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Giovedì Marzo 26, 2026
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Giunti alla loro quinta pubblicazione discografica, i Simple Minds raggiungono la consacrazione internazionale grazie al loro lavoro più variegato ed acclamato, non senza ragione: New gold dream 81,82,83,84.

 

Someone somewhere in summertime mette subito in tavola le chiavi dell'opera: dolcezza di melodie, (il delicato arpeggio che la introduce e l'accompagna per l'intera sua durata), e fiorente energia (l'incedere marziale del bridge e del refrain): new wave applicata, potremmo dire, a canoni più classici del rock. Da parte sua, Kerr espleta i cardini fondamentali del “sogno d'oro” in un'atmosfera di sognante intimità: “Somewhere there is some place, that one million eyes can't see; and somewhere there is someone, who can see what I can see".

 

Promised you a miracle dissemina di stacchi controtempo un sentiero perennemente in bilico tra grande speranza e greve disillusione, “Life mirrors a cure/ Everything is possible - With promises” ed è uno dei più brillanti esempi della coesione armonica tra Burchill e MacNeil; purtuttavia, il top è l'eccellenza di Glittering Prize, la proposta più perfetta della band nei suoi pochi anni di vita. Un pop rock echeggiante paradisi beatlesiani che nei tecnologici primi anni ottanta parevano già desueti; il testo pare alludere a una sorta d'amore universale, con gli usuali riferimenti all'età dell'oro che questo lavoro annuncia nel titolo.

 

Ed a proposito di titoli, la title track, New gold dream 81,82,83,84 è cesellata integralmente su un unico, avvolgente riff di tastiera, ed è uno degli esempi più peculiari di come lo stile della band stesse affinandosi, con la sua bella parte di batteria piena e in quattro quarti e gli arzigogoli di Charles ad abbellirne gli effetti. Ancora, il sogno in primo piano, fantasie, estatiche presenze, momenti irripetibili.

 

C'è una track che, curiosamente, non ha riscosso l'approvazione che avrebbe meritato. Un semplice giro di tastiere, valvolate di snap bass e feedback di chitarra a spot per i cinque minuti di durata: eppure Big sleep fatica a raggiungere un successo mainstream, forse surclassata dall'immediatezza dei brani succitati. E' comunque un chiaro segnale indicatore del progredire della ricerca stilistica dei nostri, che include anche liriche sorprendentemente mature: “We were on the top and the world was spinning/We were only young in the whirlpool warning..”.

 

Non mancano, tuttavia, e la carta d'identità lo sta a giustificare, momenti di maggior leggerezza: i ragazzi, memori della lezione-Kraftwerk, che aveva già influenzato le loro primissime produzioni, si lasciano andare prima nell'assolutismo ipnotico di Colours fly and Catherine Wheel, che pare una outtake di Life in a day, poi nella cavalcata strumentale di Somebody up there likes you, sincopata ed ariosa allo stesso tempo.

 

I sette minuti finali di King is white and in the crowd, un'altra proposta notevole, presentano liriche che paiono precorrere i tempi futuri del Melting pot, Kerr parla d'Africa, di civilizzazione e movimenti transoceanici e la canzone prende gradatamente corpo e forza ritmica, grazie al drumming potente di Mel Gaynor, che non a caso dopo questo album verrà assunto dalle Menti Semplici in pianta stabile.

 

Hunter and the hunted, che vede la presenza a sorpresa di Herbie Hancock, ricerca più l'atmosfera che un effetto fulmineo, con gli arrangiamenti orientaleggianti forniti dalla coppia Burchill-MacNeil, mentre il buon Jim conferma il trend con gli accenni al Giappone e la frenesia tipica della giovane rockstar: “Only with you/Life moves so fast”.

 

Un sogno d'oro che spazia a trecentosessanta gradi, dunque, e porta la band scozzese al loro disco più convincente in cinque anni di carriera, inaugurando il successo mondiale che li accompagnerà lungo l'intero corso degli anni ottanta, e per gran parte del decennio successivo.

 

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