di Lorenzo Manfredini
E’ in una delle prime “serate da cappotto” che Chieti respira l’aria calda del Jazz. Nei palchetti dello splendido teatro “Marrucino”, mezzo pieno (e non mezzo vuoto), si fa strada la voce di Stefano Zenni, presidente della Sidma e organizzatore del progetto Chieti in Jazz. Dalle sue parole si evince una forte soddisfazione quando, presentando i musicisti della Sidma Jazz Orchestra, fa leva sul fatto che la maggior parte di questi siano giovani abruzzesi; testimoni ultimi di un fermento che sotto sotto scuote l’ignoranza e il disinteresse da cui spesso siamo circondati.
A luci spente, è Roberto Spadoni che spiega la particolarità del progetto, di come sul palco saranno due distinte formazioni (Combo e Big Band) a suonare gli arrangiamenti dei ragazzi partecipanti al seminario. Ed è subito musica.
Il piccolo gruppo comincia a far sentire ciò che ha da dire, forse per l’emozione, solo dopo il primo impatto. Ma il tono è pacato, non spento. Non c’è bisogno di scintille per far suonare come si deve l’evanescente There Is No Greater Love, e in Au Private già si cominciano a schioccare le dita. Ma è con la Big Band che le orecchie vengono soddisfatte. L’impatto sonoro con la sezione di fiati accende l’aria in uno spassoso arrangiamento di To Totò. Le percussioni entrano in scena e ritmano i lavori degli “allievi” che con una bella miscela di brani fanno cenni ammiccanti alle loro influenze. In I Mean You fa eco il Jungle Style. L’arpa in September Song si fa spazio dal piccolo centro del palco e rende per un attimo intima l’atmosfera.
Il maestro Spadoni dirige nel clima disteso che ha contribuito a creare e fa gli onori di casa presentando i vari musicisti che si alternano sul palco. E’ magnetico il trio di voci femminili nel quale “le belle” della serata cantano So in Love, ed è a dir poco azzeccato il finale, un trionfante arrangiamento della colonna sonora di Ritorno al Futuro. E’ dunque tra i sinceri e calorosi applausi del pubblico che si conclude quest’edizione del Chieti in Jazz Festival, una realtà vera, di quelle che mancano da noi. La scioltezza con cui sono trascorsi gli otto giorni di programma (nei quali oltre al concerto finale e alle lezioni del seminario si è svolta la Masterclass con Javier Girotto e il suo relativo concerto) è una chiara testimonianza di quanta cura sia stata messa nell’organizzazione.
Ciò che forse è mancato e andrebbe rivisto nelle prossime edizioni, è il dare l’opportunità ai compositori dei pezzi per Combo di dirigere i loro stessi arrangiamenti. “Di lui è stato detto…” che forse era pomposo chiamarlo festival; ma lo spirito della parola stessa e quello dello svolgimento del progetto, lo rendono tale molto più di tante altre realtà ben più blasonate.
Alla fine non è solo la grandezza che rende “grande” qualcosa.
di Ferdinando d'Urso
La sera - buia e tempestosa, stavolta è proprio il caso di dirlo - del 9 Ottobre 2011 per alcuni non è stata una sera come tante. Dieci giovani compositori/arrangiatori hanno dimostrato, al calar delle luci nel Teatro Marrucino di Chieti, il loro indiscutibile talento al pubblico intervenuto numeroso nonostante le intemperie. Gli arrangiamenti, che i giovani artisti hanno realizzato sotto la guida dei maestri Roberto Spadoni e Bruno Tommaso durante il corso di Arrangiamento e Composizione organizzato dalla Società Italiana di Musicologia Afroamericana, hanno accompagnato l’uditorio lungo un cammino attraverso gli standard che hanno fatto la Storia del Jazz.
Dai classici There Is no Greater Love e Au Privave (qui riproposta da Antonio Arcieri in una versione che raffredda il Be Bop in un contrappunto Cool nell’accezione storica del termine) fino al meno sentito capolavoro di Cole Porter So in Love (realizzato da Gloria Trapani con un’interessante armonizzazione a tre voci). Accanto agli standard non sono mancate le composizioni originali; desidero ricordare soprattutto Let Ring, la delicatissima e sofisticata ballad di Marco Fior che dimostra tutta la maturità del suo autore. Entusiasmante il finale che ha riportato alla mente del pubblico la bianca DeLorean di Ritorno al futuro grazie all’adattamento per Big Band che Marco Vismara ha realizzato basandosi sulla partitura originale di Alan Silvestri. Ad eseguire i brani sono stati chiamati gli stessi partecipanti al corso, riuniti in un sestetto che ha intrattenuto il pubblico durante la prima parte del concerto, e la SIdMA Jazz Orchestra diretta dal maestro Roberto Spadoni. Dal suono deciso e compatto, l’orchestra si è arricchita per l’occasione anche del suggestivo colore dell’arpa di Alice Belardini. Notevole l’esecuzione del pianista Lorenzo Paesani che si è profuso in una serie di assolo sempre adatti e di incontestabile buon gusto.
Per chiudere la serata sono state consegnate dal presidente della SIdMA Stefano Zenni, da Luca Bragalini - docente del corso di Musicologia e Giornalismo Jazz - e dallo stesso Spadoni tre borse di studio andate a Cristina Cameli (per l’arrangiamento di Black Narcisus al quale è stato sovrapposto un testo scritto dalla stessa Cameli), a Gabriele Carbone (per una semplice quanto efficace realizzazione di My Romance) e a Costanza Alegiani (per una raffinata e modernissima versione di September Song che ricorda a tratti Maria Schneider). È stato precisato come le borse di studio non siano state consegnate ai “più bravi” arrangiatori del corso ma a coloro che hanno mostrato il maggior interesse per la materia e che avranno così modo di approfondirla ulteriormente l’anno prossimo.
Il concerto finale di Chieti in Jazz 2011 ha mostrato - se ce ne fosse ancora bisogno - come il nostro Paese possegga dei giovani talenti: speriamo che le amministrazioni locali comprendano l’importanza di tali iniziative e capiscano quanto queste facciano bene a tutti.
di Eliana Augusti
Settembre-Ottobre 2011. Una otto giorni a doppio appuntamento quella del Chieti in Jazz 2011, giunto alla sua settima edizione. Promosso e organizzato dalla SIdMA, Società Italiana di Musicologia Afroamericana, il CIJ ha proposto anche per quest’anno un percorso di formazione e aggiornamento esclusivo, per addetti ai lavori. Densa la programmazione: laboratori, seminari e masterclass in due panel, Musicologia e Giornalismo Jazz e Arrangiamento e Composizione per Combo e Big Band. Di là dalla cattedra Stefano Zenni, Luca Bragalini, Bruno Tommaso, Roberto Spadoni e un ospite d’eccezione, Javier Girotto. Suo il concerto di chiusura all’Auditorium delle Crocelle a Chieti, l’8 ottobre. Un «concerto in solitudine» (Zenni) dove l’elettronica fa da filtro a un racconto artificiale a più voci, quella estemporanea del maestro argentino e l’imponente edificio sonoro delle sue divagazioni ai sax e al clarinetto basso, rigorosamente in loop. Intervalli ampi, gradini dinamici da vertigine, temi semplici e ficcanti. A quinte aperte, Girotto crea. L’urlo raschiato in gola del sax e le voci della rivoluzione argentina viaggiano attraverso il tempo e si innestano, prepotenti, in quel presente sonoro così evocativo e sofferto. Il fraseggio è violento, dinamicamente spinto. Girotto esplora tutti i registri dei suoi sax, in un delirio che non si scompone. È un climax. Un corno, una voce recitante e il contralto riporta, malinconico e struggente, al passato. Canoni, imitazioni, un contrappunto fittissimo che circola nei loop e si libera nell’improvvisazione. Un oratorio, un cammino mistico, una conversione. Il tema è dolcissimo, e le interruzioni acide. Il dialogo col passato si fa nevrotico e passionale. Quasi lacrima il clarinetto basso. Arrivano i versi di Borges e la coralità intimista a ricordo di Alfonsina Storni e del suo tragico destino. Alfonsina y el mar. Il pubblico è dentro, calato nel dramma da protagonista. Il sax del maestro ne guida il bordone che tiene e sostiene l’intensità della narrazione. Suggestivo.
E dalle Crocelle al Teatro Marrucino. 9 ottobre. SIdMA Jazz Combo e SIdMA Jazz Orchestra in concerto. Roberto Spadoni è il «maestro di cerimonia, ineccepibile e brillante» (Zenni). Il combo, piccolo gruppo di due fiati, chitarra, contrabbasso, pianoforte e batteria, esegue i lavori originali di Riccardo Di Fiandra, Antonio Arcieri, Gabriele Carbone e Maria Cristina Cameli. Arrangiamenti dalle linee snelle e swinganti su standard da There is not a great love a My Romance, passando per Charlie Parker e Joe Henderson. Quando esce di scena il combo, si affacciano sul palco i maestri della SIdMA Jazz Orchestra. Arrangiamenti di Claudio Bonetti, Costanza Alegiani, Marco Fior, Andrea Montanaro, Gloria Trapani e Marco Vismara. Una sezione di fiati incontenibile, tra le riletture ammiccanti di I Mean You e le sinuosità di una ballad come September Song. C’è spazio per la contaminazione partenopea, accennata in Tototò a firma Fior, e per quella febbricitante della latina (chissà poi perché Balkanic) Meditation di Montanaro. L’orchestra perde trombe e tromboni e guadagna una vocal section tutta al femminile: Costanza Alegiani, Maria Cristina Cameli e Gloria Trapani. Tre timbri diversi in una trama sofisticata, dove composizione e improvvisazione non sempre trovano il giusto feeling, ma non tradiscono comunque il risultato finale che resta gradevole.
Borse di studio a Maria Cristina Cameli, Gabriele Carbone e Costanza Alegiani. Chiude il gran finale di Ritorno al futuro, nella rielaborazione pirotecnica di Marco Vismara. Una festa con finale esplosivo. E la gioia è contagiosa.
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