Ebbene sì, stiamo parlando dello stesso Slash, al secolo Saul Hudson, ex-chitarrista dei Guns n’Roses, ex-fondatore e leader degli Slash's Snakepit e ancora ex-chitarrista dei Velvet Revolver.
Lo stesso Slash che da anni, su per giù una quindicina, graffia con la sua Les Paul le membrane degli altoparlanti di mezzo mondo, con quel suo inconfondibile mix di rock e blues fatto di riff aggressivi e assoli ora folgoranti ora struggenti, il suo sound pieno, l’inseparabile cilindro e la classica posa plastica a gambe divaricate. Dove stanno dunque l’eclettismo, la creatività, in parole povere le novità?
La risposta sta in Slash, inteso come titolo del primo vero album solista pubblicato dall’omonimo chitarrista alla fine dello scorso marzo. Quattordici pezzi interessantissimi che vedono la collaborazione di un bassista e un batterista fissi oltre a ben sedici diversi artisti (17 con Koshi Inaba, presente nella bonus track per il solo mercato nipponico) che si alternano al fianco di Slash. Benché i brani in sé, salvo qualche piacevole eccezione, non brillino per originalità, la lista degli ospiti è talmente variegata che non si può non morire dalla curiosità di passare con nonchalance dall’ascoltare Ozzy Osbourne seguito da Fergie dei Black Eyed Peas oppure Adam Levine dei Maroon 5 seguito da Lemmy Kilmister dei Motorhead ma soprattutto di sentire come la chitarra e il sound di Slash si sposino con stili e personalità musicali distanti anni luce tra loro.
Mentre nell’opening track Ghost, nata dalla collaborazione con Ian Astbury (cantante dei Cult) e il vecchio socio Izzy Stradlin questa convivenza è abbastanza scontata, i due pezzi seguenti ci regalano già le prime sorprese: se in Crucify The Dead, scritta e cantata da Ozzy, a stupire sono le sonorità cupe e un assolo che è più un lamento, in Beautiful Dangerous ci sorprende proprio la scelta del partner, la graziosa (per essere dei gentleman!) cantante dei Black Eyed Peas. Risultato? Un pezzo in classico guns-style, dalla struttura semplice e immediata, che mette però in risalto una voce, una grinta e un’attitudine rock di Fergie finora sconosciute; si ha l’impressione che se Axl fosse stato donna avrebbe cantato così!
Altra collaborazione molto ben riuscita è quella con Myles Kennedy, il fenomenale cantante degli Alter Bridge. Tanto ben riuscita che Myles si è guadagnato il posto come frontman per tutte le date del tour mondiale al fianco di Slash ed è riuscito a piazzare due canzoni nel disco, Back From Cali e Starlight. La prima, ruvida e cadenzata, e la seconda disperata e trascinante, sono tra i brani più belli dell’intero cd, ben curati e scritti per far sì che la chitarra e la voce si potessero intrecciare in un’unica, potente melodia.
Di pari intensità e impatto è By The Sword, pezzo uscito come singolo per anticipare il lancio del disco e interpretato dalla voce flessibile di Andrew Stockdale degli australiani Wolfmother. Il percorso musicale intrapreso da Slash prosegue col rock che strizza l’occhio al pop della riflessiva Promise con Chris Cornell e di Gotten con Adam Levine, con gli arpeggi delicati di Saint Is A Sinner Too del semi sconosciuto Rocco DeLuca, con la classica ballad I Hold On interpretata dalla voce calda di Kid Rock, passando poi per le più consone schitarrate di Doctor Alibi e We’re All Gonna Die scritte e cantate rispettivamente insieme a due mostri sacri come Lemmy e Iggy Pop.
Completano il campionario due pezzi molto tirati: la strumentale Watch This, col fidato Duff McKagan al basso e un ispiratissimo Dave Grohl alla batteria, e le sonorità decisamente new metal di Nothing To Say del giovane cantante degli Avenged Sevenfold Matthew Shadows.
Insomma, questo Slash è un disco molto ricco, completo e dal sicuro successo commerciale visto la caratura degli ospiti scesi in campo. Come già accennato, l’originalità non è il massimo, in compenso il livello tecnico dei musicisti non si discute e l’alternanza di generi e stili contribuirà a tenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Giunto al traguardo dei quarantacinque anni il riccioluto chitarrista dà una buona prova di maturità e di eclettismo anche se alla fine, come al solito quando si parla di Slash, chi non lo ha mai stimato, per “colpa” della sua militanza nei Guns, resterà indifferente mentre chi lo ha amato in passato non più potrà fare a meno di questo album!