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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 08, 2022
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Il cantabarista

 

Rino Gaetano - Storia di musica

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Si definiva un Petrolini del rock, la cui grammatica era il nonsenso. Perfetto per il ruolo: con quella faccia un po’ così, incerta tra il magone e l’allegria, la voce indecisa tra il canto e lo strillo, l’intelligenza beffarda, ma con rivoli segreti d’amore per il mondo. Fu, insomma, un coagulo di contraddizioni, il Dna di Rino Gaetano. Tutte feconde: come l’esser nato a Crotone, dove gli splendori della Magna Grecia guardano perplessi i casermoni della civiltà industriale, e le montagne aspre della Sila sgorgano dalla dolcezza del mare, sotto lo stesso cielo «sempre più blu».

A Crotone Rino visse un’infanzia povera, ma ricca di sogni e soprattutto di giochi. Tra i castelli di sabbia sulla spiaggia e gli studi precoci su Pitagora, dal quale aveva imparato che «la filosofia è la sola salvezza dell’anima». Certo, in questo affastellarsi di opposti, darsi un’identità non è facile: a lui gliela diede il candore. E fu il suo salvacondotto verso il cuore del pubblico, che oggi riscopre Gaetano massicciamente, com’è fisiologico in un’èra che di candore non abbonda.

A dieci anni, trasferitisi a Roma, i suoi lo mandarono al seminario di Narni: tonaca nera, otto ore in classe e cinque volte al giorno in chiesa, col divieto di cantare nel coro per quanto stonava. Il professore era don Simeoni, burbero, che se un alunno tralignava lo chiamava alla cattedra e gli misurava un ceffone. Rino tralignava spesso, era il suo modo di esistere. In classe insegnavano Tomaso d’Aquino e lui sottobanco studiava Pitagora, la sera, in camerata, s'ingegnava a musicare il 5 maggio e l’Odissea, traduzione del Pindemonte. O a rifare Dante, a modo suo: «Altrove si udivan strilli d’ogni sorte/ roba che a sentirla a prima si muore/ questo succedeva nella piana di Orte», scriveva, prendendo a gabbo il prof: «Nacque crebbe mangiò studiò dai frati/ poi tutto nerovestito salì al potere/ dove io conobbilo e me la dette a bere».

Tornò a Roma a quindici anni, azzardò studi da geometra, poi da ragioniere ma alla fine preferì il teatro: la Volpe in Pinocchio, Estragone in Beckett, e poi Ionesco, Majakovskij. Recitando En attendant Godot imparò che c’è un antidoto, alla solitudine e all’impotenza: «Troviamo sempre qualcosa che ci dia l’impressione di esistere», e vi costruì la sua saggezza.

Come tanti si fece le ossa al Folkstudio, la cave di Trastevere dove fece amicizia con Venditti e De Gregori, due liceali timidi come lui, che tuttavia «rimorchiava» di più. Le sue prime canzoni piacquero sì e no, «mi accusano di prendere in giro tutti - diceva -, è che amo i paradossi». Lo si capiva dai titoli: Tu, forse non essenzialmente tu, E la vecchia salta con l’asta, I tuoi occhi sono pieni di sale. E dai testi: «Mi alzo al mattino con una nuova illusione/ e prendo il 109 per la rivoluzione». Intanto pensava a un lavoro teatrale, con monologhi come: «Chi fa una scelta politica deve essere in grado di baciarla. Ho avuto modo di conoscere un missionario che ha sposato la propria causa. Ma non l’ha mai baciata».

Era il suo modo di canzonare i colleghi «impegnati», che allora furoreggiavano. E di canzonature straripò il suo primo album, Ingresso libero. Tra politici, magnati, coatti «che non sanno quello che fanno» mentre «i parlamentari ladri sicuramente lo sanno», vip messi alla gogna col sarcasmo, ma anche con la purezza senza se e senza ma dei clown. Quando le basi del disco furono pronte, non si sentì capace di cantarci su, e propose: «Ho un amico che beve, può sostituirmi». Alla fine riuscì, ma al mondo pensoso dei cantautori s'affiancò senza omologarvisi, come una variabile circospetta e pazzerella . Un po’ Pasquino, un po’ Don Chisciotte, un po’ Forrest Gump.

Senza questa innocenza sarebbe stato semplicemente uno dei tanti: meno geniale, meno poeta. Lo salvò il candore, che lo differenziava da tutti e non consentiva incasellature: «Scuola romana? No, appartengo alla scuola del Pinturicchio», rispondeva con uno sbatter di palpebre, alle domande stereotipe dei cronisti. E aggiungeva: «Vabbè, vado a cena con Venditti. Ma parliamo di calcio». A De Gregori, poi, dedicò alcuni versi, d’una perfidia da bambino: «Giovane e bello, divo e poeta/ con un principio d’intossicazione aziendale/ fatturato lordo e la classifica che sale/ il resto lo trova naïf».

Il primo album ebbe un parco successo, lui arrotondava suonando nei ristoranti, con Venditti a fargli da autista sul Maggiolone pagato con Roma capoccia. E intanto rifiutò un impiego in banca, perché giacca e cravatta gli davano il prurito. Passava le sere al bar del Barone, in via Nomentana, trangugiando lattine di birra «perché tutti, qui, giocano a dama, e io la detesto». O raccontandosi barzellette da solo, per tirarsi su. Con gli amici parlava uno slang surreale, d’invenzione collettiva, così criptico che una sera Amelia, la sua ragazza, esplose: «Non vi reggo più», e se ne andò. Lui ne trasse spunto per Nuntereggae più, uno dei suoi capolavori. Subito censurata, troppi gli intoccabili sbertucciati.

Amava le zingarate, che erano, poi, canzoni tradotte in fatti. Come far litigare una coppia di gay, inviando a uno di essi una dichiarazione d’amore scritta su carta igienica. Anche le rare interviste si risolvevano in gag, che per lui significava mettere alla verità il mascara del grottesco: «Ti prende questo pallino di correr dietro alle idee - confidò a un cronista - e così il tuo hobby diventa anche un lavoro. Come un cardiochirurgo che ha sempre sognato di lavorare sui cuori: bel guaio, se si ritrovasse a curare la posta del cuore su Novella 2000». Oppure: «I miei poeti? Ci metto Pavese, Palazzeschi e Iannacci. Pur di non averlo come medico». E infine: «La canzone non cambia il mondo, Berlinguer chiama sempre più gente di De André». Quanto a lui, si definiva un «cantabarista»: «E’ nei bar che impari a scrivere, il bar è un microcosmo dove si parla per flash, ma di tutto, politica, calcio, vita».

Fu, la sua esustenza, una gioconda bohème, con una sola paura, il successo. Quando lo sentì avvicinarsi, fece di tutto per tramutarlo in gioco, convinto che il gioco, nella vita, sia l’unica cosa seria. Andò a "Senza rete", per cantare Spendi spandi effendi, brandendo una pompa di benzina, a Domenica in si presentò portando al guinzaglio una bicicletta. Finché finì a Sanremo. Appena arrivato dichiarò: «Ho capito cosa è successo a Tenco: è morto di noia». Cantò Gianna, una che «aveva un coccodrillo e un dottore, difendeva il suo salario dall’inflazione, non credeva a canzoni o Ufo» ma amava il tartufo, e di notte si rigenerava «in un mondo diverso/ ma fatto di sesso». Cantò col cilindro che gli aveva regalato Renato Zero, la chitarra che gli aveva donato Morandi e dicevano fosse stata di Lennon, il frac sopra la maglietta a righe, i jeans e le scarpe da tennis. Arrivò terzo, dopo i Matia Bazar e Anna Oxa, e il successo lo ghermì: gli autografi, la tivù, i rotocalchi. L’anatroccolo, trasformato in cigno, soffrì quel piumaggio sontuoso, quella regalità mai cercata. «Ognuno di noi ha un pudore da difendere», protestò, e comprò una villa a Mentana per coltivarvi peperoncini e ravanelli. Ma intristiva, beveva troppo, si era fatto magrissimo. Le sue zingarate assunsero un che di plumbeo, e scrivere non era più vita, era solo fatica.

Il gioco era finito, insomma. Arriva il momento in cui don Chisciotte s’accorge che «nei nidi di ieri, oggi non c’è più passeri», ridiventa Alonso Chisciano e riscatta, morendo, la propria innocenza beffata. Quella notte del 2 giugno 1981 la Volvo di Rino finì contro mano. Per schivare un furgone s’appiattì contro un camion, come Buscaglione vent’anni addietro. Lo estrassero dall’auto che agonizzava. Ma al Policlinico non c’era posto, né al San Giovanni, al San Camillo, al Cto della Garbatella, al San Filippo Neri, al Gemelli. Come nella Ballata di Renzo, scritta undici anni prima: stessi ospedali, stessi dinieghi. Al funerale, nella chiesa sul Lungotevere Prati, c’erano Venditti, sconvolto, De Gregori, Endrigo, Cocciante, Pappalardo, Lando Fiorini. Il burbero don Simeoni parlò dal pulpito, e l’omelia si sciolse in singhiozzi. Giorni prima, Rino gli aveva chiesto di sposarlo con Amelia, «basta che non si presenti vestito da prete». Sulla tomba, al Verano, scrissero: «Sognare la realtà, vivere un sogno, cantare per non vivere niente». Era una frase d’una sua commedia, scritta sei anni prima, mai andata in scena.

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 «Sono livornese, anarchico e comunista»

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Piero Ciampi - Storie di musica

Per viatico chiese un fiore e un bicchiere di vino fresco. Poi vide i fianchi dell'infermiera sparire rotondi oltre la corsia, e finalmente scivolò nel nulla. Sorridendo di sollievo, come mai gli aveva concesso la vita. Furono pochi i giornali che annunciarono la morte di Piero Ciampi, in quel diaccio gennaio del 1980 che lui coronò il sogno di un'esistenza «tutta passata a morire, ad ogni cosa che faccio». Parlarono invece i poeti: «Cantò la normale stranezza della realtà - lo descrisse Maurizio Cucchi - con voce così poco canora che non potevi fare a meno di considerarla viva e parlante». Gino Paoli fece eco: «Mi ricordava Vian, Bianciardi e Céline, visse come scriveva: iroso, acre, tenero, assurdo». «Preferiva alla rabbia il litigio, alla provocazione la bagarre», disse Paolo Conte. E Carmelo Bene, compagno di litigiose partite a dama, ringhiò: «Scompare, al solito, una delle rare persone eccezionali che abbiamo, e ci si accorge di lui troppo tardi».

Fu l'epitaffio più sferzante, quello che Ciampi avrebbe prescelto come il più consentaneo alla sua anima buona e rissosa. Sarebbe stato il più dolce degli epicedi, per la sua boria indifesa e per la sua anima fragile, rafforzata dalle zuffe. «Di mestiere farò il poeta, ma se va male lavorerò in porto dove i cazzotti non mancano mai», confidava ai parenti, ancora bambino.

Ché furono, i cazzotti, un suo modo di far poesia, insieme al vino e agli amori: pochi, allegri e devastati dall'incuria e dal malanimo, come in fondo fu tutta la sua esistenza. Imparò a fare a pugni fin dall'infanzia, figlio d'un venditore di perle e d'una madre morta giovane, che gli aprì nel cuore una ferita perpetua. Un giorno, con un fratello, diede fuoco alla casa paterna: per allegria, per sfregio o per vedere l'effetto che fa. Studiò di contraggenio, come s'addice alle menti profonde, ebbe amici rissosi come lui e, diplomatosi, emigrò a Milano per compiacere il padre, che lo voleva ingegnere. Ma Milano era euforica, torbida e senza mare, lui era un pirata, abituato al maestrale e al salino. Era un rock'n'roll di cantieri e motori, lui misurava il tempo di vivere sui ritmi lunghi delle onde. Così se ne tornò a Livorno e alle sue asprezze, ché «noi livornesi - diceva, orgoglioso - siamo toscani come gli altri, solo più antipatici».

Si guadagnò da vivere vendendo lubrificanti, e da sopravvivere scrivendo poesie come questa: Ho visto/ un cuore/ giacere rossastro/ sulla strada/ e un gatto/ mangiarlo/ tra gente/ indifferente. Nel '55, compiuti i ventun anni, andò al Car di Pesaro, in servizio di leva. Tra le reclute c'era Gianfranco Reverberi: musicista, baffi guasconi, risata pronta. All'attesa per le assegnazioni, Gianfranco sentì «una voce da menefreghista - disse - che articolava un blues», la raggiunse, si presentò e i due furono subito amici. Misero su un complessino, tennero banco nelle balere fino a ferma conclusa. Ciampi scriveva canzoni sui tovaglioli delle osterie, Reverberi ne lesse alcune e disse: «Strane come sono, piacerebbero in Francia». E Ciampi partì per Parigi.

Portò con sé una camicia, la chitarra e il biglietto d'andata. Sul passaporto pretese che scrivessero: Ciampi Pietro, Livorno 20 settembre 1934, professione poeta. Visse due anni tra ammezzati, conventi e cantine. A mezzogiorno sfilava dai frati per un piatto di brodo, al pomeriggio faceva la questua in Boulevard Saint Germain, la sera cantava nei bistrot, tre locali ogni sera, la ruggine in gola e uno pesudonimo, Piero Litaliano, che i francesi pronunciavano tronco, Litalianò. In un bar del quartiere latino un uomo magrissimo lo ascoltò e poi lo invitò al suo tavolo. Aveva la voce impastata nel cognac ed era Louis-Ferdinand Céline, ormai vicino a morire. Trovò nel livornese allampanato un altro se stesso, gli insegnò il mestiere sottile dell'autodistruggersi, che è un modo di vivere senza il peso di esistere.

Gli amori francesi di Ciampi furono brevi come fiati di vento: brevi, veementi. Gli chiesi, anni dopo, se ne avesse mai avuto uno felice, che dai suoi versi non si sarebbe detto. «Un paio, ma così corti», rispose brusco. E accennò alla strofa, famosissima, che in una sera parigina gli aveva bofonchiato Céline, appunto: Plasir d'amour ne dure qu'un moment/ chagrin d'amour dure toute le vie. Gli domandai come fosse, Céline. «Aveva una voce d'agonia e un sarcasmo da ciclope, non capii mai se, sotto sotto, amasse più la vita o la morte», ricordò, e fu tutto. Mi parve di vederli, il livornese con gli occhi azzurri che gesticolava senza requie, e di fronte a lui il vecchio fragile, arrivato al termine della notte, che ansimava con ironia di morente.

Lasciata la Francia, Piero Litalianò vagò tra Inghilterra, Spagna e Irlanda. Seguiva una sua geografia sbilenca, fondata su un atlante arbitrario: la Calabria è un'isola, diceva, l'Irlanda è un paradiso e l'America non esiste più. Quando non trovava dove esibirsi faceva la fame, ma senza rancore: d'altronde «un poeta - spiegava - può andare a cena soltanto sulle stelle». Proponeva canzoni piene di tenerezza furtiva e d'esplicita rabbia, spiegando che cantava «per non ammazzare», e dicendosi «sempre incazzato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista». Alle sue risicate platee parlava spesso di Livorno, «che è un'isola ma è anche il mondo, e io ne sono il Robinson Crusoe». Infatti ci tornò, senza un soldo come quando l'aveva lasciata, costretto dal rimpianto e dal fatto che all'estero non aveva mai ottenuto, tutte insieme, le quattro cose che più gli premevano: una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffé caldo e un taxi alla porta.

A una festa, a Genova, incontrò un'irlandese alta, snella e bionda. Il suo estro di navigante gliela fece apparire bellissima e in lei s'arenò, la ragazza apprezzò, di lui, la faccia ribalda e la timidezza aspra. Si sposarono, ebbero due figli, poi l'irlandese se ne fuggì: Piero l'amava dal pirata che era, lei cercava il tepore della stabilità. La rincorse in America, non la trovò perché l'America non è Livorno, è un universo dai confini impossibili, dove c'è tutto e nulla. Così si risposò, ma con l'alcol: che non tradisce, alla pari d'un amore s'infiltra nel sangue e pian piano ti consuma. Pochissimi da allora lo videro sobrio. Diceva: «In tutto quello che faccio c'è un po' di morte».

Visse tra Roma e Livorno con quello squarcio nell'animo. Gino Paoli lo impose alla Rca, gli procurarono un contratto e una casa, lui firmò, prese i soldi e sparì. Fece dischi con etichette rionali, firmandosi ora Piero Litaliano, ora Ramsete, poi col suo nome e cognome, e ogni volta con lo stesso insuccesso. Sul palco arrivava quasi sempre ubriaco, dimenticandosi i testi e reinventandoli all'impronta, con la logica storta e la coerenza bambina del poeta che credeva di essere, e probabilmente non fu. Del valore dei soldi non ebbe mai cognizione, gli piaceva la fama ma mal sopportava le telecamere: «Se vogliono riprendermi paghino - diceva -, sono ricchi, questi signori della tivù: portano mocassini da diecimila lire». Cantanti e cantautori? Se ne sentiva disamato, li chiamava "pezzi di merda" e preferiva frequentare pittori e scrittori: Bevilacqua, Turcato, Schifano, Carmelo Bene. E tuttavia Paoli gli incise vari brani, Aznavour lo volle al suo fianco in tivù, altre sue cose le interpretarono Gigliola Cinquetti, Connie Francis, Milly, Nicola di Bari, Morandi. E Nada la livornese, stregata da quel suo sguardo «dolce, triste, profondo: lo sguardo d'un bambino che sa ma non sa come fare». Ché piaceva, in fondo, l'impudicizia del suo mettersi a nudo, la voglia di autoritrarsi in pagine come questa: Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ ha un carattere malinconico/ beve come un irlandese...

Trascorse così vent'anni: tribolando e divertendosi tra lucidissime sbronze, prestiti mai restituiti, contratti disattesi, parchi successi, turbolenti concerti, amicizie e inimicizie egualmente riottose. E per vent'anni, sorso dopo sorso, preparò la sua fine, aspettando che il fegato gli si spappolasse nell'alcol: invece il destino gli giocò l'ultima beffa, uccidendolo di cancro alla gola. Un ospedale romano gli fu ultima casa e ultima spiaggia, finché se ne andò come in una pagina del suo Céline, l'ultima di Voyage au bout de la nuit: «È crollato, tranquillo, tra enormi sospiri. Ha dormito. Che non se ne parli più». Gli restò, sul viso, un sorriso di pace, come mai la vita gli aveva concesso. Non fu difficile, trasferirlo dal letto alla bara: il male aveva reso il suo corpo sottile come una vela, tanto che sotto il lenzuolo - fu detto - rimaneva soltanto la sua intelligenza. Quando gli portarono il vino del commiato e il fiore della tregua, cadde nel sopore della buona morte. Tra i poeti, veri, che gli dissero addio, l'epicedio più bello glielo dedicò Francesco De Gregori: «Nella noiosa foresta della Gente Muta, le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po' di buona sorte, puoi vedere un pezzetto di luna».

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