L’album di debutto dei californiani Quicksilver Messenger Service arriva nel maggio del 1968, ossia quando il gruppo si è già creato una solida fama di acid band sui palchi della west coast e non solo. Ma l’opera omonima non presenta unicamente sonorità psichedeliche e tonalità caleidoscopiche, pescando anche con profitto nel folk rock e nel ryhthm’n’ blues. L’omaggio ad Hamilton Camp che apre il disco, ossia Pride Of Man, ne è gustoso esempio: la slide guitar dell’ indimentcato John Cipollina modella un sontuoso urban sound tutto riflessione e saggezza esistenziale. Light Your Windows, primo pezzo originale, parte con atmosfere quasi da pianobar e toni da singer confidenziale, per poi trasformarsi a metà strada in fantasiosa blues – jam, inopinatamente troncata prima dei tre minuti di vita. In tutti i casi lunga abbastanza da mostrare la padronanza degli stili e la versatilità dei nostri, ansiosi forse di non farsi ingabbiare in un pericoloso clichè. Segue Dino’s Song, di Dino Valenti, che è membro fondatore dei QMS, ma in questo caso presenzia solo come autore. Assente giustificato, in ogni modo, dato che stava scontando una condanna per droga nelle patrie galere. Rientrerà più o meno a breve, nel frattempo concede in usufrutto agli altri un esercizio frizzante ed energico, memore certo più dei Kinks che dei Soft Machine, ma utile a ribadire l’elevato standard qualitativo dell’opera.
Nella seconda parte di Quicksilver Messenger Service, ampio spazio viene riservato a risonanze più prettamente ryhthm’n’blues. Archetipo più rispondente al genere è la strumentale Gold And Silver, con le chitarre di Gary e John a dividersi la scena senza negarsi intriganti parti solistiche più tendenti al lisergico. Ciò che colpisce in musiche di questo filone è la totale o quasi assenza di tastiere, il che è un segno distintivo abbastanza evidente nei confronti dei colleghi d’oltre oceano. E qualche volta le tracks avrebbero forse potuto trarne simpatico abbellimento, ma il livello della resa pare non risentirne. Una breve traccia di pianoforte colora il finale di It’s Been Too Long, scritta dal produttore Ron Polte, che s’allinea melodicamente a Gold And Silver.
Spetta all’imponente numero di chiusura, ovvero The Fool, oltre 12 minuti, ad assegnare a quest’album l’impronta acid per la quale è maggiormente, ma non del tutto a ragione, ricordato. Nella sua complessa struttura, la canzone esprime fin da principio gli schemi melodici più variegati, spesso deliziosamente dissonanti, con sfumature armoniche riflessive e davvero poetiche. La ritmica, gli stacchi, sono sempre sostenuti dal gran lavoro delle chitarre, lasciando batteria e percussioni misteriosamente in secondo piano. Echi, slides e distorsioni affollano poi la seconda parte di The Fool, vestendolo della più classica ed attraente matrice psichedelica. E qui si fa strada il cantato, che conduce il pezzo per metriche via via più intricate, ornato da cori celestiali. In totale un’espressione ostica, decisamente anti-commerciale e dal fascino discreto, quindi una vera manna per i tanti appassionati del genere.
Un esordio insomma convincente. L’età dell’oro, per questi ragazzi, sarebbe proseguita ancora per poco, tuttavia. Avrebbero condotto una carriera discontinua per tutti gli anni ’70 con continui rimescolamenti di formazione, partenze e ritorni, problemi con la giustizia ed altro ancora. La riunione della band del 2006, con i soli membri fondatori sopravvissuti, ossia Freiberg e Duncan, più nuovi innesti, non ha portato alla produzione di nuovo materiale originale, ma solo a concerti e dischi live, ma ogni continuità è definitivamente persa.