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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Martedì Aprile 16, 2024
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È proprio un pianoforte da concerto quello che separa il pubblico del Teatro alla Scala di Milano da Paolo Conte e suoi undici scudieri quando, la sera del 19 febbraio 2023, le luci si accendono sulle prime note di Aguaplano.

 

Una data da ricordare, non tanto per il presunto debutto delle “canzonette” sul palco scaligero, ma per la messa in scena della raffinata riflessione di un cantautore sulla performance, espressa attraverso una ricercata poetica e un’esecuzione ineccepibile, proprio in un luogo iconico.

 

La scelta dei brani in scaletta nel primo tempo del concerto sembra voler dire questo, è l'affermazione di più di 50 anni di ricerca e messa in scena, rivendicate attraverso brani quali Come di, Recitando, Sotto le stelle del jazz, e culminate nell'esecuzione in solitaria di Conte di Dal loggione, indossando un paio di occhiali da sole da dietro i quali sembra dichiarare: “Io so di cosa sto parlando. Voi?”.

 

Facciamo però un passo indietro per accedere gradualmente allo spettacolo svelato dai drappi rossi che scivolano verso le quinte. La scenografia è assente a parte le luci che colorano a tema i brani della scaletta: lo spettacolo fornito da Paolo Conte e il suo ensemble è più che sufficiente a riempire il palcoscenico.

Il discorso su musica, esibizione e generi prosegue, dopo Aguaplano, con l’immancabile Sotto le stelle del jazz, in cui in cui brilla l’arrangiamento per ottoni, seguita dal ritmo incalzante di Come di, che scorre veloce sotto le pennate manouche di Luca Enipeo e Nunzio Barbieri.

La luce verde che pian piano irradia i componenti della sezione ritmica e l’incedere pacato delle prime battute del brano successivo sono un chiaro segnale: siamo Alle prese con una Verde Milonga. A svelarne l’origine d’Africa è il darabouka percosso da Lucio Caliendo, mentre ad uno ad uno gli altri strumenti si accendono in un crescendo che porta alla repentina variazione ritmica. fino allo sfumare sul finale, letteralmente soffiato via da Conte nell’imitazione del fruscio del vento. 

 

Cambio di postazione e il cantautore astigiano si alza per una balzellante - forse troppo - Ratafià, scandita dal pizzicato del violino e dai battenti sulla marimba sapientemente agitati da Daniele Di Gregorio. Gli occhiali da sole tornano sul viso di Conte per l’esecuzione di Recitando: in piedi davanti al microfono ci ricorda che l'innovazione avviene (anche) profanando. Un battito di mani e Conte stacca sul motivo strumentale eseguito all'unisono dagli strumentisti, conferendogli un’assoluta intensità; la sua voce, che tanto i critici amano definire “ruggine”, suona in questo brano limpida come mai. Stessa voce che, per la successiva Uomo Camion, si sporca e distorce sostituendosi al kazoo. A proposito di strumenti imitati e che imitano, è il sassofono con la sua parlata grassa il protagonista del botta e risposta growl nella successiva La Frase.

Ed eccoci quindi al brano che chiude il primo tempo, una sublime Dal loggione eseguita in solo al pianoforte: impossibile non immedesimarsi e perdersi nell’atmosfera più intima del Teatro.  

 

Dopo l’intervallo il tono cambia radicalmente, la riflessione cede spazio all’esecuzione e i musicisti si esprimono con assoli coinvolgenti, trascinando il pubblico (tutto il pubblico, anche chi non se l’aspettava) in un entusiasmante, ma composto, turbine musicale.

Chi non immaginava che la rumba fosse solo un’allegria del tango, può accorgersene grazie ad un’esplosiva Dancing e all’infuocato assolo di sax di Luca Velotti; chi conosce Gioco d’Azzardo può riscoprirne la sensualità grazie agli intrecci melodici tra voce, violino e flauto e all’assolo di sax baritono di Massimo Pitzianti in chiusura.

Arriva quindi il momento di un altro classico imprescindibile, Gli Impermeabili, arricchito dall’assolo di sax contralto di Claudio Chiara; poi, come da tradizione, Conte è in piedi per Madeleine prima del brano che tutti attendono, Via con me. Parte il consueto accompagnamento del pubblico che prova a battere le mani a tempo, ma...No, alla Scala non si può (sarà Conte a chiedere, nel bis, con il solito cenno del capo, la partecipazione del pubblico: allora tutti si sentiranno legittimati). L’arrangiamento ormai classico del violino pizzicato che punteggia il brano è stupendo quando resta solo col bandoneon e alcune note di pianoforte.

Non resta che il perpetuo crescendo di Max, prima del ritmo febbrile di Diavolo Rosso, su cui i musicisti sono davvero chiamati a dannarsi le dita. La sezione ritmica pedala ossessivamente per la durata dell’intero brano, incalzata dagli accenti del rullante e da un irriducibile Daniele dall’Omo, come sempre osannato alla fine del brano. Su questa carreggiata sicura e senza ostacoli fluiscono gli assoli indiavolati e ipnotici di Luca Velotti al clarinetto, Massimo Pitzianti alla fisarmonica e Piergiorgio Rosso al violino. Un autentico godimento.

Le chic et le charme ripristina la quiete e chiude il concerto.

 

Quando le tende si riaprono per i bis, sono tre coriste ad attendere il pubblico per intonare Il Maestro, una singolare e insolita dichiarazione d’amore alla musica, all’orchestra, al teatro. Arriva quindi il finale consueto, Via con me in versione leggermente più allegra; poi gli inchini, i ringraziamenti, le tende che si chiudono e si riaprono l’ultima volta su Paolo Conte che, solo, ringrazia e taglia corto, uscendo definitivamente di scena.

Chi aveva dubbi sull'opportunità di questo evento, probabilmente si è dovuto ricredere; per chi non ne aveva, è stata un'occasione unica di vivere la pienezza di una performance musicale.

 

FORMAZIONE

Paolo Conte

Nunzio Barbieri: Chitarra e Chitarra Elettrica
Lucio Caliendo: Oboe, Fagotto, Percussioni e Tastiere
Claudio Chiara: Sax Contralto, Sax Tenore, Sax Baritono, Flauto, Fisarmonica, Basso e Tastiere
Daniele Dall’Omo: Chitarre
Daniele Di Gregorio: Batteria, Percussioni, Marimba e Piano
Luca Enipeo: Chitarre
Francesca Gosio: Violoncello
Massimo Pitzianti: Fisarmonica, Bandoneon, Clarinetto, Sax Baritono, Piano e Tastiere
Piergiorgio Rosso: Violino
Jino Touche: Contrabbasso, Basso elettrico e Chitarra Elettrica
Luca Velotti: Sax Soprano, Sax Tenore, Sax Contralto, Sax Baritono e Clarinetto

 

SCALETTA

Aguaplano
Sotto le stelle del jazz
Come di
Alle prese con una verde milonga
Ratafià
Recitando
Uomo camion
La frase
Dal loggione

 

Dancing
Gioco d’azzardo
Gli impermeabili
Madeleine
Via con me
Max
Diavolo rosso
Le chic et le charme

 

Il maestro
Via con Me

 

 

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Assai particolare il posto che Orizzonti perduti occupa nella discografia del cantautore siciliano. Erano anni che Franco Battiato non s’esponeva al pubblico con un concept album, dai tempi, direi del progressive-sperimentale della metà dei settanta. E' un disco monotematico, incentrato sui ricordi, sui flash-back, con una vasta gamma di situazioni, fisionomie, consuetudini desuete e rivisitate, più che con nostalgia, con autentico rimpianto. Per contro, appaiono qua e là fotografie impietose di ansie moderne, piccoli grandi sacrifici senza amore, aspre negatività del presente. Un’opera di contrasti, dunque, tra un passato tanto anelato quanto impossibile ed un oggi ruvido e inevitabile, che sceglie uno stile ben preciso, ossia la rinuncia totale a strumentazioni acustiche, a favore di un’ elettronica dilagante, priva di pulsazioni umane, freddamente impeccabile e soprattutto, “tipicamente” odierna.

 

Non c’è nessun elemento, nel caso di Orizzonti perduti, per parlare di rock, o pop, o qualsivoglia altro genere: l’arrangiamento elettronico uniforma l’ intera proposta, senza per questo svilirne il valore. Anche le artiche tastiere de La stagione dell’amore, per citare il pezzo più celebre, rendono in modo eccellente il rammarico per un treno che non ripasserà, un’afflizione apparentemente senza speranza, che lascia un piccolo spiraglio (“Ancora un'altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore, nuove possibilità per conoscersi“), salvo concludere che “gli orizzonti perduti non ritornano mai”, mentre la melodia evapora come in un sogno lontano, anacronistico. Un Franco triste? Forse, ma anche un Franco isterico, nelle nevrosi in serie citate in Un’altra vita, causate dall’esistenza attuale, che si riflettono poi sulla sfera intima: “anche con te m‘arrabbio senza una vera ragione“. Qui il ritmo è, non a caso, battente e sfiatato, e il finale vuoto, iniquo come le giornate frenetiche e insensate d’oggi. Speranza? Poca. Forse in certe battute di Gente in progresso, in cui il motivo s’ingentilisce proprio in corrispondenza di lampi di positività (“E avremo nuovi amici, vicini a nuovi amori”). Ma in genere, il presente a Francuzzo nostro va indigesto assai. La musica è stanca riproduce fedelmente quanto esprime nel titolo, con strofa e ritornello ingrigiti da armonie grevi, ripetitivamente ipnotiche, a un passo dalla dissonanza, e con bridge di smancerosi coretti in falsetto. Leggete questa frase e tenete presente che è stata incisa nel 1983, che diremmo ora? “Brutta produzione altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più, e quante cantanti di bella presenza che starebbero meglio a fare compagnia…” E’ la traccia in cui, più d’ogni altro nell’album, il malessere s’esprime attraverso i suoni, che lasciano il termometro dell’emozione e del piacere ancorato allo zero, esattamente ciò che il cantautore intendeva esprimere. Come combatte l’uomo Battiato l’idiosincrasia per la civiltà d’oggi? Con l’isolamento. La solitudine di Tramonto occidentale dà bene l’idea della sua ricetta per salvarsi dal calderone di negatività: “..non scrivo mai a nessuno, non ho voglia né di leggere o studiare, solo passeggiare sempre avanti e indietro..”, mentre osserva divertito i fenomeni di massa (fanatismo pallonaro, in questo caso) da cui si guarda bene di farsi coinvolgere. Snobismo? Può darsi; sicuramente mancata accettazione, rifiuto di uniformarsi a tutti i costi, espressi tramite un’armonia che prende il largo proprio mentre il protagonista sottolinea la predilizione per i piccoli piaceri, spesso dimenticati o sottovalutati, in questo caso quello di una sigaretta “per il gusto del tabacco”. Riscoprire le piccole cose, e la gustosità delle stesse, dunque.

 

Ma il leit motiv di Orizzonti perduti resta la celebrazione del passato, dove c’è pura, semplice nostalgia (“tornerò...non scorderò...” da Campane tibetane o anche Zone depresse, che cita nientemeno che l’idrolitina!), e qui le musiche sono lievi, trasognate, sospinte da un desiderio irrefrenabile del tempo che fu. La chiave di lettura del disco è però nel brano d’apertura, ossia Mal d’africa, in cui Battiato si rivede quando, ragazzino in canottiera sulle sedie per strada, condivideva un momento di convivialità oggi impensabile, tra odori di brillantina e pomeriggi di siesta…i titoli delle canzoni citate nel ritornello sono inevitabilmente retrò (Stand by me su tutte) ed il sound intenso e struggente, seppur nel suo grigio “elettronismo”.

 

Ed è proprio questo il punto: l'elettronica totalitaria, assoluta, rappresenta l’impersonalità, la piattezza del presente, che predomina sul sentimento e sul calore d'una volta. Questo disco è il documento d’un disagio e Battiato rinuncia volutamente alla vitalità degli strumenti classici, laddove il “classico” è qualcosa che può solo essere rimpianto. Disco amaramente evocativo, coraggiosamente integralista, ancorchè premiato più dalla critica che dal pubblico.

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La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l'estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E' quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall'ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d'oro.

 

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d'apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall'inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock'n'roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l'urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c'è Una, dove il protagonista s'interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l' abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d'oltreoceano.

 

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

 

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

 

La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un'arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In ""Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania"", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

 

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell'ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch'io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

 

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s'inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest'ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile ""Anima Latina"".

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Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l'album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l'idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.


Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni - adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l'ascoltatore con un incipit d'impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l'aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

 

Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

 

L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

 

Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall'altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell'atto creativo, l'immediatezza di un'opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

 

Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l'indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all'ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

 

Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

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Con Abbi dubbi, undicesimo album, Bennato sforna il prodotto più significativo della propria discografia da molti anni a questa parte, almeno da E’ arrivato un bastimento (1983) in poi.

Abbi dubbi ammalia per versatilità di stili e potenza di suoni: l’ energica Sogni, opener che racconta a ritmo di rock aspirazioni e aspettative di giovani di belle speranze, ne è subito un brillante esempio (Senza tralasciare stilettate ad un ambiente che tali aspettative più di tanto non poteva forse assecondare: "L’Italsider mai/forse me ne andrò a Milano”…). Proprio il genere più amato dal poliedrico architetto partenopeo si prende tutti i primi piani del disco e lo contraddistingue appieno. La più trascinante espressione è la potentissima title-track, che strazia l’ inerzia della bollente estate in cui vede la luce con un “Hard’n’ roll” da capogiro. Strofe, ritornello, bridge, cori, assoli di chitarra metal e sax, il tutto nella più classica e rassicurante sequenza di accordi (quella di rock’ n’ roll appunto) per ribadire il ruolo che s’è costruito in una carriera (all’epoca) quasi ventennale. Metal, dicevamo? E metal sia, nella furibonda Zen, che nulla a che fare tiene con la filosofia, ma si riferisce a un quartiere di Palermo, tricorde secco, semplice e rimbombante. Violenza da quarantenne d’assalto? Non solo. Di grande effetto, per contro, anche un paio di slow anni sessanta, che Edo recupera dalle dance hall dei suoi quindici anni. Strepitosa Stasera o mai, arrangiamenti e coralità nero pece e batticuori da fine anno scolastico, con il finale lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore. Intrigante il blues sincopato di Vendo Bagnoli, che sciorina suadenti e sarcastiche considerazioni sullo stato urbano del suo quartiere natale. La vis polemica, fedele compagna delle opere del nostro, cresce e matura con lui: a metà disco il break è rappresentato dall’ oasi amorevole di Viva la mamma, twist ruffiano e perdonabile, vista la qualità del resto del disco. Bisogna pur campà, e a onor del vero le vendite dell’Edo negli anni ’80 non avevano rinverdito i fasti del decennio precedente. Ma restando nel campo dei buoni sentimenti, l’ ex ragazzo di Bagnoli se ne esce con un vero capolavoro: La luna.

Esasperatamente romantico senza mai sbordare nell’attaccaticcio, il brano guida l’ascoltatore attraverso una melodia davvero affascinante, con tanto di chitarrina classica in assolo (perché non un mandolino?) che a chiudere gli occhi ti vedi a passeggio sul lungomare di Ischia rischiarato appena dal nostro satellite preferito (che “colora i sogni di chi la guarda e s’ innamora” – meglio di così!). Ne segue il funky lento de La chitarra, ode nostalgica allo strumento su cui Bennato ha imperniato la sua intera carriera. L’album è completato da un paio di brani, per così dire minori, che ne riaffermano i temi a livello stilistico e di contenuti: Mergellina è 100% r’n’r , e stavolta si tratta di un sincero omaggio ad un’altra zona caratteristica del napoletano, paragonata qui ad altre celebri mete d’estati ricche e celebrate dal jet-set internazionale, come San Tropez, Portofino,

Acapulco, Ibiza. Il punto oscuro del disco è rappresentato da Ma quale ingenuità, dall’incedere stanco e il significato misterioso. Tirando le somme, la vitalità del disco risulta davvero confortante, al culmine di un decennio in cui pubblico e critica erano forse poco favorevolmente disposti nei confronti dell’artista. Lo spessore di Abbi dubbi ebbe il merito di introdurre al meglio la seconda parte della carriera di Bennato, che non si dipanerà sotto la luce abbagliante dello star system come la prima , ma non mancherà certo di offrire momenti dignitosi.

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