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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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Verità nascoste è l’opera che più compiutamente fotografa l’essenza rock-prog delle Orme. L’innesto fondamentale è quello di uno strumento, la chitarra, che, a differenza del precedente album, Smogmagica, non stravolge l’anima melodica del complesso, ma ne affina e completa la natura. Dove l’anno prima, la ruggente presenza di Tolo Marton aveva impresso un’impronta hard-rock al sound delle Orme, in Verità nascoste il nuovo chitarrista, Germano Serafin, che entrerà più stabilmente nella line-up, duetta paritariamente con le imprescindibili tastiere di Pagliuca allargando gli orizzonti musicali della band veneziana. Naturalmente il risultato è assolutamente convincente, probabilmente il lavoro migliore della loro intera discografia.

 

Insieme al concerto, l’opener del disco, è un esempio esaustivo dell’ equilibrio raggiunto: situazioni armoniche differenti, concatenate in sequenza, in cui chitarra e tastiera s’alternano alla barra di comando in una vera dichiarazione d’intenti. In ottobre riporta parzialmente alla cupezza di certi toni di inizio decennio, penso ad esempio a La porta chiusa, con Tony leader incontrastato e solo brevi ma acute puntualizzazioni solistiche di Serafin. In un ambito così rigoglioso di suoni, c’è spazio per l’oasi quieta della title track. Verità nascoste, è puro frammento di poesia, sostenuta dalla sola acustica ed ingentilita nella seconda parte dal flauto traverso ed un quartetto d’ archi, mentre le parole suonano vagamente nostalgiche per la purezza d’ un passato che non tornerà. Brano da parificare alle più elevate espressioni madrigali d’oltre manica. Un avvolgente riff in minore riporta tensioni palpabili nella successiva Vedi Amsterdam, pezzo con cui torna a fare capolino la denuncia sociale cui l’ex trio di Marghera non ha mai del tutto rinunciato, allontanando del tutto l’opera dalle atmosfere bucolico-pastorali, classiche del genere.

 

E il singolo prescelto per il lancio non si discosta dal trend generale: Regina al troubador non presenta la minima concessione alla commercialità (E nemmeno all’orecchiabilità, motivo per il quale era probabilmente stato escluso dall’album il singolo precedente, Canzone d’amore, prima traccia della band caratterizzata dalla presenza di Serafin), un testo oscuro quanto basta su un altro soggetto “difficile” e il tono basso di Pagliuca nel bridge, che se non è una primizia poco ci manca.

 

Non manca il tocco di allegra follia di Radiofelicità, confessioni di un radio maniaco che chiude agli altri il suo esclusivo mondo di magico ascolto, gonfio di effetti dissonanti. (Con una frase rivelatrice: “Non devi sforzarti di cercare di capire / se passo i miei giorni ad ascoltare il mondo”, d’attualità sconcertante trentacinque anni dopo). Tastiera ponderosa per la pressante, eccitata, I salmoni, il proclama ideale a sdoganare sogni, utopie, un coraggio celato dietro le mortificazioni di una realtà opprimente. E gli eccellenti stacchi disarmonici di basso e batteria (In questo album Michi dei Rossi raggiunge forse le più alte vette del proprio virtuosismo) rappresentano forse gli sporadici momenti di mesto ritorno alla realtà stessa.

 

Il grande ritorno da protagonista di Germano Serafin è colto dalla canzone di chiusura dell’ opera, Il gradino più stretto del cielo; un riff struggente ad aprire ed un sostenuto assolo a chiudere. (Quello stesso riff è piaciuto molto anche a Phil Collins, a giudicare dall’ascolto di Misunderstanding, edita quattro anni più tardi, che ne presenta uno di spiccata, curiosa somiglianza).

 

Verità nascoste rappresenta il momento più elevato dell’ intera produzione delle Orme, in quanto è l’unica occasione in cui interagiscono due fattori fondamentali: equilibrio stilistico e materiale impeccabile. Proprio a livello di tracks la fatica seguente, Storia o leggenda appare leggermente più debole, mentre nel biennio ’ 79-’80 vedranno la luce due celebri opere in cui musica da camera e folk si amalgamano in contaminazioni disorientanti e seducenti. Dopo quel periodo, l’età significativa delle Orme, sfiniti da crisi artistiche, defezioni e litigi, sbiadisce, è proprio il caso di dirlo, progressivamente.

Pubblicato in Recensioni dischi

Edito nel momento in cui la golden age del prog europeo (Italia compresa) andava malauguratamente sbiadendo, sfiancata dall' ondata punk prima e disco poi, questo nono album degli Yes, Tormato, nasce con un doppio, ambizioso fine. Quello di proseguire comunque una tradizione che l'anno prima aveva inanellato un nuovo, considerevole tassello con Going For The One, senza rinunciare ad arricchire la fortunata vena di pezzi brevi e potenzialmente scalatori di charts, inaugurata da Wonderous Stories, estratta proprio da quel penultimo lavoro.


Il primo di questi due passi viene portato a compimento aggiungendo alla sonorità  peculiarmente seventy della band una ventata di toni nuovi, che strizzano l'occhio alla new age, come salta all' orecchio dall'ascolto della opener Future Times, creativamente l' unica espressione collettiva del gruppo, quasi a dimostrare una precisa unità  d'intenti nel procedere verso una direzione del genere.


Sempre in questo settore, più classicheggiante suona un brano come Circus Of Heaven, colmo di visioni oniriche, divinità , animali e personaggi fantastici, il «circo» del prog riproposto nella sua eccezione più tipica e forse talvolta un po' kitsch.



La più peculiare messa in pratica del secondo scopo è la presenza del potente stomp animalista di Don't Kill The Whale, che gioca le sue carte in cento secondi, dando poi ampio spazio alle articolate scale di Steve Howe seguite dai gotici arzigogoli di Wakeman (e da un ridondante corettino inserito nel finale). Il rinnovamento in corso s'arricchisce d'un senso di «spazialità », che pervade l'intera opera, con particolare riferimento in alcuni testi (Arriving UFO o Madrigal) e in certi arrangiamenti (Future Times/Rejoice). Non mancano raccolti momenti di devoto lirismo, come la succitata Madrigal, nostalgica ode a un' anima pura che «ci guidi verso un era nuova»(!), cui l'harpsicord e la chitarra spagnola forniscono un delicato tappeto pastorale. Oppure Onward, il momento in cui le luci convergono su Chris Squire per il suo raccolto canto di amore, dove non c'è nulla da sviscerare, da iperprodurre: solo una melodia riflessiva su poche semplici, intime righe.


Spazio a parte per Release Release, atletico rock caratterizzato da nutrite variazioni di tempo, il cui refrain è introdotto da uno snello giro tricorde, e che avrebbe regalato agli Yes una hit minore in madrepatria. Atmosfere da stadio per un consistente solo del drummer Alan White, prima che Squire e Howe riportino il brano sui binari iniziali, una delle manifestazioni più convincenti di Tormato.



Meglio anche del finale, On The Silent Wings Of Freedom, cooperazione Anderson/Squire, che associa frenetiche modernità  (con dilatato uso del wah-wah), ad un pensoso intermezzo che pare riecheggiare perdute tracce psichedeliche.



All'epoca fans e critica avevano storto il naso sino quasi a spaccarselo di fronte a quest'album, adducendo ad esempio imprecisioni di produzione (come il timbro del basso di Squire, meno robusto del solito), oppure il mancato sviluppo, in qualche caso, delle buone idee che germogliavano in studio. In effetti certo materiale avrebbe potuto prendere una direzione più compiuta e omogenea, (Vedi Don't Kill The Whale o anche Circus of Heaven). Senza contare che il 1978 vedeva serpeggiare piccole tensioni nell'ambito della band, che trovavano spunti di disaccordo persino sulla sede delle registrazioni. Il futuro riserverà  qualche mutamento nella line-up.


Ma Tormato resta un'opera in grado di reggere il passare del tempo e delle mode; il gruppo si ricicla decorosamente da alfieri del rock progressivo al rock puro e semplice, (come diverrà  lampante negli anni ottanta) e il risultato è almeno discreto, purchè non ci si attenda più, in futuro, un nuovo Fragile o Close To The Edge. (La versione rimasterizzata »“ 2004 »“ di Tormato contiene ben otto canzoni aggiuntive, di cui la più pregevole è la deliziosa Abilene, all'epoca pubblicata come retro del singolo Don't Kill The Whale).

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