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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 08, 2022
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Cesare G. Romana

Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

Ciao Cesare, vogliamo ricordarti così
Mercoledì, 21 Dicembre 2011 11:27

Storia di musica n. 4 - Nino D'Angelo

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Nino D'Angelo - Storia di musica n. 3Che suo figlio Gaetano potesse diventare, un giorno, Nino D'Angelo non era negli estri profetici di Totonno 'o Baffotto, calzolaio per servirla. In San Pietro a Patierno l'orizzonte era quello stretto dei bassi, consentiva sogni avari: una stradina, 'O Pizzo Casale, dove il cielo di Napoli s'affacciava parco e le botteghe degli scarpari s'inseguivano a contatto di gomito. Poi l'aeroporto e, di là, il prato dove gli studenti, fuggiti da scuola, consumavano amori da tirocinanti. Qui abitavano i D'Angelo: Gennaro 'o Pazzo, il nonno, e Maria sua sposa, spazzina al Maschio Angioino. Eppoi Totonno con la moglie, Emilia 'a Casoria, e i sei figli badati da zia Marialuce, detta 'a mugliera d''o preveto per un antico amore con un seminarista. Nino è uno scugnizzo industrioso, discolo al giusto grado e col buonsenso degli umili, alias della sua gente. La statura non proprio imponente gli attira il soprannome di Semmenziella, poi di Miezumetro, quando, a quattro anni, comincia a cantare a 'o conciertino dell'Addolorata, poi nei ristoranti e ai matrimoni, e diventa «chillo cantante sicco sicco cu'o vestito verde", unico abito buono di cui i fratelli dispongano, scambiandoselo secondo urgenze. È il nonno a insegnargli l'arte aspra del sopravvivere: Gennaro ha la sagacia dei naviganti, uscito da un ictus chiede la pensione d'invalidità, gliela negano, lui si finge pazzo e va in manicomio. Ama il Napoli, Gimondi e i comunisti, che sono «quelli che si sentono uguali a noi», spiega. Tra i nipoti predilige Giuseppe 'o Muorto, che di tutti è il più smunto. Ogni tanto gli allunga un centolire, che non si sappia: ma agli altri lo sanno, e 'o Muorto finisce, ogni volta, derubato. I fratelli, del resto, si rubano a vicenda i cerchioni dell'auto, poi li rendono previo compenso perché l'arte del sopravvivere, nei bassi, è anche questo.

È Gennaro 'o Pazzo a imparare a Nino le canzoni in voga a Piedigrotta, o tra i posteggiatori del lungomare. Quanto a Totonno, regala al figlio una fisarmonica, ma avverte: «Fatti un mestiere, di musica non si campa». E Nino, obbediente, accarezza un domani da calciatore. Gioca nella Sandrina, una squadra rionale, è scattante e veloce ma la stazza non è da campione. Non ha nemmeno un pallone con cui allenarsi: lo chiede alla Befana, ma la vecchietta, con gli anni, ha perso i riflessi, gli porta, ogni anno, una pistola giocattolo, e hai voglia a scriverle chiedendo un pallone, o una batteria, poi un'auto. Gli regalano, per consolarlo, una bici di nome Graziella, e pedalando scopre che di là da San Pietro a Patierno, fuor dal Quartiere d''e Scarpare, abita, inatteso, il mondo. Ben oltre «quel cielo periferico - scriverà nella sua autobiografia - dove gli aerei svegliavano i sogni delle persone che avevano visto la guerra». E ben oltre quel selciato lunatico, dove «l'emarginazione e la disoccupazione camminavano strette nei cappotti consumati di facce abituate al niente, in quella strada senza marciapiede dove l'odore del ragù domenicale arrivava fino agli altari delle messe».

A scuola Nino non brilla, l'insofferenza per i libri è una virtù di famiglia. Di francese impara soltanto pardon e je t'aime, in musica gli danno due, ma la maestra lo sente cantare e ne è incantata: «Così piccire', sei già meglio di Rondinella, guaglio'», sospira. E all'esame di francese - lui fa scena muta -, gli offre un appiglio insperato: «Cantami la Marsigliese», propone. Nino salta all'inpiedi sulla sedia, esegue ed è promosso. Di studiare, del resto, ha poche occasioni: uno zio apre un negozio di scarpe, di quelli dove i clienti pagano solo a Natale, quando arriva la tredicesima. Il negozio tiene aperto di notte, Semmenziella intrattiene gli acquirenti cantando, s'addormenta mentre quelli si provano le scarpe, nelle pause corre in una chiesa vicina, abbandonata, a fumare. Tra i commessi c'è Antonio, sposato, gran barzellettiere: un giorno lo trovano stecchito nell'auto, incolpano la camorra, poi scoprono, come in una sceneggiata, che a pagare i sicari è stata la moglie. E Nino impara che non c'è sceneggiata più talentosa, e più verace della vita.

E la vita, per come lavedelui, è a tempo di musica. Nel teatrino della parrocchia don Raffaello, 'o preveto, organizza serate canore, Nino partecipa con Voce 'e notte e da allora non c'è festa, o sponsale, o cresima dove non lo reclamino. Càpita un impresario e sentenzia: «Con quel fisico puoi cantare soltanto storie di guai». E lui, ligio, obbedisce: ai pranzi nuziali racconta di spose in lutto, mariti ammazzati, malemmi sciupafamiglie, vedi un via vai di mani che s'abbassano sotto i tavoli e gli scongiuri subissano gli applausi. Intanto 'o Semmenziella frequenta, con i risultati consueti, l'istituto tecnico. Ma dura poco: a Totonno, che adesso fa il barista al buffet della stazione, gli prende un infarto e il figlio lo sostituisce. Poi vende gelati sulle pensiline, all'in piedi sul carrettino intona uapparia, e i gelati vanno via più veloci dei treni. Passa Alberto Lupo, lo sente, gli regala ventimila lire, un cappotto e l'indirizzo d'un impresario. «Ti farà fare un disco - dice, con la sua voce impostata -, credo che farai strada». L'impresario vuole mezzo milione, Nino lo racimola da parenti ed amici, l'altro intasca, lo convoca per l'indomani ma muore nella notte. «Neanche 'a Maronna addulurata, ormai, può guarirmi dalla jella», si rassegna Nino. E dice addio al mezzo milione e alla musica. Fino a che, in un circolo di Casavatore, conosce tal Toni Coppola, detto Cuppulella, cantante. Che gli presenta don Vincenzo Gallo, fabbricante d'ombrelli e paroliere per sfizio. Si riparla di fare un disco: i soldi li presta una strozzina, don Vincenzo ci mette il testo, Nino la musica ed esce A storia mia. Nel testo un ragazzo scippa i passanti per curare la madre morente: «Storia vera - s'inventa Nino, facendo il giro dei negozi -, è capitata a un mio fratello, e con i soldi del disco spero di tirarlo fuor di galera». È il suo primo successo.

Ora 'o Semmenziella è quasi una star. Nelle radio spopola, il suo cachet sale, da diecimila che era, a trentamila lire, Annamaria, la figlia di Gallo, gli offre trepidando il suo cuore. Lei ha quindici anni e lavora in una fabbrica di jeans, un incendio incenerisce il laboratorio, muoiono in tre ma lei si salva. E diventa la signora d'Angelo. La luna di miele, a Roma, costa duecentomila lire e pone le premesse per la nascita del piccolo Toni. L'evento ispira a Nino 'A parturente, che scala le classifiche e lo scugnizzo di Pizzo Casale è subito un divo. Lo accolgono, al primo tour, alberghi a quattro stelle «e perfino il bagno in camera», rileva, stranito. E non solo: le ragazze gli strappano i vestiti di dosso, Mario Abate va in camerino e lo chiama collega, all'ingresso dei teatri la folla sventola le bandiere del Napoli.
Nascono, sul modello di Merola, le prime sceneggiate firmate da D'Angelo. Con personaggi fissi - isso, issa e 'o malamente - e titoli che cambiano. Ecco Monaca e mamma, poi 'A discoteca: un fratello vuole avvelenare il protagonista per soffiargli l'eredità, la platea s'immedesima: «Nino nun t''e piglià - urlano -, frateto te vo' accirere". E a Pino Prestieri, che interpreta il ruolo del cattivo, i baristi rifiutano il caffè. Convinto che porta bbuono, lo scugnizzo adotta i capelli a caschetto che hanno reso famose la Carrà e la Caselli, il regista Ninì Grassia lo ingaggia per un film con Regina Bianchi, Celebrità, Mario Merola lo vuole al suo fianco in Tradimento e in Giuramenti, e un nuovo film, 'Nu jeans e 'na maglietta, sancisce nel mondo la fresca popolarità. Ora anche i grandi s'inchinano all'astro nascente: Maradona lo vuole incontrare e nasce un'assidua amicizia, Miles Davis ascolta un suo brano, alla radio d'un taxi, e vorrebbe suonarlo. Ma Nino cade dalle nuvole:«È un po' che non leggo il Corriere dello Sport», si scusa, convinto che Davis sia un calciatore.

Nei suoi testi palpita una Napoli allegra e desolata, sconfitta e beffarda: quella di sempre. Lo applaudono in Germania e in Belgio, poi a New York, Chicago, Toronto. Solo il mondo della cultura, e le satrapie dello star system, lo snobbano: lo chiamano «l'intellettuale del trash», un cronista ciancia, nientemeno, di «fenomeno che bisogna reprimere». Nino debutta a Sanremo e l'accoglie il gelo, i ras della canzonetta non perdonano il piccolo parvenu che riempie le piazze. Quando qualcuno gli sbriciola a pistolettate i vetri di casa, lui si trasferisce a Roma. Muoiono i suoi genitori e la depressione lo inchioda per tre interminabili anni. Ma dentro quel corpo da scricciolo cova una volontà da titan: 'o Semmenziella si taglia il caschetto, legge Raffaele Viviani e ne trae uno straordinario spettacolo, ascolta Peter Gabriel e la sua musica si fa vibrazione del mondo: tepori mediterranei, ritmi e colori del Magreb, andamenti di danza rubati alla fuga dei secoli.

Lo scugnizzo che credeva Miles Davis un calciatore è ora un musicista completo. La metamorfosi lascia attoniti detrattori e fan. Una regista, Roberta Torre, chiede a Nino le musiche per Tano da morire, film sulla camorra in forma di musical. Lui va a lambire i ritmi scoscesi del Bronx, trasloca sotto il sole di Napoli l'urgenza nera del rap, e anche gli intellettuali devono far di cappello: Goffredo Fofi sdogana il nome di D'Angelo nei sinedrii della cultura ufficiale, il David, eppoi un Nastro d'argento premiano il Morricone dei bassi, l'ateneo di Salerno gli spalanca l'aula magna e Bassolino la ribalta gloriosa del Mercadante. Anche a San Pietro a Patierno il tempo ha arato e raccolto: i ciabattini d'allora sono diventati ricchi, i poveri sono sciamati nelle roulottes del post-terremoto. Lui ci torna, ogni tanto: si guarda attorno, cerca «la povertà di chi ha sempre aspettato domani per vivere meglio», e non la trova più.

Venerdì, 09 Dicembre 2011 08:40

Storia di musica n. 3 - Courtney Love

Follia bionda

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Courtney Love - Storia di musica di Cesare G. RomanaDi bello, Courtney Love ha soprattutto la bocca, con quelle labbra così perfette che sembrano disegnate. Ma a sedurre Kurt Cobain, suo marito, fu la parlante rotondità delle sue natiche, e forse quel suo carattere da efferata bambina, che marcia contro le avversità della vita col solo intento di inventarne di nuove. Entrambi musicisti, entrambi cantanti, entrambi eroinomani, lui in continua altalena tra depressioni mortali ed entusiasmi caduchi, lei sempre intenta a scagliare folgori al cielo, per dissiparne l'azzurro. Lui impregnato di morte fin dall'infanzia, terrorizzato dalla celebrità, tormentato dall'incapacità a «scrivere musiche che, riascoltandole, mi piacciano», lei assetata di fama purchessia, dotata di un suo arrogante amore per la vita.

Furono quello che si dice una strana coppia, eppure perfetta: tanto simili e tanto opposti da integrarsi in una sorta di dissonante armonia. E a loro agio nella passione come nella rissa. Quando si sposarono - nel '90, in Estremo Oriente, lui strafatto e lei tutta un florilegio di fuck e fuck you - Courtney aveva ventotto anni. Era nata nel '64 a San Francisco, primogenita d'una quindicina tra fratelli e fratellastri, da una psicologa alquanto svitata, Linda, e da un biografo dei Grateful Dead, Hank Harrison. Poi i genitori divorziarono e Linda, trasferitasi in una comune neozelandese, portò con sé la piccola Love Michelle, cambiandole il nome in Courtney e scaricandola or qua or là, tra collegi ed affidamenti. Tutti resi effimeri dal caratterino di quella pupattola biondissima, lattea, il cui aspetto ricordava certe sataniche fanciulle da film horror. «Alle feste tutti s'aspettano che appicchi il fuoco o spacchi i vetri - dirà anni dopo -, io cerco di mostrarmi gentile ma alla lunga non reggo».

Non fu propriamente un'infanzia felice, ma ricca di premonizioni e di esperienze, questo sì. Non ancora adolescente, Courtney vede Tatum 'O Neal recitare in Paper moon, decide: «Farò l'attrice» e la sua vocetta tiene banco in jingles pubblicitari e doppiaggi. Intanto la madre si trasferisce nell'Oregon e la riprende con sé. Courtney festeggia il trasloco facendosi sorprendere a rubare in un negozio e scappando da casa. Ha diciotto anni, va a Liverpool e lavora in una discoteca per travestiti, poi vola a Minneapolis e s'improvvisa divetta punk fondando le Sugar Baby Doll, delle quale dirà: «Erano penose, speriamo che non abbiano lasciato registrazioni in giro». Del resto l'ambiente musicale, a Minneapolis, le sembra un deserto, «e io sono troppo estroversa per sentirmi parte di qualsiasi ambiente», decreta. Così torna a San Francisco, canta con i Faith No More, va in Alaska dove, da cameriera di topless bar, diventa spogliarellista da duecento dollari a sera: «Non sono una bellezza, sono scarsa di stile e di tette», riconosce, ma sopperisce con la verve.

Trapiantata a Los Angeles il regista Alex Cox la fa recitare in un western, Diritti all'inferno, poi la vuole in Sid & Nancy, un film su Sid Vicious (Sex Pistols) morto dopo avere assassinato la fidanzata Nancy Spungen: dapprima, Courtney dovrebbe impersonare quest'ultima, poi Cox le preferisce Chloe Webb e la dirotta in un ruolo di contorno. Lei abbozza: «E' insensato inseguire la fama», sentenzia, e fonda gli Hole, tuttora il suo gruppo, guadagnandosi da un recensore la definizione di "diabolica, splendida icona punk".

Durante un concerto Kurt Cobain la vede e ne è attratto: perché è bionda come lui, perché gli ricorda per l'appunto Nancy Spungen, perché dice quello che pensa, «magari parlando prima di pensare». Lei ricambia l'interessamento pur essendo fidanzata con Billy Corgan, degli Smashing Pumpkins: sedotto, costui, dal fatto che «Courtney, se diventasse un'artista solista, supererebbe la fama di Patti Smith. Ha un enorme talento grezzo e nella sua follia c'è l'intelligenza d'un genio. Ma è un personaggio da fumetti, è posseduta da un'idea parossistica del rock». Cobain le dedica pubblici apprezzamenti, Courtney gli invia una scatola a forma di cuore piena di pigne, conchiglie, fiori, una bambola e un servizio da te in miniatura. E Kurt ringrazia scrivendo Heart-shaped box. La prima volta che s'incontrano, Courtney gli allunga una pacca sullo stomaco che gli toglie il fiato, l'altro gliela restituisce e dopo una cordiale chiacchierata si congedano a calci nel didietro.

La neonata amicizia dà sui nervi a Corgan, che una sera caccia di casa la fidanzata ingiungendole: «Va' dai Nirvana e non tornare più». La ragazza lo prende in parola: va da Cobain, gli si dà e la loro storia decolla. E' il 1991. Negli alberghi i due si presentano come Simon Ritchie, vero nome di Sid Vicious, e signora, il confine tra tenerezze e contumelie è sempre più stretto. A un telecronista Courtney dichiara che «Kurt mi fa fermare il cuore ma è uno stronzo», lui ricambia in versi: «Tienimi stretto con respiri di verità/ ti auguro un male terminale». Il primo album degli HolePretty on the inside, fa scrivere a un critico che «quella sballata scopatrice di star e cercatrice d'oro ha preso tante sberle, ma finalmente ce l'ha fatta». Gli Hole, per ora, sono più famosi dei Nirvana, e quando Kurt e Courtney decidono di sposarsi, lei pretende un contratto prematrimoniale: «Per evitare - spiega - che, se ci separiamo, tu scappi con i miei soldi». Cosa l'ha sedotta in quel timido eroinomane, bello come un paggio, d'una biondezza contro natura, divorato dalle nevrosi? Forse un contorto senso materno, unito all'amore per la marginalità. E per la stravaganza, che a Kurt non difetta: ha battezzato Fecal Matter, materia fecale, il suo primo gruppo, ama gli scrittori - Burgess, Beckett, Bukowsky, Burroughs - il cui cognome comincia per "b", gli piace adornare muri di case e portali di chiese con scritte del tipo: «Dio è gay», «Nixon ha ucciso Hendrix», «Abortite Cristo». E' stato portiere in un ostello, maestro di nuoto, custode di studi dentistici. Ha vissuto in un tugurio con le pareti coperte di bambole squartate, disegni orrifici, foto di vagine malate strappate a libri di medicina, in compagnia d'un reggimento di topi, gatti, conigli e tartarughe cresciute ad hamburger. Tra le droghe, disdegna la cocaina «che rende troppo socievoli», e predilige l'eroina «che costa, ma dà sollievo». E vi converte l'amata, con qualche fatica perché la ragazza non sopporta aghi e siringhe. E', insomma, un amore impregnato di autodistruzione, quello che Courtney definisce «un rituale d'accoppiamento per gente affetta da disfunzioni». A una sfilata di moda i due amanti cominciano baciandosi e finiscono lanciandosi bicchieri tra un fuggi fuggi di mannequin, uscendo lui dichiara che «di lei mi piace il fatto che, in qualsiasi momento, qualcuno potrebbe accoltellarla», lei ribatte che «Kurt è un gran maiale scontroso e io sono la troia che sta rovinando i Nirvana, una specie di Yoko Ono». Un giornale la definisce «un urlante fantoccio a molla dagli occhi spiritati», dopo che Courtney, in pochi giorni, ha invaso le cronache con le seguenti prodezze: scazzottare il presidente d'una casa discografica, malmenare una biografa dei Nirvana, appiattire con un pugno il naso d'un fan dei medesimi, che l'aveva chiamata "Courtney whore", Courtney puttana.

Al matrimonio, in vetta a una collina vicino al mare di Waikiki, Kurt arriva in pigiama verde, la sposina veste di pizzo, gli invitati sono cinque e Courtney è incinta da un mese. Durante la gravidanza abbandona l'eroina, il che la rende felicemente intrattabile. Per impedirle di bucarsi la casa discografica le mette alle costole due guardie del corpo, che i neo-coniugi eludono fuggendo dalla porta di servizio del loro albergo. Quando vede l'ecografia della nascitura, l'aspirante mamma esclama: «Bella, sembra un fagiolo», e infatti la bimba sarà battezzata Frances Bean, fagiolo. Il parto avviene nell'agosto '92, al Cedar Sinai di Los Angeles, dove anche Cobain è ricoverato per un'utopica disintossicazione. Quando comincia il travaglio Courtney schizza dal letto, trascinandosi dietro il trespolo della fleboclisi, e irrompe nella stanza del marito urlando: «Non mi lascerai farlo da sola». Kurt la segue in sala parto e quando Frances comincia a venire al mondo prima vomita, poi sviene. Il Tribunale della Famiglia, sobillato dalla stampa, vieta a «quei due drogati» di tenere la figlioletta, affidandola a una zia, e il dolore porta entrambi a progettare il suicidio. Che per lui è solo un appuntamento rinviato per anni: l'8 aprile 1994 si chiude nel garage della sua villa e si spara in bocca. Nessuno sa dove sia, Courtney dà fuori di matto finché, tre giorni dopo il suicidio, un elettricista trova il cadavere. Alle esequie la moglie improvvisa un irrituale elogio funebre. Legge la lettera d'addio in cui il marito dichiarava di essere stufo del rock, e lo arricchisce d'una personalissima chiosa: «Ma allora - urla -, perché cazzo non hai cambiato mestiere?». Poi guida la folla in un coro di "scemo, scemo". Due anni dopo Il Duce, un carneade del rock, sosterrà d'avere ucciso Cobain su mandato di Courtney, in cambio di cinquantamila dollari. «Meglio bruciare che svanire lentamente», gli avrebbe detto la donna, citando Neil Young. Nulla di vero, una volta tanto.

Sogno n. 1 - Fabrizio De AndreLui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel testo l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

Giovedì, 24 Novembre 2011 13:54

Storia di musica n. 2 - Serge Gainsbourg

 

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Serge Gainblourg - Storie di Musica di Cesare Romana

Suo padre, un ebreo moscovita fuggito a Parigi dopo la débâcle dello zar, portò con sé la famiglia, l'opera omnia di Dostoevskij e un sogno: suonare Rachmaninov all'Opéra. Un fato malevolo lo confinò a strimpellare canzonette nei cabaret, e lui si vendicò imponendo ai figli lo studio del pianoforte, e una mal digerita vocazione al concertismo. L'ultimogenito, Lucien, si vendicò a sua volta, snobbando Rachmaninov e strimpellando canzonette nei cabaret, a riscatto di un'infanzia condannata alla solitudine da un'aerofagia patologica: "Balie e governanti - svelerà nell'autobiografico Evguénie Solokov - ne erano atterrite. È vero, una mi istruì sull'alfabeto cirillico, un'altra m'insegnò a suonare l'harmonium, ma le più fuggirono, inorridendo ai miei cinguettii di bebé emessi par derrière".
Ad acuire la sua selvatichezza provvide l'occupazione nazista, che lo costrinse a girare con la stella di David cucita sulla camicia, "rischiando ogni giorno d'essere issato su un vagone piombato": "Ho vinto una stella gialla", canterà anni dopo, con raggelante sarcasmo. E intanto mutò in Serge Gainsbourg il nome e il cognome d'origine, Lucien Ginsborg, e a undici anni debuttò, travestito da diavolo, nel music-hall di Fréhel, regina della rive droite. Fu un pompiere in servizio ad offrirgli la prima Gitane della sua vita: l'ultima l'avrebbe fumata cinquantadue anni dopo, sul letto di morte, dopo aver cantato che "Dio è un fumatore di Avana/ è stato lui a svelarmi/ che il tabacco porta in paradiso".


Il teatro gli ispirò un amore lunatico, com'era nella sua indole. Passò alla pittura, deciso ad emulare l'estro frenetico di Delacroix, che si vantava di eseguire un ritratto nei pochi attimi in cui un suicida lascia il balcone per sfracellarsi sul selciato. Lo attrasse il dadaismo di Picabia, poi lo sedusse l'asserzione di Paul Klee, che "solo i bambini, i pazzi e i primitivi hanno ancora il potere di vedere". S'iscrisse all'Académie di Montmartre, quindi al liceo Condorcet. Fu apprezzata una sua copia del Perseo di Benvenuto Cellini, del quale lesse l'autobiografia e mutuò la sregolatezza. L'antisemitismo vigente nulla poté contro il nitore del suo talento, salvo il fatto che "la spontaneità dei miei schizzi fu presto irreggimentata dai pedagoghi, che non sapevano cosa farsene dei miei palloni cubici, dei conigli a scacchi, dei maiali blu e di altri embrioni fantastici. Eccelse ai corsi di nudo, finché i corpi delle modelle, gonfi o ossuti che fossero, non scatenarono la sua misoginia. Ma agevolarono in lui "una vera maestria nel disegno, inferiore soltanto a quella dei miei peti": che imparò ad attribuire, per sottrarsi all'imbarazzo, a Mazeppa, il suo bulldog dai dolci occhi rosei e perennemente stupiti.


L'espediente non gli evitò l'espulsione dall'accademia. Morto il padre, ne dilapidò l'eredità in bagordi e macchine d'epoca, si guadagnò da vivere insegnando disegno, facendo da baby sitter ai figli dei rifugiati israeliti, colorando le foto dei divi del cinema e suonando nei piano-bar. Passava di casa in casa - Salvador Dalì fu tra i suoi anfitrioni - e d'amore in amore, corteggiatissimo nonostante il viso corrucciato e le orecchie a sventola. E tuttavia sprezzante, nei confronti delle amanti, fino a dedurre che "è meglio la tua assenza della tua incoerenza": come cantò per una di esse nel disco d'esordio, affollato di controllori del tram che sognano il suicidio, battone che biascicano chewing gum durante l'amore, amanti persi "nella noia mortale che provo con te/ tanto che d'amore in amore prendo una penna/ e riempio di nero le A e le O del giornale".


A scriver musica aveva cominciato nel '54, celandosi dietro lo pseudonimo di Julien Grix, in omaggio all'eroe stendhaliano e al pittore cubista Juan Gris. Fece il pianista e il direttore d'orchestra, debuttò in radio e in una boîte degli Champs Elysées conobbe Boris Vian, che sul Canard enchaîné inneggiò al nuovo talento: "Se abbaiate contro le false canzoni e i falsi della canzone - scrisse - comprate questo disco". Alludeva a Le poinçonnier de lilas, primo successo di Serge. Un critico vi scoprì che "Gainsbourg usa le parole per strappar loro la maschera, e dietro la maschera c'è il vuoto": e d'altronde "meglio non pensare a niente che non pensare affatto/ niente è assai meglio di tutto", aveva decretato Serge, imprigionando il proprio destino in un ossimoro, quello d'un anarchico senz'ombra di utopie. E per tutta la vita avrebbe continuato, da nihilista assoluto, a bollare, sì, le ipocrisie dei perbenisti, la corruzione dei potenti, le devastazioni del nazismo elencate in Rock Around The Bunker, ma nella certezza che contro l'eclisse dell'etica non c'è redenzione: "Quando ho finito le mie otto ore - scrisse - non mi restano, per sognare, che gli orribili fiori della carta da parati".


Né l'amore gli offrì scampo: Je t'aime... moi non plus, il suo brano più noto, apparve, con i suoi sospiri orgasmatici, un tributo alla forza vivificante dell'eros. Fu, invece, la constatazione che l'ossessione sessuale non è che un ripetitivo agitarsi, ché "l'amour phisique est sans issue". Trovò tuttavia in Jane Birkin la passione più grande della sua disamorata esistenza: giunta dopo due mogli, due paternità e altrettanti divorzi, e dopo l'effimera liaison con Brigitte Bardot, per la quale quella canzone fu scritta, per essere poi interpretata a due voci con Jane.


Con l'epopea dei grandi chansonniers ebbe un rapporto da guastatore: praticò il jazz, precorse la world music, s'adattò allo yé yé per demolire l'illusione, letteraria e teatrale, di cui s'era alimentata la grande chanson française. E per fare soldi: "Se scrivo dodici capolavori e li metto in un disco - confidò - due di essi avranno successo, gli altri saranno ignorati. Se scrivo dodici canzoni per altrettanti interpreti, i successi saranno dodici". Brigitte Bardot, Dionne Warwick, Donna Summer, France Gall, Petula Clark, Dalida, Juliette Gréco furono tra le interpreti d'un canzoniere che aggregava humour nero, levità strafottente, vicende di depressione, malattie, droga. E il cui autore si definiva, con tetra civetteria, "fiero, maldestro, violento", e ancora "ladruncolo, grande falsario, depresso forsennato".


Si costruì una tematica imponendosi un'esistenza spericolata: vodka e champagne per prima colazione, cinque pacchetti di Gitanes al giorno, le notti passate per strada a fraternizzare con gli spazzini, o nei commissariati in cerca di ladri, spacciatori e puttane cui rubare il segreto del non vivere. Invitato a recitare in uno sceneggiato sulla Rivoluzione francese, pretese per sé il ruolo del marchese di Sade. In un varietà televisivo bruciò una banconota da cinquecento franchi, prima d'intonare la Marsigliese a ritmo di reggae. Bissò lo scandaloso successo di Je t'aime... moi non plus registrando, con la figlia Charlotte, una sulfurea Lemon incest. I grandi maledetti del jazz, Charlie Parker, Thelonius Monk, Miles Davis alimentarono il "cubismo ritmico" e la tensione perversa della sua musica, ma fu Charles Baudelaire il definitivo modello. Refrattario alla fede dei suoi avi, e per nulla imbevuto di religione dell'uomo, Gainsbourg trovò nei Fleurs du mal un appropriato vangelo. Fece sua la metafora baudelairiana del Trismegisto, "Satana culla il nostro spirito incantato/ sul guanciale del Male/ ogni giorno scendiamo d'un passo verso l'inferno/ senza orrore", e concordò col poeta nel delegare alla morte, che "ogni giorno scende, fiume invisibile, nei nostri polmoni", l'approdo liberatorio al nulla. Che lo soccorse nel 1991: quando il fegato cirrotico, i polmoni ingrommati, il cuore disinnescato e ribelle lo condussero pietosamente alla fine. È lecito intuire il sollievo con cui Serge Gainsbourg, dal disilluso dandy ch'era stato, s'abbandonò a quel Niente inseguito per tutti i sessantatrè anni della sua vita. "La seule solution c'était de mourir", aveva cantato del resto, con Brigitte Bardot, in Bonnie et Clyde. Nella bara ottenne che gli mettessero un pacchetto di Gitanes e una bottiglia di whisky.

Venerdì, 11 Novembre 2011 08:02

Storia di Musica n. 1 - Alice Cooper

Dr Furnier & Mr Cooper

 

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Storie di musica di Cesare G. Romana - Alice CooperIl reverendo Furnier s’adagiò sulla sua poltroncina di prima fila, si celebrava il memorial dedicato a Lenny Bruce e la platea era colma. Aspettava che suo figlio Vincent apparisse sul palco per cantare, e pensò: «Chissà se riesce a farsi ascoltare, timido e smilzo com’è». Fu in quella che una luce sciabolò la ribalta, e al centro apparve un figuro col viso incrostato di biacca, parrucca corvina, occhi affondati in due chiazze di bitume e un pitone avviluppato attorno al torace. «Ma non doveva cantare Vincent?», chiese il reverendo al conoscente che gli sedeva accanto. «È lui, solo che adesso si chiama Alice Cooper», fu la risposta. Il buon pastore levò al cielo gli occhi supplici, poi svenne.

Il concerto non fu un successo, con tutti quei polli di gomma decapitati a rasoiate, secchiate di sangue finto, chitarre da mattatoio. Dopo una decina di canzoni, in sala, rimase solo un tipo irsuto, lo sguardo spiritato, che più il grand guignol, sul palco, incarogniva più lui si sfrenava di applausi. Era Frank Zappa.

Tra il pontefice freak e il promettente catecumeno l’intesa fu immediata, e inevitabile. Si tradusse in due dischi di vigoroso insuccesso, e si capisce perché. Zappa era un coltissimo uomo di musica, con ascendenze europee e col vizio della grandezza: impastato di genio vero, era arrivato al rock passando per Stravinskij e Varèse, e alla strategia dello sberleffo transitando per Artaud, Grosz, il vaudeville, Tristan Tzara. Vincent Furnier era nient’altro che un ex bravo ragazzo americano, con una sola idea chiara: «Il rock ha bisogno di robaccia. Quando si fa troppo raffinato, c’è necessità di gente come me: che faccia musica di merda e spettacoli di pessimo gusto». Con questi concetti era scampato a un’infanzia per bene nella laboriosa Detroit, riscattandosi ben presto dall’essere figlio d’un pastore battista, e in più scolaro passabile e cantante d’innocui gruppi beat. Un giorno, in un’osteria di Phoenix, una zingara gli aveva svelato che in lui riviveva, reincarnata, tale Alice Cooper, strega secentesca puntualmente finita sul rogo. «Se sono la sua reincarnazione tanto vale che ne assuma il nome», aveva detto Vincent, per nulla preoccupato che si trattasse d’un nome da donna. «E se assumo il nome d’una strega, la mia musica deve andare di conseguenza», aveva concluso, dal pragmatista che era, innamorato per giunta di Frankenstein, Dario Argento, Carpenter.

Fatale, dunque, che il sodalizio con Zappa tramontasse nel nulla, come dal nulla era nato. A Vincent-Alice non resta che mettersi in viaggio, come un missionario di Belzebù, sostando su palcoscenici di suburra con la sua faccia livida da annegato, la magrezza invernale e il fedele pitone a fargli da sciarpa. «I miei genitori - spiega - detestavano i Beatles finché non hanno sentito i Rolling Stones. Per ripicca ho deciso di fondare un gruppo, nei confronti del quale gli Stones sembrino una band di suddiaconi». Nel suo bagaglio teoretico c’è che l’androginia, nel rock, raddoppia la teatralità e che la teatralità, fin dai tempi di Sofocle, non può prescindere dall’attrazione dell’uomo per la distruzione di sé, e dunque dalla sua vocazione alla morte. Quanto alla sua ideologia, si riassume in una sfida: «Studenti borghesi e intellettuali d’avanguardia si baloccano con trasgressioni tutte di testa. Vogliono il freak? Glielo do io, ma quello vero».

Finisce come doveva finire: Alice Cooper incontra un nuovo produttore, Bob Ezrin, con tanto uso di mondo da capire, grazie all’intelligenza brada dell’istinto, che quel ragazzotto uscito dalla sala-trucco di Satana non è un flatus vocis, è un caposcuola. Il risultato sono un singolo e un album di successo, (1971) e (1972).

Ai cronisti allocchiti, Ezrin presenta il suo pupillo, salutando in lui «lo psyco-killer che è in tutti noi, l’abusatore, l’abusato, la vittima, l’assassino con l’ascia, il ragazzo morto in mezzo alla strada». E Alice rimerita l’orda nascente dei suoi fan con madrigali da obitorio: «Amo i morti prima che siano freddi/ sono carne livida da abbracciare/. Mentre amici e amanti piangono sulla tua tomba/ conosco altri modi di usarti, darling».

Come è prassi, l’America puritana insorge contro il bistrato profeta, che cuce in farse allucinate la follia e la necrofilia, lo scherno e il sentimento del nulla, la duplicità sessuale e la schizofrenia dell’etica a stelle e strisce, egualmente sedotta dai grandi principi e dalle bassezze del business. E come è prassi, l’anatema dei benpensanti accresce la popolarità di Cooper, ne è l’irresistibile lubrificante. Decine di gruppi e di rockstar, dai Kiss ai Deicide, da Ozzy Osbourne a Marilyn Manson avranno in Alice il loro maestro, molti angeli dannati del punk e dell’heavy metal troveranno in lui il loro Mosè, pochissimi intuendo la percentuale di gioco o di sghignazzo che sta dietro i suoi scenari: popolati di boa conscrictor, vampiri, giganti sventrati e orridi nani, di impiccagioni così finte che sembrano vere, di teste mozze usate per macabri football, di sudari sventolati come orifiammi al suono di God bless America.

Tale è il successo che anche uomini di genio vi s’inchinano. Come Salvador Dalì che a Cooper fa dono, dopo averlo scolpito apposta per lui, d’un microfono d’oro in forma di Venere. È l’avallo più autorevole, quello del maestro di Figueras: quasi una laurea ad honorem in surrealismo, per il figlio del pastore divenuto plenipotenziario delle loro sataniche maestà. E che conta tra i suoi estimatori, si mormora, un fan al di sopra d’ogni sospetto, Richard Nixon. È l’epoca di Killer, un titolo un programma: la più torbidamente geniale, o forse soltanto la più emblematica tra le tappe della carriera d’Alice. Che racconterà: «Los Angeles, a quell’epoca, era la capitale del peace & love, io e la mia band vi facemmo irruzione e la mettemmo a soqquadro col nostro feroce quintetto di zombie». E come uno zombie disfatto si presenta sul palco, il mascara che gli cola dagli occhi e nello sciabolare dei riflettori sembra che a colare siano gli occhi stessi, le labbra e il mento impiastrati di rossetto che potrebbe essere sangue. E così agghindato sventra bambolotti a colpi d’ascia, fa volare per il palco pollastri decapitati, fustiga ballerine e alla fine s’impicca. Per poi riapparire illeso e ghignante, in tuba e marsina bianche.

C’è chi lo va a vedere come si guarda un film comico, chi intuisce in lui una sorta di sciamano, chi soltanto un intrattenitore di talento. E per Alice è sempre più difficile mediare tra tutto ciò. «Amo l’orrore fondato sulla farsa», puntualizza: dunque il suo grand guignol mira soprattutto a far ridere. Ma c’è chi lo prende sul serio, e quando un ragazzo, uscito dal teatro, corre a casa e s’impicca, Cooper è costretto ad un’imbarazzata autocritica, quasi un’abiura: «È vero, amo l’energia del rock, l’adrenalina che scatena. Ma amo assai meno certi messaggi distruttivi, che si usa attribuirgli: troppi giovani li prendono per buoni e si uccidono».

Per l’eresiarca di Detroit, il suicidio di quel fan troppo labile segna una svolta. Senza rinunciare del tutto a se stesso, mister Hyde indossa la coscienza, se non la marsina, del dottor Jeckyll, e in Welcome to my nightmare lascia emergere, inatteso, un retrogusto moralistico: Steve, il protagonista, libera la propria mente dai mostri che ne insidiano l’affettività, sia pure nel consueto contesto di sangue e pupazzi smembrati. È, tra gli spettacoli di Cooper, il più raggelante ma, a suo modo, il più etico. E alla fine del tour Alice si ricovera, per depurare il proprio sangue dalle scorie di anni d’alcolismo, «che fu il mio antibiotico contro i germi della normalità».

Quando esce, lo «zombie feroce» di Love it to death, di Billion dollar babies, di Alice Cooper goes to Hell è più che altro un monumento a se stesso. La sua lezione è stata fatta propria da troppi emuli, che ne hanno assorbito gli aspetti più kitsch senza coglierne il sarcasmo e il gusto per l’eresia, e del resto la coazione a ripetere è in agguato anche per lui. Vincent Furnier è ormai un marito fedele e un morigerato padre di famiglia: ama andare a pesca con i suoi tre figli, si definisce «il loro saggio fratello maggiore», e solo di tanto in tanto toglie dalla naftalina il costume da squartatore, per celebrare in scena o in sala d’incisione, come un rigurgito della memoria, il buon tempo che fu. Nei non frequenti incontri con la stampa appare truccato da mostro, ma i modi sono quelli d’un allegro gentiluomo, convinto che «nella mia teatralità quello che prevale è l’humour, la vera violenza non è nei miei spettacoli, ma sui vostri giornali». E parla di Alice Cooper in terza persona, «perché io sono il signor Vincent Damon Furnier, sposato da venticinque anni, appassionato di golf e innamorato della mia famiglia, mentre lui è della razza di Batman, Zorro e Dracula: tutt’altra storia, o favola».

Giovedì, 15 Gennaio 2009 13:53

De Andrè a dieci anni dalla morte

Non sono sicuro che le imponenti celebrazioni per il decennale dell’(apparente) scomparsa di Fabrizio De André lo avrebbero totalmente gratificato. A mio fratello Fabrizio, probabilmente, certe iniziative fin troppo commemorative (le commemorazioni si riservano ai morti, dunque non a lui), e insieme quel tanto di plebiscitario e di devozionale che le ha connotate, provocherebbero qualche fastidio: Faber era uno che i santi li aveva in uggia, non amava il consenso indiscriminato, si riteneva espressione di una minoranza e al suo amore per i vinti corrispondeva altrettanto disamore per i vincenti. La sua opera poetica e musicale è lì a dimostrarlo, confermandoci il suo risoluto serbarsi su quella “cattiva strada” i cui viandanti non tollerano l’odor d’incenso e tanto meno l’aureola.


In più, dicevo, le canonizzazioni si riservano ai defunti, e Fabrizio fruisce di quello specialissimo privilegio che la Poesia concede ai suoi poeti: quello di non morire mai. Ecco, allora, che a queste celebrazioni va comunque riconosciuto il merito d’aver comprovato la misteriosa sopravvivenza d’un grande artista nell’amore del suo vastissimo pubblico, e dunque la non deperibilità della sua arte.  A dieci anni dall’(apparente) scomparsa: l’equivalente di dieci secoli, nel mondo volubile della canzone.

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