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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Venerdì Dicembre 02, 2022
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Sotto il palco

Paul McCarney concerto MilanoQuesta non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.

L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.

Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.

Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.

Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.

Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.

Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.

Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).

Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.

Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.

Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.

La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.

Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.

L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.

 

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Pubblicato in Rock

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