende in prestito una delle espressioni preferite, che diverrà  uno dei caposaldi della tourneé giapponese di qualche stagione più avanti. L'amore, dunque, la gioia; ecco le muse ispiratrici di Cloud 9. Grazie anche all' aiuto di Jeff Lynne (Electric Light Orchestra), amico e coautore dei due brani, il nostro fornisce esempi davvero belli in This Is Love and When We Was Fab, specialmente nella seconda, un affettuoso tributo alla beatle-era che riesce a non cadere mai nel patetico. Tra i fumi di un primitivo sogno psichedelico, un pizzico di flower-power e l'inconfondibile tocco di Mr. Starkey alla batteria, il muro tra il signor Harrison e il cucciolo George viene definitivamente sbriciolato. La disperazione è un qualcosa d'intangibile, che non abita (più) qui. Ulteriore dimostrazione la presenza a fine album della vecchia hit di Rudi Clark, Got My Mind Set On You, un twist seducente che risale ai tempi di Amburgo, che completa il restauro d'immagine del ragazzo (e gli restituisce una hit mondiale sei anni dopo All Those Years Ago. N.1 in America e Canada e 2 in patria). Ma anche Fish On The Sand, Wreck Of The Hesperus e sopratutto il rock possente di That's What It Takes sono fresche e coinvolgenti.

 

Momenti di riflessione, in ogni caso, non ne mancano. Il lirismo di Just For Today è manifesto di una nuova, saggia semplicità . E Someplace Else, in versione riveduta e corretta (e migliorata) rispetto alla soundtrack di Shangai Surprise, si candida ad essere una delle espressioni melodiche più riuscite del suo intero catalogo solista. Palma del brano migliore alla straordinaria Devil's Radio, fremente rock da strada che si risolve in un attacco frontale al gossip e al male derivante da certe disinvolte insinuazioni, con più di un riferimento a un certo insistito eclissarsi di Harrison dalle luci dello star system («You wonder why I don't hang »˜round much, I wonder how you can't see..»), risalente ad esempio agli anni delle sue controversie giudiziarie della metà  del decennio precedente. Un pezzo che non avrebbe mal figurato in nessun' opera del George migliore (1968- 1971), sia coi tre soci che in autonomia.

 

L'eterea, soffice Breath Away From Heaven completa un quadro idilliaco, nel punto in cui inopinatamente è l'intera carriera solistica dell'ex beatle a chiudersi. Negli anni novanta per lui ci sarà  ampio spazio per collaborazioni di successo (L'avventura dei Traveling Wilburys e la riunione con Paul e Ringo per Anthology), ma a livello solistico non riuscirà  a portare a termine il lavoro per Brainwashed, i cui ritocchi saranno a cura dei suoi collaboratori e del figlio Dhani Anche alla luce di quest'ultimo lavoro, che uscirà  postumo nel novembre del 2002, Cloud 9 resta comunque il miglio disco di George dai tempi di All Things Must Pass. Con la sostanziale differenza che in quell'occasione il capolavoro scaturiva dall'amarezza, dalla disillusione, dal fatalismo. Qui siamo invece di fronte a toni rinfrancati, positivi, divertiti addirittura, e il materiale resta costantemente pressoché privo di sbavature. Una prova che svela una maturità  ormai metabolizzata, senza più risentimenti, giustamente premiata da critica e pubblico.

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Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

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Più ancora che in Sgt.Pepper's, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall'ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell'elevatissimo standard raggiunto dà l'impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l'ultima espressione del genio collettivo dei quattro di Liverpool.

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Paul McCartneyChissà se Paul Mc Cartney, uno degli invitati eccellenti ai festeggiamenti per il 60esimo di regno della regina Elisabetta, ha pensato almeno per un momento all’anniversario che, meno di due settimane dopo, avrebbe visto lui protagonista. Perché lunedì 18 giugno, oltre a dover pagare (grazie Monti!) l’ennesima tassa iniqua cui il Bel Martoriato Paese è soggetto, il fan medio italiano avrà rivolto un certo un pensiero al Macca nostro che, come direbbero oltremanica, turns seventy.

Settant’anni da mito vissuti neanche troppo pericolosamente, a parte qualche trascurabile vicissitudine giudiziaria, come quella derivante dallo scherzetto che l’amico Lennon (più sua moglie che lui) gli giocò nel gennaio 1980, avvisando le autorità giapponesi che l’ex bassista dei Beatles stava entrando in suolo nipponico con dell’erba in valigia (per la cronaca, scherzo pesantino: una settimana di galera, e non esattamente in una suite).

A proposito di Beatles, sembra fatto apposta, ma tra pochi mesi (5 ottobre) saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri: Love me do/P.S. I love you. La brevità della carriera dei Beatles, come ogni altra cosa riguardante il complesso, è stata fatta oggetto di studi e pubblicazioni d’ogni genere, ed uno dei peggiori e più difficilmente estirpabili luoghi comuni sulla band è che la sua fine sia stata decisa da Paul. Non è così, e ve lo dice un lennoniano de féro.

Sul finire del 1968, John si sente già un ex, abbagliato com’era dalla figura di Yoko Ono, le cui colpe nello scioglimento del complesso sono assolutamente consistenti, la quale in un colpo solo aveva sostituito Cyhntia Powell e i Beatles, diventandone moglie, partner artistico, forse persino personificando la figura della madre che John aveva traumaticamente perso due volte, anche se qui si esce un po’ dal seminato. Era stato Paul ad assumere allora la direzione artistica del gruppo, spingendolo (in armonia con George Martin) ad affrontare il progetto Get Back, quelle famose session dal vivo senza sovra incisioni del gennaio ’69, per recuperare lo spirito dei tempi d’oro, cozzando però ben presto contro il disinteresse e l’anarchia generale. Nel corso dei mesi successivi, McCartney fece di tutto per tenere insieme il gruppo, anche tiranneggiando, certo, non era possibile lasciar naufragare così un'avventura irripetibile senza lottare. Ma i mulini a vento sono quello che sono. Quando, ai primi del 1970, ascoltò il vinile di Long and winding road e si rese conto dello scempio che Spector-il-pazzoide aveva fatto sulla sua musica, semplicemente capì che non era più cosa. Si prese poi lo sfizio di annunciare al mondo la fine della band, un atto forse subdolo ma figlio della frustrazione. Un altro luogo comune lungo come la fame è il fatto che le sue opere soliste siano delle schifezze. Certo, lo shock da scioglimento può portare a Wild Life, ma due anni dopo anche a Band on the Run. Gli album degli Wings, dileggiati all’uscita, hanno opportunatamente subito col tempo una revisione critica che ne ha riconosciuto il vero valore. E gli altri? Andatevi a riascoltare i dischi di McCartney degli ultimi cinque lustri, diciamo da Flowers in the dirt a Flaming Pie, da Driving Rain a Memory almost full, passando per Chaos and Creation in the Backyard, datato 2005, il capolavoro assoluto; commuovetevi per Friends to go o English Tea e liberatevi dal pregiudizio.

Settant’anni costantemente sotto i riflettori, più di Dylan, che li ha compiuti da un anno, o di Jagger, che li compirà l’anno prossimo. Anche per i quasi trent’anni di matrimonio con “The lovely” Linda Eastman, interrotti da un tumore e non da quelle separazioni milionarie tipiche delle unioni tra vip. Pratica solo rimandata al 2006, grazie alle nozze sbagliate con Heather Mills; ma Paul è, evidentemente uno che all’amore ci crede, così ci ha riprovato: il 9 ottobre (questa data mi ricorda qualcosa) 2011 ha sposato Nancy Stivell. E se ci crede lui, figuriamoci se non ci credono le mogli, che sposano una banca vivente.

Settant’anni, infine, in cui a parlare per lui è stata la musica. Se c’è qualcosa su cui non si potrà mai discutere, è l’abilità del musicista McCartney. E i suoi live restano degli happening in piena regola. Andatevi a rileggere la cronaca entusiasta del ns.collega Signorelli sul live di sette mesi fa a Milano. Happy birthday, allora, Sir Paul.

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Sotto il palco

Paul McCarney concerto MilanoQuesta non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.

L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.

Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.

Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.

Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.

Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.

Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.

Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).

Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.

Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.

Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.

La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.

Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.

L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.

 

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Pubblicato in Rock
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