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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Lunedì Febbraio 06, 2023
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Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

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L’album di debutto dei californiani Quicksilver Messenger Service arriva nel maggio del 1968, ossia quando il gruppo si è già creato una solida fama di acid band sui palchi della west coast e non solo. Ma l’opera omonima non presenta unicamente sonorità psichedeliche e tonalità caleidoscopiche, pescando anche con profitto nel folk rock e nel ryhthm’n’ blues. L’omaggio ad Hamilton Camp che apre il disco, ossia Pride Of Man, ne è gustoso esempio: la slide guitar dell’ indimentcato John Cipollina modella un sontuoso urban sound tutto riflessione e saggezza esistenziale. Light Your Windows, primo pezzo originale, parte con atmosfere quasi da pianobar e toni da singer confidenziale, per poi trasformarsi a metà strada in fantasiosa blues – jam, inopinatamente troncata prima dei tre minuti di vita. In tutti i casi lunga abbastanza da mostrare la padronanza degli stili e la versatilità dei nostri, ansiosi forse di non farsi ingabbiare in un pericoloso clichè. Segue Dino’s Song, di Dino Valenti, che è membro fondatore dei QMS, ma in questo caso presenzia solo come autore. Assente giustificato, in ogni modo, dato che stava scontando una condanna per droga nelle patrie galere. Rientrerà più o meno a breve, nel frattempo concede in usufrutto agli altri un esercizio frizzante ed energico, memore certo più dei Kinks che dei Soft Machine, ma utile a ribadire l’elevato standard qualitativo dell’opera.

Nella seconda parte di Quicksilver Messenger Service, ampio spazio viene riservato a risonanze più prettamente ryhthm’n’blues. Archetipo più rispondente al genere è la strumentale Gold And Silver, con le chitarre di Gary e John a dividersi la scena senza negarsi intriganti parti solistiche più tendenti al lisergico. Ciò che colpisce in musiche di questo filone è la totale o quasi assenza di tastiere, il che è un segno distintivo abbastanza evidente nei confronti dei colleghi d’oltre oceano. E qualche volta le tracks avrebbero forse potuto trarne simpatico abbellimento, ma il livello della resa pare non risentirne. Una breve traccia di pianoforte colora il finale di It’s Been Too Long, scritta dal produttore Ron Polte, che s’allinea melodicamente a Gold And Silver.

Spetta all’imponente numero di chiusura, ovvero The Fool, oltre 12 minuti, ad assegnare a quest’album l’impronta acid per la quale è maggiormente, ma non del tutto a ragione, ricordato. Nella sua complessa struttura, la canzone esprime fin da principio gli schemi melodici più variegati, spesso deliziosamente dissonanti, con sfumature armoniche riflessive e davvero poetiche. La ritmica, gli stacchi, sono sempre sostenuti dal gran lavoro delle chitarre, lasciando batteria e percussioni misteriosamente in secondo piano. Echi, slides e distorsioni affollano poi la seconda parte di The Fool, vestendolo della più classica ed attraente matrice psichedelica. E qui si fa strada il cantato, che conduce il pezzo per metriche via via più intricate, ornato da cori celestiali. In totale un’espressione ostica, decisamente anti-commerciale e dal fascino discreto, quindi una vera manna per i tanti appassionati del genere.

Un esordio insomma convincente. L’età dell’oro, per questi ragazzi, sarebbe proseguita ancora per poco, tuttavia. Avrebbero condotto una carriera discontinua per tutti gli anni ’70 con continui rimescolamenti di formazione, partenze e ritorni, problemi con la giustizia ed altro ancora. La riunione della band del 2006, con i soli membri fondatori sopravvissuti, ossia Freiberg e Duncan, più nuovi innesti, non ha portato alla produzione di nuovo materiale originale, ma solo a concerti e dischi live, ma ogni continuità è definitivamente persa.

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Se c’è un gruppo che meglio incarna l’incontro fra l’hard rock di classe e l’heavy metal da headbangin’, di sicuro sono gli Alter Bridge del fenomenale cantante Myles Kennedy.

Arrivati appunto al terzo album (da qui il nome) i "Creed con un altro cantante" decidono che è il momento di replicare Blackbird, album che per chi vi scrive è uno dei milgiori dischi rock del decennio. E ci riescono alla grande!

In tutto il disco echi metal, grunge e indie si rincorrono intermezzati da blues-country e hard rock americano di gran classe e da ballad rock d’autore.
Si inizia con un trittico dal lasciare senza fiato Slip To The Void, Isolation e la gemma del disco Ghost Of Days Gone By tre brani estremamente diversi ma allo stesso tempo accomunati da una freschezza di idee e un’energia davvero rari di questi tempi musicali così banali.
Soprattutto la terza è un piccolo capolavoro di rock americano: la voce di Kennedy è qualcosa di unico, potente, pulita e rock; uno dei migliori cantanti in attività assieme a Cornell.
Ma quando pensate di aver sentito il meglio arriva All Hope Is Gone e sembra di stare in un disco dei Metallica anni ’90 grazie all'alternanza magistralmente condotta fra malinconia e metallo martellante. Il titolo è il manifesto dei testi di tutto l’album, una specie di viaggio attraverso i pensieri di una persona che ha capito che tutto quello in cui credeva non è il dogma di verità che credeva, e potrebbe non esistere.

E poi? E poi ci si trova in difficoltà. Non si può non citare I Know It Hurts, Still Remains, Wonderful Life, ma finirei per citarle tutte perchè fra semi-ballad e cavalcate metal rock non ci si annoia, non c’è un calo di idee, non c’è una canzone che passi inosservata o possa essere tacciata di banalità e noia.

Mi sento di consigliare senza riserve questo disco a tutti gli amanti del rock dall’heavy metal all’hard rock al rock americano. Più semplicemente, agli amanti della musica di qualità.

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Il disco di esordio degli Stone Roses, omonimo del 1989, è la sintesi di quanto non dovrebbe fare una band che s'affaccia alla ribalta mondiale: mortificare il proprio, innegabile, talento per scimmiottare modelli musicali risaputi senza spingersi più in là, alla ricerca dello spunto originale, del suono personale.
Il rinunciare almeno al tentativo di crearsi, insomma, una propria personalità artistica è il peccato originale del gruppo. L'inizio spetta alla poco interessante I Wanna Be Adored, monocorde ed insipida, che cede fortunatamente il passo a She Bangs The Drums, esercizio certamente "easy", ma quantomeno movimentato e piacevole, con un refrain ben congegnato. Le coralità sixties di Waterfall portano altra linfa alla raccolta, con una seconda parte diversificata e di buon effetto.

La gracchiante elettrica di John Squire domina facilmente i solchi di quest’opera prima ed introduce anche l'eterea Don't Stop, che afferma elementi di delicata psichedelia, col torto però di mantenere ritmiche ed armonie simili al brano precedente, frustrando le potenzialità di un ritornello ben architettato ed accattivante. (Anche perché, del brano precedente, non ne è altro che la versione originale, suonata al contrario… a che serve?!?)

La proposta più efficace di quest'album è l'ingegnosa Bye Bye Badman, che è un concentrato di pop-rock old- fashioned, con begli stacchetti in minore a dare visibilità al refrain.

Ma un conto è il ripescare tra le proprie emozioni e mettere insieme qualcosa che porti una propria impronta, altro è lo scopiazzare.
Perchè riprendere pari pari Scarborough Fair, qui insensatamente ribattezzata Elizabeth My Dear? Mistero.
La track successiva, Song For My Sugar Spun Sister, sciorina addirittura un giro base (per interderci do,la-,re-7,sol7),inserito a fagiolo in una ballatina pop senza la minima pretesa.

Made Of Stone ribadisce lo standard della band: brani con più di un tributo alle atmosfere fine'60, tra flower- power, psiche ed easy listening; qui almeno Squire pennella un assolo graffiante, ma il cantato e la sequenza degli accordi sono fin troppo prevedibili.
Lo stesso vale per Shoot You Down, della quale la più interessante peculiarità è il biascicare solista di Brown prima della ripresa del tema. This Is The One non sposta di un centimentro la lancetta del gradimento, che gravita stabilmente in acque basse: non basta un inciso orecchiabile e ribadito ad libitum ad arricchire un'opera povera di spunti originali.
E quando arriva il momento della closing I Am The Resurrection, al minuto quattro i ragazzi si sfogano finalmente in una jam session ispirata e di valore tecnico apprezzabile, ma è troppo poco e troppo tardi. Dove abbiamo già sentito questi suoni, questi toni, questi stili? Beatles? Who? Primi Pink Floyd? Fate voi.

Osando un pizzico d’originalità in più, il disco d’esordio degli Stone Roses sarebbe certo valso la pena d’un acquisto, pur non dovendosi gridare al miracolo. Le potenzialità della band s’intravvedevano, ma restavano sepolte sotto fior di stereotipi, prototipi, schemi, sequenze, già note da tempo immemore. Anche i messaggi che i nostri ci lasciano non rappresentano esattamente il trionfo dell’inventiva letteraria, e a dirla tutta l’aria di sacralità, di altezzosità che spira tra le righe di brani come I Wanna Be Adored o I Am The Resurrection diffonde un certo senso d’irritazione.

Dopo un seguito più blues-rock, Second Coming nel 1994, il gruppo è finito. Vista l’opera prima, non è stato comunque difficile farsene una ragione.

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Ebbene sì, stiamo parlando dello stesso Slash, al secolo Saul Hudson, ex-chitarrista dei Guns n’Roses, ex-fondatore e leader degli Slash's Snakepit e ancora ex-chitarrista dei Velvet Revolver.

Lo stesso Slash che da anni, su per giù una quindicina, graffia con la sua Les Paul le membrane degli altoparlanti di mezzo mondo, con quel suo inconfondibile mix di rock e blues fatto di riff aggressivi e assoli ora folgoranti ora struggenti, il suo sound pieno, l’inseparabile cilindro e la classica posa plastica a gambe divaricate. Dove stanno dunque l’eclettismo, la creatività, in parole povere le novità?

La risposta sta in Slash, inteso come titolo del primo vero album solista pubblicato dall’omonimo chitarrista alla fine dello scorso marzo. Quattordici pezzi interessantissimi che vedono la collaborazione di un bassista e un batterista fissi oltre a ben sedici diversi artisti (17 con Koshi Inaba, presente nella bonus track per il solo mercato nipponico) che si alternano al fianco di Slash. Benché i brani in sé, salvo qualche piacevole eccezione, non brillino per originalità, la lista degli ospiti è talmente variegata che non si può non morire dalla curiosità di passare con nonchalance dall’ascoltare Ozzy Osbourne seguito da Fergie dei Black Eyed Peas oppure Adam Levine dei Maroon 5 seguito da Lemmy Kilmister dei Motorhead ma soprattutto di sentire come la chitarra e il sound di Slash si sposino con stili e personalità musicali distanti anni luce tra loro.

Mentre nell’opening track Ghost, nata dalla collaborazione con Ian Astbury (cantante dei Cult) e il vecchio socio Izzy Stradlin questa convivenza è abbastanza scontata, i due pezzi seguenti ci regalano già le prime sorprese: se in Crucify The Dead, scritta e cantata da Ozzy, a stupire sono le sonorità cupe e un assolo che è più un lamento, in Beautiful Dangerous ci sorprende proprio la scelta del partner, la graziosa (per essere dei gentleman!) cantante dei Black Eyed Peas. Risultato? Un pezzo in classico guns-style, dalla struttura semplice e immediata, che mette però in risalto una voce, una grinta e un’attitudine rock di Fergie finora sconosciute; si ha l’impressione che se Axl fosse stato donna avrebbe cantato così!

Altra collaborazione molto ben riuscita è quella con Myles Kennedy, il fenomenale cantante degli Alter Bridge. Tanto ben riuscita che Myles si è guadagnato il posto come frontman per tutte le date del tour mondiale al fianco di Slash ed è riuscito a piazzare due canzoni nel disco, Back From Cali e Starlight. La prima, ruvida e cadenzata, e la seconda disperata e trascinante, sono tra i brani più belli dell’intero cd, ben curati e scritti per far sì che la chitarra e la voce si potessero intrecciare in un’unica, potente melodia.

Di pari intensità e impatto è By The Sword, pezzo uscito come singolo per anticipare il lancio del disco e interpretato dalla voce flessibile di Andrew Stockdale degli australiani Wolfmother. Il percorso musicale intrapreso da Slash prosegue col rock che strizza l’occhio al pop della riflessiva Promise con Chris Cornell e di Gotten con Adam Levine, con gli arpeggi delicati di Saint Is A Sinner Too del semi sconosciuto Rocco DeLuca, con la classica ballad I Hold On interpretata dalla voce calda di Kid Rock, passando poi per le più consone schitarrate di Doctor Alibi e We’re All Gonna Die scritte e cantate rispettivamente insieme a due mostri sacri come Lemmy e Iggy Pop.
Completano il campionario due pezzi molto tirati: la strumentale Watch This, col fidato Duff McKagan al basso e un ispiratissimo Dave Grohl alla batteria, e le sonorità decisamente new metal di Nothing To Say del giovane cantante degli Avenged Sevenfold Matthew Shadows.

Insomma, questo Slash è un disco molto ricco, completo e dal sicuro successo commerciale visto la caratura degli ospiti scesi in campo. Come già accennato, l’originalità non è il massimo, in compenso il livello tecnico dei musicisti non si discute e l’alternanza di generi e stili contribuirà a tenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Giunto al traguardo dei quarantacinque anni il riccioluto chitarrista dà una buona prova di maturità e di eclettismo anche se alla fine, come al solito quando si parla di Slash, chi non lo ha mai stimato, per “colpa” della sua militanza nei Guns, resterà indifferente mentre chi lo ha amato in passato non più potrà fare a meno di questo album!

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