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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Venerdì Febbraio 26, 2021
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Premessa: Tattoo You è un prodotto che di fatto presenta soltanto due canzoni nuove, Neighbours e Heaven, incise poco dopo l'uscita della prova precedente. Il resto sono outtakes, avanzi di cassetti, ripristini e sviluppi di idee appena accennate.

Ciò malgrado, trattasi di prodotto soddisfacente, per non dire notevole, che celebra il ritorno della band al rock puro e semplice, dopo che si poteva anche chiudere un occhio sulle contaminazioni funky (Some Girls), e peggio ancora discodance (Emotional Rescue) dei tempi recenti, ma con la ferma condizione che si riprendesse presto la strada maestra. It's Only Rock and Roll avranno ripensato i Glimmer Twins quando, verso la metà del 1981, si trovavano di fronte alla necessità di dover assemblare una nuova produzione per sostenere il tour mondiale che sarebbe partito di lì a breve. E da qui la decisione di tornare al primo amore.

 Tattoo You , che ha visto la luce alla fine di quell'agosto, è prodotto atletico e potente, sin dalla prima traccia, Start me up, il più grande successo nelle charts dai tempi di Angie, che ne detta la headline stilistica. Si congiunge senza soluzione di continuità con la brillante Hang Fire, ironica dissertazione sui dissesti finanziari dell'Inghilterra anni '70, "You know marrying money is a full time job/ I don't need the aggravation/ I'm a lazy slob", con coretti alla Who e riff vivaci. Il divertimento contagia, e porta alla naif Little T + A, così innocente e delicata malgrado la frigida interpretazione di Richards, che vi suona praticamente tutti gli strumenti.

La lezione di blues, che non manca mai in ogni lavoro timbrato Stones, consta di due sezioni. Slave è un grottesco, autocompiaciuto inciso strumentale ribadito ad libitum con la partecipazione (la complicità, meglio), nientemeno, di Billy Preston, Sonny Rollins al sax e Pete Townshend ai cori (il ragazzo stava contemporaneamente incidendo Face Dances, il primo parto post-Moon con Kenney Jones alla batteria). Black Limousine, la cui musica è primariamente parto di Ron Wood, funziona sul terreno pesante, e verrà presentata on stage per molti anni a venire. La succitata Neighbours, con quel middle eight forsennato e un Jagger sciatto e cruento come ai bei tempi, chiude la prima parte mantenendo l'acceleratore ben pigiato sul massimo.

Il secondo lato funziona in modo quasi altrettanto efficace. L’unica tristezza è l’impresentabile Heaven, concentrato di guaiti e gemiti senza vergogna, che persino il primo Prince, o la buon anima di Michael, avrebbero rifiutato di incidere. Per fortuna, il resto del materiale è eccellente.

Si parte subito forte, con Worried About You, l’episodio migliore, rhythm’n’ blues rabbioso, fremente, con chitarre tirate e falsetti lancinanti: il crescendo dell’ultima strofa è da antologia, ribollente di adrenalina. Magari, la produzione stoniana post-Exile on Main Street si fosse mantenuta su questi livelli! Tops è una nuova riesumazione: una prima versione era stata registrata una decina d’anni prima, ma non aveva trovato posto né su Goat’s Head Soup né su It’s only rock’n’ roll. Trova dunque una perfetta collocazione qui, con la parte di chitarra dell'ex Mick Taylor salvata dal remissaggio; ancora una volta, come in Start me up e Neighbours, il bridge è un irrinunciabile punto di forza.

No use in crying, cori duri e compatti e machismo a go-go, rappresenta il secondo credito per Wood, che come sempre deve sudar sangue per vedere il proprio nome stampato tra quelli dei compositori. E’ brano ispido e oscuro, che amplia la sezione soul di Tattoo You su versi tipici dell’egocentrismo jaggeriano, misterioso e affascinante. Per contrasto, Waiting on a Friend chiude (in bellezza) il lavoro con una punta d’intimismo. “Don't need a whore, I don't need no booze, don't need a virgin priest/ But I need someone I can cry to, I need someone to protect”. In definitiva, anche a livello di testo, è una classica, seppur accattivante, ballata-Stones che Sonny Rollins arricchisce di una nuova, suggestiva parte di sax.

Visto che è sempre per la musica che un’opera va giudicata, Tattoo you, per quanto raccogliticcio e in più d'una occasione non di primo pelo, è la prova migliore del gruppo da una decina d'anni a questa parte. Il resto della nuova decade, a parte certi sprazzi di Undercover, non sarà altrettanto interessante. Oltrettutto le tensioni Jagger-Richards stavano per acuirsi, mettendo in discussione l'intero futuro della band.

 

Pubblicato in Recensioni dischi

Ho ancora negli occhi le immagini degli ultimi spettacoli dal vivo dei Rolling Stones, rugosi e decrepiti eppure ancora incazzati e pronti a ribadire il loro perenne status di street fighting men.

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Quando questo ventesimo album degli Stones venne pubblicato, alla metà di luglio del 1994, un lustro era trascorso dall’ultima opera da studio, e visto che questa non era poi granchè, la speranza era che cinque anni di silenzio valessero almeno la pena per qualcosa di più appetibile. Per fortuna è il caso di questo Voodoo Lounge, che rivendica quanto meno una maggior decisione, un’energia più propositiva rispetto alle ultime cose made in Stones.

 

Bill Wyman non è più della partita, e dietro la consolle si presenta nientemeno che Don Was; uno pensa, qualcosa deve cambiare per forza. Infatti. Le prime tre canzoni iniziano quasi con lo stesso stacco di batteria, un segnale forse della vigoria che pervade il disco? Fatto sta che il trittico Love is strong, You Got Me Rrocking e Sparks Will Fly costituiscono un arcobaleno rock and roll composto rispettivamente da black sound, hard rock, rockabilly. La presenza più superba in questo campo è però quella di I go wild, un rock forte e diretto, con chitarre e voci all’unisono e la vocalità decisamente cattiva di un Jagger assoluto padrone della scena. Il valore di Voodoo Lounge va ricercato anche in una ricerca stilistica maggiormente improntata ad uno stile meno patinato e più sporco, che aveva d’ altronde sempre caratterizzato i lavori più riusciti. Non solo la opener Love Is Strong ne è un azzeccato esempio, con l’ottimo uso dell’armonica, finalmente riadottata dopo anni d’esilio, che pervade un sound tanto felicemente metropolitano. Ma anche Moon Is Up e Thru and Thru sono intriganti prototipi del ritrovato “bad mood” dei cari cinquantenni. Quest’ultimo pezzo è particolarmente intenso, con Richards lead vocalist che accarezza e aggredisce, misterioso e sfuggente, Tom Waits de’noantri, in sei minuti di fresca, intrigante suspance.

 

Ma Voodoo Lounge è anche, evidentemente, blues. E c’è blues e blues. C’è quello sprizzato di funky che porta al deliziante quadretto di Suck On The Jugular, con quei coretti a risposta che riportano indietro di venticinque anni senza che uno se ne accorga. Quello trascinato, incalzante di Baby Break It Down. C’è, malauguratamente, quello di Brand new car, risaputo, stereotipato, riproposto senza una variazione che ne giustificasse la presenza. Ecco il primo piede in fallo: era necessario inserire anche qui la medesima versione di Spider And The Fly? Deformazione professionale, forse; certamente una delle due tracce inutili del disco. L’altra risponde al nome di Out of tears, è una lagna insopportabile di oltre cinque minuti basata su tre note di pianoforte, lenta da morire con un ritornello abominevole che recita così: “Non piangerò quando ti dirò addio, non ho più lacrime...”. Pensa te. Piuttosto inascoltabile, e scriteriatamente scelta come singolo, venne giustamente spernacchiata dalle charts di entrambe le parti dell’atlantico, che vi negarono l’ingresso nei primi trenta.

 

Fortunatamente, si possono reperire espressioni melodiche di ben altro spessore. Il country and grass di Sweethearts together e l’estasi attonita di Blinded by Rainbows sono pura delizia. Fa tenerezza il “Jagger perdente” di New Faces, la cui armonia è talmente semplice è carina che gli si perdonano banalità impressionanti tipo My Heart Is Breaking in Two..., almeno non c’è l’ appiccicaticcia, nauseante drammaticità di Out Of Tears. Anche in questo campo è però un brano cantato da Keith Richards a spiccare, ossia la ballata di The Worst, permeato di leggiadria malgrado il suo interprete si premuri di ribadire al partner che lui è “il tipo peggiore che lei potesse incontrare”, d’altra parte trent’anni di immagine diabolica non si possono mica buttare in due minuti di canzone.

 

Un autentico miglioramento dunque, sigillato dalla chiosa r’n’ r di Mean disposition, con Wood e Richards a far trillare le chitarrine con suoni tanto arcaici quanto naif, sembrano John e George ad Amburgo. Peccato per le due brutture segnalate in precedenza, il che non impedisce a Voodoo Lounge di rappresentare il lavoro migliore da Tattoo You, tredici anni prima.

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