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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 24, 2021
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«Grazie degli auguri sempre graditi. Io non sto benissimo mentre i mici stanno molto bene».

 

Nei primi giorni di novembre cade il suo compleanno. Ci scambiamo ogni anno qualche battuta in questa e, ormai, poche altre occasioni. I mici sono la sua priorità: più del suo stato di salute gli interessa che stiano bene gli amici felini, una compagnia a lui molto gradita; più di quella degli esseri umani.

 

Quando ho conosciuto Cesare – era il dicembre del 2007 – era prossimo al pensionamento, «un Eden» l’avrebbe definito qualche mese più tardi quando lo ricontattai per un parere, seguendo una sua indicazione di cui conservo ancora lo scritto originale:: «Sono io a dirle […] - sinceramente, fuor di prammatica - che se mai le fosse utile un parere o un consiglio non deve esimersi dal sollecitarmelo: sarò felice di esserle utile. Cordialità e molti auguri».

 

Da quel momento, fino a pochi giorni fa, non mi ha mai fatto mancare né mi ha fatto attendere una sua risposta: ogni qualvolta per i motivi più disparati ho avuto bisogno di un suo consiglio o, semplicemente, di una sua battuta in risposta ad un mio sms, l’ho avuto nel giro di pochi minuti.

 

Cesare era capace, con i suoi racconti, di trasportarmi in epoche e situazioni eccezionali, mitiche, estremamente distanti dalla realtà in cui vivevo, con una lucidità ed una narrazione impeccabili ed incredibilmente coinvolgenti. Avete presente quando il protagonista di «Midnight in Paris» (Woody Allen) si trova ad ascoltare affascinato le storie di vita di Ernest Hemingway narrate dallo stesso scrittore? Ecco, con la stessa forza e lo stesso entusiasmo ero rapita mentre Cesare ricordava appassionato una serata al Premio Tenco o un bicchiere in compagnia di Francesco Guccini; amava ripetermi di uno scambio di battute nell’ufficio di Indro Montanelli, sottolineandone sempre la grandezza; o, ancora, aveva a cuore le avventure dei suoi primi anni dopo il liceo, periodo in cui ha voluto ad ogni costo - mettendo a repentaglio la sua stessa esistenza – intraprendere il mestiere che avrebbe svolto con devozione per il resto della sua vita; ricordava con nostalgia, ma molto divertito, le nottate trascorse assieme agli operai che facevano “il lavoro sporco” della tipografia, tra un’imprecazione e l’altra, formando le sequenze con i caratteri mobili in piombo: i lavori più importanti ed affascinanti, secondo lui, erano quelli umili; e delle occupazioni più umili ha sempre avuto grandissimo rispetto. 

 

Anarchico, generoso, integerrimo ed estremamente coerente, preferiva la compagnia di chi frequentava i bassifondi a quella dei salotti bene. Le sue avventure di vita vissuta erano ambientate tra i caruggi di Genova, la Borsa di Arlecchino, i trani («a gogò», avrebbe cantato Giorgio Gaber) e tutti gli ambienti in cui gli incontri si facevano autentici.

 

Non amava mettersi in mostra e se lo faceva era solo per qualche suo articolo che gli era proprio impossibile far passare inosservato. (Forse quello di cui andava più fiero riguardava Edith Piaf: era stato pubblicato su Il Giornale all’epoca della direzione di Maurizio Belpietro, mi pare; campeggiava incorniciato all’ingresso di casa sua e ne parlava spesso). Infatti, ogni volta che c’era da prendersi un merito, a lui piaceva che il merito fosse di qualcun altro: di «Nicoletta» (Patty Pravo) che gli aveva fornito l’ottimo materiale di cui scrivere e che gli avrebbe fatto vincere un importante premio, o di Belpietro che gli aveva dato la libertà di scrivere quell’articolo su Edith Piaf, solo per citare un paio di casi.

 

Questo era il suo carattere. Cesare era schivo ed estremamente sicuro di sé; talmente sicuro da non aver bisogno di altri riscontri. 

 

La sua professione è stata tutto per lui. Mi diceva: «è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una penna», senza ovviamente attribuirsi la paternità dei versi. Dalla canzone «Amico fragile» aveva anche preso ispirazione per il titolo di uno dei suoi libri su Fabrizio De Andrè, amico fraterno e artista stimatissimo. 

 

Tra i racconti di Cesare, i più intensi erano indubbiamente quelli in cui condivideva il ricordo di «Fabrizio»; in queste occasioni non riusciva a contenere la commozione. Ricordava i dettagli dei loro incontri, senza omettere - e senza mai giudicare - i pregi e i difetti di quello che considerava un genio. 

 

Grandissima la stima che nutriva verso «Dori» (Ghezzi); credo abbia avuto modo di dirglielo anche di recente, quando nel film «Fabrizio De André - Principe libero» ha voluto inserire il suo personaggio in un breve passaggio. La cosa gli aveva fatto un immenso piacere.

 

La sua compagna e compagnia era la musica classica. Quando mi raccontava il libretto di un’opera sapeva far rivivere i personaggi come fossero stati realmente parte della sua vita; e, in un certo senso, lo sono stati nell’ultimo decennio che ha trascorso tra l'ascolto di musica classica (criticava Fabio Fazio quando la chiamava «musica d’arte») e la lettura e rilettura dei romanzi che lo appassionavano.

 

Già, perché dopo una vita passata a «dover ascoltare canzonette», non voleva più sentirne nemmeno parlare (c’erano ovviamente alcune eccezioni). Tra i suoi racconti più esilaranti, ricordo quelli delle serate Sanremesi: con tutta l’ironia di cui sono capaci i grandi, mi parlava del Festival - soprattutto negli ultimi anni di attività - come di un supplizio, alleviato dai compagni d’avventura (Mario Luzzatto Fegiz, Marinella Venegoni, Gino Castaldo erano i più citati), per i quali riservava sempre belle parole.

 

Per chi non ha avuto la fortuna di ascoltare le parole di Cesare "dal vivo", ci sono queste Storie di Musica che, di comune accordo, abbiamo deciso di ripubblicare su AMAmusic. Anche in questo caso - a dimostrazione del fatto che la coerenza fosse indubbiamente un tratto inconfondibile del suo carattere - il merito di questa rubrica non era suo: «Grazie - mi disse - per aver dato alle mie storie l’opportunità di rivivere». Incorreggibile.

 

Se fossi stata una brava giornalista (o almeno avessi raccolto i suoi numerosi incoraggiamenti) avrei preso nota, giorno dopo giorno, di tutti i suoi racconti e avrei scritto un pezzo più accurato. 

Il mio scopo, ora, è solo rendergli omaggio e aiutare qualcuno a ricordarlo. Il mio pensiero va a suo fratello, cui sono vicina.

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