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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Sogno n. 1 - Fabrizio De AndreLui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel testo l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

Pubblicato in Riflessioni

FRANCO BATTIATO

www.battiato.it

Luogo: Villa Reale, Monza (MB)
Data: 20 luglio 2011
Evento: Tour Up Patriots to Arms
Voto: 9,5


«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?

Non c'è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un'anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell'intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell'arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.

Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell'autentico rock 'n' roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.

Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un'altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato - e io è da 30 anni che l'aspetto questa terza linea).

Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un "tarantolato" Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone.  Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J'entends siffler le train è sublime.

Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.

Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto  e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell'amore, L'era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.

Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente "bis": L'animale, Stranizza d'amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l'acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.

Pubblicato in Rock
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