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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Freddie MercuryEra il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

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Duetto tra Michael jackson e Freddie MercuryDev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce...un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
«Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato - di nuovo nella mia immaginazione - già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.

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Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.

In ogni branca dell'arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d'altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un'onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.

 

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Il nuovo album dei Queen, The Singles Collection, vol.4, sarà divulgato il prossimo 18 ottobre dalla Parlophone. E’ la 14esima pubblicazione relativa al gruppo, fatta salva la parentesi di Paul Rodgers + Queen, dalla dipartita di Freddie Mercury, nel novembre del 1991. Con il leader in vita, compreso il postumo ma da lui inciso Made in heaven, la band s’ era fermata a 19, e non c’è ragione per non pensare che questa quota verrà superata a breve.

Ben tre invece le uscite discografiche per John Lennon in questo suo indaffarato 2010. Tutte il 5 ottobre, tutte per la Capitol: Gimme Some Truth, Power To The People: The Hits, John Lennon Signature Box. Il prolifico ex-baronetto approda così alle pubblicazioni numero 15, 16 e 17. Dopo la sua morte, s’intende.
Le forme? Le solite: platinum collection, greatest hits, absolute greatest (!), classic, live, legend, unplugged, acustic, very best, box sets con foto, interviste, video, multimedialità e via discorrendo.

Questo articolo è una semplice elencazione di numeri e date con l’intento di ribadire un’ovvietà: il mito è una gallina dalle uova d’oro che non va mai in menopausa, un’eterna mucca da latte, una schedina di superenalotto che dà sempre sei. Superfluo forse a questo punto sarebbe il ribadire l’assoluta inopportunità di questi dischi. I Queen di Mercury non ci sono più, prendetevi il Paul Rodgers al limite, ma lasciate stare le “ultime uscite dei Queen con Freddie.” Per non parlare di Lennon, che quest’anno compie i trent’anni di carriera da morto contro i venti che ha avuto da vivo. E non venitemi a raccontare le balle degli inediti, che sono comunque sempre in numero irrilevante rispetto ai soliti mega hits ripresentati all’infinito. Se l’artista aveva deciso di lasciarli inediti, ci sarà stato un motivo. Così come c’è un motivo, misero ed indistruttibile, per ingolfare di continuo il mercato con le “nuove” opere dei nostri.

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