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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Come omaggio ai primi 70 anni dell'oscuro chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page o forse Zoso, vi riproponiamo questa bellissima storia di musica scritta da Cesare Romana. 

Se sapesse l'italiano, son sicura che apprezzerebbe.

Leggi la Storia di musica n. 5 - Jimmy Page

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L'ambizioso doppio album della svolta, per un gruppo più volte considerato come la "definite heavy-metal band" e che riesce in quest'occasione a dimostrare in misura incontrovertibile la propria brillante versatilità. Un disco che ispeziona a fondo le sfaccettature multicolori del rock, regalando veri capolavori, tanto differenti fra loro quanto parimenti affascinanti.

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IVANO FOSSATI

www.ivanofossati.com

Luogo: Teatro Strehler, Milano
Data: 19 marzo 2012
Evento: Decadancing Tour

 

C’è un’intrigante schizofrenia, quasi un gradito ossimoro quando il congedo d’un grande artista assomiglia piuttosto a un ritrovarsi, la melanconia di un addio svela la speranza d’un arrivederci e così è stato nel concerto ultimo di Ivano Fossati, che nel teatro intitolato a Giorgio Strehler ha annunciato il suo non negoziabile ritiro dalle scene. Due ore di commozione ma senza dolore, anzi sorridenti, con guizzi d’autentica festa: così il pubblico milanese ha salutato uno dei protagonisti più colti, ispirati e soprattutto più schivi, e anche perciò più amati della nostra canzone d’autore.

Il quale ha ricambiato tracciando, per l’ultima volta, l’autoritratto d’un autore-interprete rigoroso, austero e tuttavia ben più comunicativo di quanto implichi la nativa, ligustica renitenza all’ammiccamento. Con un passato creativo insidiato da qualche intellettualismo, ma senza che l’intensità ne risenta più di tanto. E nell’ultima tratta, da Lampo viaggiatore in poi, svoltato verso una semplicità molto accessibile, e tuttavia meno prodiga di genialità. Forse meno ispirata, ma mai disponibile alla frivolezza.

Con questo curriculum alle spalle il “Viaggiatore d’occidente" si appresta a partire per un viaggio che sarà, d’ora in poi, rigorosamente privato, niente più microfoni e platee plaudenti. Ma intanto ecco riaffacciarsi sul palco capolavori lontani (VentilazioneUna notte in Italia, La musica che gira intorno) e pagine recenti, da La decadenza a Quello che manca al mondo, tuttora attualissime le prime, un po’ pleonastiche le seconde ma che importa: la classe dell’autore, la sua chitarra versatile, il suo pianoforte impressionista e la sua band – molto complice, organizzata e capitanata da Piero Cantarelli – non rinunciano a rifulgere. E spesso a commuoverci, ché Ivano Fossati è artista per niente incline all’impudicizia emozionale, e tuttavia sempre disponibile all’emozione profonda, seppure discreta.

Di più: ecco un concerto che oltre a elargire vibrazioni autentiche non rinuncia a essere anche piacevole. E vario: ché il suo fluire s’agghinda di citazioni preziose, Bach (al violoncello di Martina Merchiori) e Boris Vian (Le déserteur), i Led Zeppelin e il minuetto settecentesco, i Procol Harum e il Medio Oriente. Con momenti di contagiosa squisitezza “sociale”, come Mio fratello che guardi il mondo dove il tappeto di dissonanze non compromette la purezza della melodia, e Stella benigna, la ragazza irachena sfuggita a Saddam Hussein, storia vera.

Insomma c’è in tutto il concerto un senso molto fossatiano del viaggio tra solitudini e latitudini diverse, ma intime, luoghi dell’animo più che della geografia. Donde il simbolismo volatile che alimenta via via Lindbergh («E la voglio fare tutta questa strada/ fino al punto esatto in cui si spegne»), L’orologio americano, Ho sognato una strada nonché, sempre più magiche, Ventilazione, I treni a vapore, La pianta del tè. Con inflessioni che apparirebbero, d’acchito, privatissime, ma nel progredire dell’ascolto sfoderano un’oggettività che le fa diventare di tutti: La costruzione di un amore, per esempio, raramente così toccante. Ora certo la canzone italiana perde uno dei suoi grandi. Un talento non certo minore, se uno stuolo di cantanti e cantantesse, da Celentano a Mina eppoi De Gregori, De André, Patty Pravo, e ancora le Berté, Mannoia, Zucchero hanno attinto alla sua vena sghemba, refrattaria alle “piccole cose rassicuranti”, diceva Dalla, della canzonetta usa e getta. Alla levità futile della cosiddetta musica leggera: ché se di leggerezza s’ha da parlare, in Fossati, non è certo quella della dell’esilità, dell’occasionalità, della banalità programmatica: ed ecco perché il suo canto scabro, i testi asciutti eppur complessi, le musiche armonicamente inconsuete e mai biecamente orecchiabili hanno resistito sulla ribalta per quarant’anni.

Ed è anche per questo che l’arte di un moderno trovatore può congedarsi dal pubblico senza però abbandonarci: perché nulla c’è di meno transeunte della genuinità pregnante e della profondità pudica, che sono tra i tratti salienti del canzoniere di Ivano. E il concerto ce lo ha rammentato, pur nell’ampiezza di un arco cronologico che va dai fecondi anni Settanta a questo oggi di ambigue restaurazioni politiche, insicurezze sociali, sgomenti esistenziali, ribellismi velleitari.

 

 


 

MUSICISTI

 

  • Pietro Cantarelli (produzione artistica e arrangiamenti, pianoforte, tastiere, Hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce)
  • Claudio Fossati e Andrea Fontana (batteria e percussioni)
  • Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola)
  • Fabrizio Barale (chitarre elettriche e acustiche, voce)
  • Max Gelsi (basso elettrico e acustico)
  • Martina Marchiori  (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere, percussioni)
  • Mercedes Martini (voce recitante).

 

Pubblicato in Cantautori

"Page Satàn, page Satàn aleppe"

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Una scrittrice, Ellen Sander, ne attestò «lo sguardo febbrile e miserabile, che rende le quindicenni perverse», altri lo descrissero capace di resistere, senza un'ora di sonno, per giorni e settimane. Secondo gli agiografi fu Satana, nientemeno, a scatenare nel suo corpo malato una vitalità fuori norma e un talento iperbolico. E precocissimo: a sedici anni Jimmy Page, poi chitarrista e genio dei Led Zeppelin, già stregava le platee nei teatrini del Middlesex, dov'era nato da James, impiegato della Raf, e Patricia, segretaria d'un medico.

Era il '44, nel cielo britannico infuriavano gli Zeppelin e Jimmy, detto Pagey, s'inoltrò in un'infanzia senza amici, ché «la solitudine, se ai più fa paura, a me dà sicurezza». Gli regalarono una chitarra spagnola e Buddy Holly, James Burton, Bert Jansch furono i suoi primi modelli, Jeff Beck e Eric Clapton i primi sodali. Frequentò soprattutto il blues, che ammaliava Londra con Alexis Korner, John Mayall, Cyril Davies. Di Robert Johnson, icona di tutti i bluesmen del Delta, amò soprattutto un verso, «Salve Satana, è l'ora di andare». Poi, da una biografia ottocentesca, apprese che Nicolò Paganini, il sommo violinista, «aveva ottenuto dal demonio il proprio genio, in cambio di un'anima già abbastanza dannata». Da Goethe scoprì che Mefistofele aveva sedotto Faust impugnando violino e archetto, e come un Paganini rinato imparò a suonare la chitarra con l'arco, traendo dal Mi acuto stridori e lamenti d'un inferno virtuale, dal Mi basso borborigmi e cachinni d'un Ade venturo.

Le bubbole che ogni tanto si scrivono, o dicono, sui nessi tra rock e satanismo, lo intrigarono e lo lusingarono. Suonò in vari gruppi, fu musicista di studio - "pistolero mercenario", si definì, civettuolo - per i Them di Van Morrison, gli Who, i Kinks, Johnny Halliday. Per comprarsi una chitarra elettrica, e coronare il suo sogno al crocicchio tra Les Paul, Django Reinhardt e Jimi Hendrix, fece lo strillone e il lavavetri, l'autostop lo portò in Scandinavia e di là un viaggio in India lo condusse tra poeti del mantra e incantatori di serpenti. Tornò stremato nel fisico, ma con molte idee in più. A diciott'anni entrò nei Crusader e svenne al primo concerto, malato com'era di bronchi e d'inedia. Ristabilitosi alla meglio, suonò con Sonny Boy Williamson, un maciste di muscoli e blues, e del grande maestro lo incantò il sarcasmo saturnino, la costante ubriachezza, le imprese mirabili che gli si attribuivano: come l'avere incendiato un albergo di Birmingham, arrostendo un coniglio in una caffettiera.

L'ingresso negli Yardbirds svelò un Page «ispirato, gentile, servizievole - fu detto - almeno finché l'ego non si mise di mezzo». Un barcone ormeggiato sul Tamigi fu la sua casa, e là vuole la leggenda che Lucifero andasse a trovarlo, in una notte doverosamente tempestosa, porgendogli un contratto in caratteri runici e una penna intinta nel sangue. Fu poco dopo che nacquero i New Yardbirds, poi divenuti i Led Zeppelin. Jimmy reclutò il bassista John Paul Jones, timido e colto, e Robert Plant, un marcantonio in camicie di pizzo e boccoli biondi, innamorato di saghe celtiche e chanson de geste. Poi arrivò John "Bonzo" Bonham, che aveva costruito la sua prima batteria con un bidone di sali da bagno, una lattina di caffè e alcune pentole, foderandola di carta stagnola per farla crepitare come uno Sten. Una filastrocca del tempo di guerra - «Vola, Zeppelin, brucia l'Inghilterra» - suggerì il nuovo nome del gruppo, le utopie escatologiche di Plant sposarono, per la legge degli opposti, gli estri sulfurei di Page e il successo non tardò. Tour trionfali, festini bislacchi e morbosi, droga, alcol, tumulti scandirono la neonata celebrità. L'America adottò i nuovi divi, William S. Burroughs coniò per loro la definizione di heavy metal e Page la rispedì al mittente, protestando: «Non siamo dei fracassoni, ci attraggono la luce e l'ombra, il dramma e la versatilità». Attratto da tanto talento Elvis Presley li ricevette coprendoli di monili preziosi, e volle intonare con loro Treat Me Like a Fool. In Vietnam, i marines incalzavano i vietcong al ritmo di Whole Lotta Love, il primo hit del quartetto: «Ti darò il mio amore, baby/ vuoi tutto quanto il mio amore?».

Fu all'alba degli anni Settanta che Jimmy lesse, per caso, un libro di Alesteir Crowley, il papa dei satanisti. Alpinista, mago, grande affabulatore costui si diceva capace di cancellare la propria immagine dagli specchi, di resuscitare plotoni di demoni perché lo assistessero nei suoi duelli, di dialogare con la testa d'un uomo decapitato, che di notte rotolava per le sue stanze. Predicò il culto di Toth e di Horus, «per ricreare lo Spirito ucciso dai preti», asserì che «l'amore è degradazione e dannazione», viaggiò tallonato da creditori e polizia. W.B. Yeats lo cacciò personalmente da un'associazione esoterica, la Sicilia lo bandì dopo che lui vi aveva creato l'"abbazia rustica di Thelema", e morì nel '47, a Brighton, sopraffatto dall'asma e dallo sfacelo dei bronchi.

Page acquistò Boleskine House, vicino al lago di Lochness, dove Crowley aveva abitato, e la tramutò in tempio: la riempì con i libri del guru, i suoi tarocchi, le tuniche da druido che Alesteir aveva indossato per officiare i suoi riti. Un satanista famoso, Charlie Pierce, fu incaricato di arredare la villa, la disseminò di simboli apocalittici e leggiadrie floreali, occultò il montavivande in un antico confessionale. Quanto a Pagey, fece suo il motto di Crowley, «fà quello che vuoi, è il solo modo di essere», e vi sovrappose le parole che William S. Burroughs, il meno candido tra i poeti della beat generation, aveva dedicato proprio ai Led Zeppelin: «Far musica vuol dire rifornirsi alle fonti dell'energia magica, e può essere pericolosissimo». Dal tutto, poi, ricavò una sintesi folgorante: «Vivo rischiando, la prudenza mi è impossibile, l'esistenza è una danza sul ciglio del baratro».

Non gli difettò la coerenza: ingaggiò John Bindon, gangster e omicida, lo insignì del titolo di Primo Assassino e gli affidò il servizio d'ordine dei Led Zeppelin. Dell'ondata punk, che invadeva l'Europa con la sua rozza irruenza, disprezzò tutto tranne un gruppo, i Damned, il cui nome evocava panorami infernali e il cui "carisma negativo" lo sedusse. Si cimentò in sortilegi irrorati dal sangue di pipistrello, e forse lo inorgoglì la torva nomea che il suo satanismo gli andava creando. Né mancarono i pretesti: un guardiano di Boleskine House finì suicida, un altro impazzì e tentò di sterminare la propria famiglia, Bonzo morì nell'80, dopo una notte irrorata da quaranta bicchieri di vodka. Morirono ancora un fotografo amico di Page, l'ex Yardbird Keith Relf, un altro amico e il figlioletto, cinque anni, di Robert Plant. Tutto questo fu addebitato alla magia nera, che Page praticava e poi smentiva, senza persuadere nessuno.

Le sue amanti lo descrivono, invece, tenero e cavalleresco, più simile ad un principe azzurro che ad un vicario di Satana. Charlotte, una modella francese, lo amò fino a dargli una figlia, Miss Pamela, scafata regina delle groupies americane, attestò: «Mi fa sentire una principessa, è soffice e pudico come una gemma di rosa». Lori Maddox, che gli si diede a quattordici anni, raccontò: «Ci vedevamo e piangevamo a dirotto, tanto eravamo felici. Poi l'eroina lo ha rincretinito». E forse fu a causa dell'eroina, e d'un delirio protrattosi per almeno un decennio, che alla fine Pagey crollò, non riuscendo più ad assegnare un metodo alla propria follia: «Fornisce un esempio perfetto di magia impazzita - accusò il regista Kenneth Anger -: non riuscendo più a comprenderla, gli è impossibile sopportarla». Lui, melanconicamente, confermò: «Ho impiegato anni cercando un angelo con un'ala spezzata, ho inseguito il canto d'un cigno che muore, che è il suono più bello mai esistito. Ora m'aspetta un monastero, o un manicomio: per impazzirvi in pace».

Quando Bonzo morì, per due anni Page affondò nel silenzio. Ne riemerse suonando Chopin a un concerto benefico, Clapton e Beck, presenti, lo trovarono «scheletrico, rinfrancato, buffonesco». Annunciò d'avere ripudiato l'eroina, ma fu arrestato due volte per fatti di coca. Nell'84 escluse di voler rifondare i Led Zeppelin Plant ribatté definendolo «il Wagner della Telecaster, il Mahler della Les Paul», e l'anno dopo si ritrovarono, sul palco del Live Aid, per offrire a un miliardo di telespettatori un dagherrotipo  di quello che erano stati. Un tour e un buon disco tentarono invano di restituire a quel dagherrotipo i colori della realtà: mancava la convulsiva passione d'un tempo, l'empito mistico, l'ossessione faustiana.

Oggi si parla sempre meno di Pagey, che il 9 gennaio compirà sessantotto anni. Paul McCartney lo definisce «una reliquia, che ricorda un tale di nome Jimmy Page», gli agiografi raccontano, con qualche rammarico, d'un uomo ricco, solo e in pace col mondo. Forse è stato lui, a stancarsi di Satana. O forse ha ragione Georges Bernanos: il diavolo è un amico volubile, «mai che rimanga con te fino in fondo».

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