A volte, assistendo a certi concerti, ho l’idea di trovarmi davanti alla perfezione, sebbene sia opinione comune che tale stato non appartenga a questo mondo. Così andavo ragionando la sera del 18 Dicembre u.s., circa le doti rare dispiegate dai musicisti nel locale e tante altre virtù e felici risultati che hanno fatto di quel concerto un evento memorabile.
Cominciamo dai musicisti: graditissima sorpresa al pianoforte Rossano Sportello, ormai newyorkese da qualche anno, ma per fortuna dei jazzofili italiani, pronto a rimpatriare almeno una volta l’anno: talmente bravo da essere a proprio agio anche sugli spartiti più ostici, così colto e versatile da frequentare con naturalezza l’intera storia del piano jazz, dallo stride piano fino ai giorni nostri, per non parlare del suo bagaglio di pianoforte classico. Alfredo Ferrario – un nome, una garanzia – il clarinetto sembra non avere più segreti per lui e quanto allo swing, (se ancora non lo conoscete) ascoltate per credere.
Aldo Zunino al contrabbasso: di lui mi limito a dire che grandissimi jazzisti americani in tournee nel patrio suolo (e dico Scott Hamilton e Curtis Fuller, i primi due che mi vengono in mente) insistono per averlo in organico, qualcosa significherà…
Fabrizio Cattaneo alla tromba, al pari di Zunino è personaggio centrale del mitico Louisiana club (di Genova), unanimemente ritenuto il miglior specialista (o uno dei migliori) del suo strumento per i generi precedenti lo swing e me lo ricordo proprio in questo club con un bel tributo a Louis Armstrong.
Infine Massimo Caracca alla batteria: vorrei spezzare una lancia a favore di questo musicista schivo e sobrio, capace di un lavoro straordinario anche nei generi di jazz più tradizionale, magnifico nel gioco dei tamburi (timpano compreso) durante i soli. L’approccio stilistico di questo batterista della zona del comasco mi porge il destro per una riflessione di più ampio respiro.
Una volta per tutte: per un musicista, il solo fatto di non avere uno stile appariscente non significa necessariamente mancare di qualità; se così fosse, Paul Desmond sarebbe stato un altoista mediocre e Freddie Green un chitarrista inutile, il che è definitivamente assurdo e inaccettabile. Molte volte, in musica, il lavorare di sottrazione o l’aver conseguito una propria sintesi strumentale è sinonimo di saggezza e solidità.
Per la cronaca, ricordo che Sportiello e Caracca furono parte (con Carlo Bagnoli e Tomelleri) del seminale gruppo “Bechet project”, il cui cd venne registrato proprio al Melo. Quindi, vista la lunga amicizia tra Ferrario e Sportiello, e quanto tutti e cinque – in un contesto o in una altro – avevano già suonato insieme, la sera ha assunto il sapore di una rimpatriata e dal palco trapelava costante la gioia dei nostri di fare musica insieme ed il mutuo, reciproco, divertimento. In un club pieno come un uovo, il primo set è cominciato con un blues interrotto da un improvviso boato ( per il rientro/feedback di un radio-microfono) – il che certo non riguarda la perfezione -, che ha suggerito al pianista di fare le presentazioni “unplugged”; si sono succedute belle versioni di classici come “Black & blue” di Fats Waller o “Struttin’ with some barbecue”, con solo di batteria o la bella interpretazione a duo (per piano e tromba) di “It’s wonderful”, dedicata alla memoria del trombonista Lucio Capobianco (altro famoso esponente del Louisiana jazz club), appena scomparso.
E poi ancora Rosetta (di Earl Hines) e Prisoner of love, che io ricordavo in una interpretazione di Lena Horne.
Il secondo set ha registrato un pubblico più partecipe e caldo ed ancora numeri di classe in brani come “Royal Garden Blues” od “In a mellow tone”; ricordo poi un lungo brano concluso a trio (piano/contra/batteria), aperto da una suggestiva intro di piano solo, “Lucky to be me” di Leonard Bernstein, che ha lasciato spazio ad una pagina di piano classico, sfociata (con l’ingresso della sezione ritmica) nella celeberrima “Lullaby of Birdland”, davvero preziosi momenti …
Altre volte mi ricordo di aver visto e sentito il newyorkese adottivo trasformare con successo pagine di Chopin in stile stride, il pianista non è nuovo a queste avventure, che fanno sempre piacere. Ancora il quintetto per la natalizia “Winter wonderland” e la ellingtoniana “Mood indigo” a chiudere le danze (almeno per ciò che riguarda i due set regolamentari).
Bis con Perdido ed infine That’s a plenty (esempio di Dixieland, musica che – come ricorda Sportiello – non è affatto scontata e/o armonicamente banale).
Che altro dire? Ho ritrovato con grande piacere la capacità di presentare i brani da parte di Sportiello (che è un’arte sottile, a cui pochi sembrano avere accesso), ma potrei anche parlare delle magnifiche dinamiche al pianoforte da parte di uno dei suoi più bravi esponenti, delle invenzioni a getto continuo di Mr. Ferrario, della cavata straordinaria del contrabbasso, sempre solidissimo e molto, molto musicale. Magari potrei fare un cenno all’impiego sapiente della tromba (con effetti come wha-wha e glissati) o di un batterista di impostazione classica, dal drive autorevole, ma preferisco uscire di scena con un mio personale “grazie a tutti e buone feste” - a musicisti, direttore artistico e staff del Melo - e “lucky to be me” (fortunato ad essere io)… in quel posto, quella sera.
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EVERGREEN JAZZ TRIO
www.myspace.com/evergreenjazztrio Luogo: Melo, Gallarate (VA)
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Carlo Uboldi - pianoforte Antonio Cervellino - contrabbasso Marco Caputo - batteria |
Quando il pubblico è raccolto dietro ai tavolini di un club si crea, con i musicisti, un rapporto intimo, colloquiale, che fa la differenza durante l’esperienza di un concerto jazz. Specialmente se il leader della formazione, dotato di uno spiccato senso dell’ironai, sa venare un’impeccabile performance con momenti ilari e giocosi.
L’Evergreen Trio affida il debutto sulla ribalta del Melo di Gallarate alle note del pianoforte di Carlo Uboldi: la tastiera è perpendicolare alla linea della platea, il contrabbasso dietro la sua mano sinistra e batteria alle sue spalle. «E’ un omaggio ad Oscar Peterson - svela Uboldi ai meno preparati - perchè è tra i miei musicisti favoriti, e questo assetto mi permette un’immersione totale nel suono della band senza bisogno di spie».
La serata si dipana tra strandard jazz, primo amore della formazione (cui inoltre si deve il nome Evergreen) e brani tratti dal loro recente album The Key of Swing (leggi recensione). Ecco quindi Autumn Leaves: sfoderata come apertura svela fin dall’inizio un’intesa eccezionale tra i componenti del trio, che improvvisano con una logica che appare naturale. Dopo la chiusura latin le note del contrabbasso di Cervellino introducono il brano di sua composizione Dorian Blues: un lungo intro, e poi alle note accarezzate del contrabasso si accosta il battito delicato delle spazzole di Caputo: tutto è pronto per l’ingresso di Uboldi che può spaziare su un pedale ostinato fino a che il brano don si tramuta a tutti gli effetti nello swing bluseggiante cui deve il nome.
E’ quindi la volta della struggente I’m Waiting For My Love, a firma Uboldi: senza cordiera del rullante, i battenti di Caputo creano un’emosfera cupa, sottolineata dal giro di contrabbasso cui è affidato il primo solo del brano (con qualche problema di accordatura, camuffato tuttavia brillantemente dal Cervellino). L’omaggio ad Oscar Peterson continua con un altro brano di Uboldi, The Key of Swing, tutto shuffle e carnalità, prima che Estate (Bruno Martino) chiuda la prima parte dello spettacolo.
La ripresa vede sul palco solo batteria e contrabbasso impegnati nell’atipico Bass & Brushes (Uboldi) seguita da Things Ain't What They Used to Be, dedicata dall’Evergreen Trio ad Alvaro Belloni, direttore artistico della rassegna.Quindi è la volta del piano solo per la bellissima Over the Rainbow, prima che altri due brani originali chiudano la serata. Scoglitti Time di Uboldi, scanzonato e giocoso, con inserti latin, trasmette tutta la spensieratezza di una vacanza al mare; quindi Minio, di Antonio Cervellino, dopo una lunga introduzione segnata dall’archetto sul contrabbasso, lascia il posto una una ballata inframezzata da improvvisi cambi di tempo.
Richiamati sul palco, i musicisti concedono il bis rituale ad un pubblico del Melo che, inizialmente un po’ scettico, ha saputo riconoscere nell’Evergren Trio una piacevole novità.
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ROBERTA GAMBARINI QUARTETLuogo: Main Stage, Toronto
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Roberta Gambarini: voce Dave Restivo: pianoforte Neil Swainson: contrabbasso Willie Jones III: drums |
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Il Main Stage del Jazz Festival di Toronto sceglie l’ampio spazio su cui si affaccia la City Hall per installare il suo tendone bianco e riempirlo di seggiole che sembrano rubate alla sagra del pesce. Il contesto non fa presagire nulla di buono, ma la voce cui è affidata l’apertura della serata del 25 giugno pare smentire le aspettative: l’italiana trapiantata in America Roberta Gambarini annunciata dall’ufficio stampa del festival come la vera erede di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, e Carmen McRae, sta per calcare il palcoscenico e trasformare un insulso tendone da circo in un tempio del jazz.
L’inizio a cappella della vocalist sfila senza lode nè infamia tra il rumore dei venilatori e il vociare della gente che, a pochi passi dal tendone, si gode gratuitamente l’oneroso spettacolo.
Il canadese Dave Restivo sostituisce Eric Gunnison, il pianista originale della formazione che per un contrattempo dell’ultimo minuto non si è potuto esibire: la presentazione, oltre che dalle parole della vocalist, arriva direttamente dalle dita del pianista che suscita da subito l’entusisamo del pubblico.
La scaletta prevede brani cantati in portoghese, inglese, francese e italiano, regolarmente arricchiti con qualche minuto di scat.
Quando la luce naturale inizia a lasciare posto all'atmosfera più calda del crepuscolo, la cantante originaria di Torino rievoca un ricordo d’infanzia con On the Sunny Side of the Street (presente - racconta - nella discoteca del padre nella versione di Dizzy Gillespie, Sonny Rollins e Sonny Stitt) per poi passare alla struggente Oblivion di Astor Piazzolla, con testo in francese.
Un asoolo di contrabbasso di Neil Swainson apre This Masquerade (Leon Russell), quasi un omaggio a George Benson, artista che avrebbe calcato lo stesso palcoscenico la sera successiva; è quindi la volta di With Every Breath I Take, tratta dal celebre musical di Cy Coleman City of Angels.
Nella riduzione per combo di Multi-Colored Blue, presentata da Duke Ellington nella versione per orchestra, Roberta Gambarini annuncia che sarà in grado di cantare anche la strofa centrale del brano scritta per voce maschile. L'ensamble rientra al completo sul tempo blue del brano per reggere i vocalizzi finali della vocalist.
Si passa quindi al cavallo di battaglia della Gambarini, Estate di Bruno Martino in cui per una volta lo scat lascia il posto ad un solo di cornetta simulata "a mani nude" dalla cantante.
La conclusione è affidata allo swing incalzante di Lover Come Back to Me, con lìassolo di Dave Restivo che conquista uno scrosciante applauso del pubblico di casa.

www.jazzascona.ch
Continuando il mio viaggio in quella multiforme e variegata sarabanda del Festival di Ascona (Jazzascona 2012), ho trovato conferme e novità, senatori ed emergenti, vecchie garanzie e nomi finora sconosciuti, da tenere sott’occhio, buoni da ascoltare di nuovo, alla prima occasione.
Va da sé che ciò che descrivo è solo una parte di un ben più ampio scenario: con molti concerti ogni giorno in contemporanea, nessuno è in grado di vedere tutto il festival, e ognuno ha un suo festival da ricordare. Dovrò glissare quindi su una pletora di concerti magnifici e/o importanti, dalle Sorelle Martinetti/Orchestra Maniscalchi a Nina Attal, da Till Bronner ad Irma Thomas e tanti altri ancora: bisogna fare delle scelte. Definitivamente ottimo il quintetto dal nome programmatico Old Fashioned della pianista-cantante Silvia Manco, con una delle mie sezioni ritmiche italiane preferite (Giorgio Rosciglione al contrabbasso e Gegè Munari alla batteria) e con un giovane trombonista – se non erro boliviano - Humberto Amesquita ed una vecchia conoscenza degli strumenti ad ancia (qui al sax tenore e clarinetto), Luca Velotti, - anzi, come lo presenta il suo datore di lavoro Paolo Conte, "Sir Luca Velotti". Grande swing e divertimento a piene mani, sia che fossero stra-classici (It don’t mean a thing, Speak low) o pezzi meno conosciuti (Substitute di Jelly Roll Morton o No moon at all).
Sorpresa dell’anno, ricordo che il sottotitolo del festival era Sophisticated lady/La città delle donne, la bravissima trombettista e cantante canadese Bria Skomberg, vista in azione con un gruppo di vecchi frequentatori di Jazzascona (Paolo Alderighi al piano, Nicki Parrott al contrabbasso e alla voce, Warren Vachè (nientemeno!) alla cornetta ed un batterista straordinario Guillaume Nouaux) alle prese con un repertorio sufficientemente variegato e accattivante, da cose più prevedibili (la versione di Fever a cura della Parrott) ad altre più filologiche (lo strumentale Trio di Erroll Garner, Alderighi naturalmente sugli scudi – non mi stupisce, conoscendolo, e so benissimo che il giovane pianista milanese è uno dei nostri jazzisti da esportazione più richiesti , un set davvero eccitante!
Già presente l’anno scorso, il trombettista Jon Faddis (uno dei personaggi centrali del jazz planetario) si è esibito con la Stanford University Jazz Orchestra (un’orchestra di giovani) diretta dal trombettista Frederick Berry: detto che Faddis è davvero notevole in quello che è il punto debole o spina nel fianco di tutti i trombettisti – il registro acuto ed i sovracuti – ed ha improvvisato e svolto temi da par suo, bisogna ammirare il lavoro dell’orchestra, in cui si sono distinti alcuni elementi come la baritonista Sophie Miller ed il trombettista Graham Davis (un destino nel cognome!). Complimenti a tutti, in primis a Berry che ha orchestrato e diretto con sensibilità ed intelligenza, producendosi anch’egli come trombettista (di rango) in Manteca. Una segnalazione per la bravissima cantante Emma Pask, alle prese con un repertorio classico ed accompagnata da The Australians, di cui avevo già scritto da queste colonne: ha swing e personalità.
Altra grandissima amica del festival, Lillian Bouttè, cantante neworleansina di stanza in germania, un nome una garanzia, con una band precisa per lei (Gumbo Zaire) ed un ospite di riguardo, il tenorista Pee Wee Ellis, che forse molti di voi ricorderanno alla corte di James Brown o con Maceo Parker. Ho potuto vivere grandi momenti come la A-tisket a-tasket, con duetto tra voce e sax od un calypso strumentale tutto a cura di Ellis con grande spazio per il coro del pubblico: mi aspettavo St Thomas da un momento all’altro, invece ecco Caravan, poi tema iniziale e fine brano. Un buon gruppo, ottimi i momenti di interplay tra i due giganti. Ancora musica nella notte – ne dubitavate? – con la jam session all’Hotel Tamaro, con tanti giovani e bravissimi musicisti e musiciste (le Lady 4et di Rhoda Scott), in compagnia di maestri e vecchie volpi come il pianista/cantante David Paquette, il violinista/cantante George Washingmachine, Alderighi e lo stesso Ellis….chi non ha mai visto una di queste sedute ha davvero perso qualcosa di straordinario!!
Congedo e uscita in stile dal festival il 2 Luglio a Cannobio (VB) Italia , sotto un cielo minaccioso, che fortunatamente ci ha graziato da un ingiusto temporale ed acquazzone.
Così, nel meraviglioso scenario della piazza dell’imbarcadero (ed in uno slargo del lungolago, poco distante), con tanto di luna piena che spandeva i suoi raggi sul lago, si sono esibiti tre gruppi: apre le danze la Regeneration Brass Band, con tanto di ballerina-coreografa. Ci regalano alcuni brani, fra cui When you’re smiling, Mardì gras in New Orleans e sull’in-cipit di Dinah prendono a muovere verso l’altra parte di Cannobio.
Prende il palco il quartetto del cantante pianista Larry Franco, che, completato da Anna Korbinska al sax alto, Antonella Mazza al contrabbasso ed Enzo Lanza alla batteria, si produce in una serie di brani dal progetto del 2006 dal nome import/export, cioè standards dal songbook americano uniti in medley (per affinità strutturali) a brani della tradizione swing italiana.Un esempio potrebbe essere costituito dalle celeberrime Besame mucho ed Estate. Molto divertente e tutti davvero notevoli. All’intervallo mi godo un po’ del fantastico gruppo di choro (musica brasiliana primigenia) Creole Clarinets E Trio Perigoso, frutto di una ricerca e collaborazione tra il clarinettista/sassofonista Thomas L’Etienne (altro protagonista di molte scorse edizioni) ed un collega sassofonista tedesco Uli Wunner ed il giovane trio brasiliano (pandeiro, cavaquino e chitarra classica 7 corde): davvero ottimo. Quasi in chiusura, ancora sul palco vicino all’imbarcadero, jam session finale, al quartetto di Franco si unisce tutta la Regeneration (When the saints) ed infine anche L’Etienne (Basin Street Blues), difficile immaginare un finale migliore! Mi piace vedere che anche due comuni italiani (Stresa e Cannobio) hanno contribuito alla festa. Arrivederci al 2013.
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JAZZASCONALuogo: Stresa
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Molti ancora non sanno che il popolare festival Jazzascona (un tempo Ascona/New Orleans jazz festival), da almeno tre edizioni ha un prologo in Italia, in quel di Stresa, e – dalla scorsa edizione - un epilogo, sempre italiano, a Cannobio e ciò grazie alla collaborazione tra il direttore artistico Nicolas Gilliet e le rispettive amministrazioni comunali e la Provincia del VCO.
Quest’anno il festival ha per sottotitolo Sophisticated lady, nel segno di un festival al femminile, proponendo non solo donne cantanti, ma anche strumentiste.
Lasciata al suo destino, per motivi tattici, la “vecchia conoscenza” della Regeneration Brass Band di New Orleans, mi sono concentrato su tre (dei quattro) gruppi per me “nuovi”: la Regeneration, vista e sentita dal 2010 ed anche nel 2011 numerose volte in Ascona [come si fa a perdere una marchin’ band (gruppo di strumenti-ottoni e percussioni che suona e marcia per la strada), che tutti i giorni, più volte al giorno, è una colonna sonora ambulante per le strade ed i vicoli di Ascona, se si è “residenti” per la manifestazione?], pur validissima e molto divertente verrà di nuovo a sonorizzare le mie giornate asconesi. Questo sostanzialmente è quanto rilevo dalla mia serata di mercoledì 20 giugno a Stresa, appunto, per l’apertura del festival.
Partenza con un personaggio alla sua prima apparizione in Europa, fresca e carina, la pianista-cantante Champian Fulton, con un suo trio che vede Mathias Allamanne al contrabbasso e ospite speciale Fukushi Tainaka alla batteria. Secondo Gilliet questa giovane potrà essere una nuova Diana Krall....ma, molto più vicino a noi, in tema di pianiste/cantanti, io continuo ad amare quella Laura Fedele, che pure di festivals di Ascona ne ha fatti almeno due, e proprio qui a Stresa si era esibita con grande successo due anni orsono. La Krall lasciamola ai pivelli ed ai neofiti.
La Fulton dimostra una qual certa classe e su classici come Exactly like you, Pennies From Heaven - il primo brano che cantò in pubblico ancora bambina - o Lover Come Back To Me si muove a proprio agio: è una brava cantante, ma nel ruolo di pianista mi piace a tratti, ho apprezzato il suo solo in un brano di Cole Porter dal titolo It’s allright with me. Senza grande personalità, anche se funzionale all’organico ed ai brani, il bassista Allamanne, a differenza del batterista Tainaka, che ha carattere e si sente. Dato comunque il ruolo di apri-pista nella sua prima data italiana, il caldo umido e le zanzare che accorrono da ogni dove nella piazzetta, l’insieme è buono ed in sintesi la Fulton va tenuta d’occhio e d’orecchio…. sa regalare con facilità buone emozioni ed è una frontwoman spigliata e brillante.
Secondo gruppo della serata il quartetto (piano,sax tenore, basso e batteria) del contrabbassista/cantante Mark Brooks da New Orleans, alle prese con un repertorio variegato, ma di sicuro impatto e spessore musicale: a questo gruppo è toccato l’onere e l’onore di accompagnare le New Orleans ladies, cioè due cantanti donne, la stupenda e coinvolgente Anais St John (vedi foto) e la più matura, straordinaria Germaine Bazzle. La prima è davvero intrigante e come show-girl è scesa dal palco invitando la platea a partecipare attivamente allo spettacolo; la seconda ha dimostrato notevole espressività, arrivando a prodursi in un solo di voce ad imitazione di un trombone con sordina nella classica ellingtoniana Don’t get around much anymore.
Il quartetto ha fornito numerose prove di valore, su tutte una incendiaria versione del classico calypso St Thomas – pubblico entusiasta...
Infine quella che secondo me è stata la vera epifania della serata, il valore aggiunto ad un’apertura di festival comunque ricca di emozioni e qualità: The Australians. Costituita da elementi centrali della scena musicale australiana, ecco una swing band che ha davvero tutto per divertire un’ampia gamma di ascoltatori, dai vecchi jazzofili agli assoluti principianti; un settetto compatto e coeso, servito nelle presentazioni dallo humor del batterista Anthony Howe, con un trombonista/arrangiatore/cantante, Dan Barnett, e una figura di culto cioè il trombettista Bob Henderson, ma nessuno ha demeritato.
Prendono il palco e dopo le presentazioni di rito (rappresentante Città di Stresa e Gilliet) partono con una determinazione ed una solidità impressionanti; i brani si susseguono in un alveo stilistico di swing classico, frammisto ad episodi di jazz arcaico (Bill Russell rag, Riverboat shuffle, Shangai shuffle), tutti i membri del gruppo sono sempre sul pezzo e ci regalano gemme come una Mood Indigo vocale, dai fiati morbidissimi ed una rumba, Buena Vista, (sì, proprio da Buena Vista social club) il cui piano solo sostenuto da una lunghissima rullata di batteria crescente alla fine è da incorniciare...deliziosi, giù il cappello. Certe volte non è tanto importante COSA suonano, ma COME suonano ed in questo caso è stato così. Altre perle ci sarebbero da raccontare, come la Melancholy lullabie con chitarra in primo piano, ma voi segnatevi questo nome – The Australians – ed organizzatevi per raggiungere Ascona, - trovate tutte le info sul sito ufficiale www.jazzascona.ch - se il buongiorno si vede dal mattino, il divertimento e la qualità musicale sono assicurati.
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