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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Sabato Aprile 20, 2019
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Storie di musica

Storie di musica

A dieci anni dalla pubblicazione su Il Giornale, AMAmusic riscopre la famosa raccolta di storie scritte da Cesare G. Romana sui personaggi chiave della storia della musica. Un racconto ogni 15 giorni.

 

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Venerdì, 30 Marzo 2012 08:51

Storia di musica n. 11 - Laurie Anderson

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Piccola Sibilla elettronica

 

Laurie Anderson - Storie di Musica

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Era un giorno del '94, in una Monaco rannuvolata. Laurie Anderson s'assopì, come spesso le accadeva, nel tiepido della controra. Chiuse dietro le palpebre i grandi occhi impertinenti e il sogno non tardò a intrufolarsi nel sonno. Era un suo modo di lavorare, il sogno: un'irruzione di fantasia sfrenata nel suo rigido mondo di relais e microchip, voci paranormali di origine ignota a rammentarle il primato dell'imponderabile sull'amatissima scienza. Vide una piana brulla, e su quella una stereofonia di tamburi che correvano come scoiattoli. Ma prima che la vicenda si evolvesse il telefono la distolse dal sonno, e dal sogno.

Era Lou Reed, di passaggio in Baviera. Si erano conosciuti due anni prima su un set, poi nelle fuggevoli occasioni che costellano la vita delle rockstar. Ora lui le proponeva di cenare insieme: e siccome nulla li accomunava, erano due rette parallele proiettate verso mondi inconciliabili, Laurie disse sì. A cena gli raccontò la sua visione interrotta, e il sogno divenne una canzone da cantare a due voci: In our sleep, nel sonno mentre parliamo/ ascolta il rullo dei tamburi/ nel sonno dove c'incontriamo. Non solo: la cena s'allungò fino a diventare una convivenza, come quando due rette parallele s'incrociano contro le leggi della geometria, e si rifugiano in un loft di New York che è città troppo magmatica perché qualcuno si stupisca di qualcosa, o s'accorga di te.

Davvero un'insolita coppia, quei due che di uguale hanno solo l'iniziale del nome di battesimo, e il mestiere di musicista scritto sul passaporto. Lui col suo collo da lottatore e l'aspetto da guappo di Coney Island, epopee di droga e di torbidi amori, poeta di dannazioni suburbane e d'inferni quotidiani. Lei radiosa nell'irta raggiera dei capelli e nella non-bellezza da Piaf postmoderna, innamorata della tecnologia quanto lui lo è della rude manualità del rock'n'roll, cinque lauree e un curriculum che accomuna il suo nome a quelli di Philip Glass, John Cage, Peter Gabriel, William Burroughs, Brian Eno, Allen Ginsberg. Fino al Dalai Lama, a Rauschenberg e a Cab Calloway, suo partner in uno storico show di capodanno.

Se è vera la metafora platonica dei due amanti come parti ricongiunte d'una mela divisa, fu una distrazione degli dei l'avere unito due metà di mele tanto diverse: e tuttavia quella tra Laurie Anderson e Lou Reed è un'unione felice. Il che mai avrebbe previsto, la Laurie dabbene che da scolara modello sognava di fare la bibliotecaria, nella Chicago dov'era nata nel '47 da un verniciatore e da una violinista, discendenti da antenati puritani venuti dall'Inghilterra per esercitare il prezioso diritto di perseguitare chi non la pensava come loro, perché il re gli vietava di punire chi lavorava di domenica. Quando poi capì che il bibliotecario è soltanto un secondino che tiene i libri in libertà vigilata, Laurie sterzò verso la musica. Spinta dall'esempio materno e dall'appartenenza ad una famiglia di narratori abituali affascinati dal linguaggio: ognuno aveva il suo, lo usava per inventare storie e canzoni, e ci capivamo per telepatia.

Tutto nella biografia di Laurie Anderson, o nel pochissimo che ne è trapelato, è nel segno della genialità infusa: eccola studiare violino a quattordici anni e a sedici suonare nella Chicago Youth Orchestra, a vent'anni studiare storia, scultura e arte alla Columbia University e intanto occuparsi di fotografia, architettura, elettronica e musica d'avanguardia, a ventidue laurearsi in storia dell'arte e a venticinque in scultura. Mescolando tutto ciò, nei ritagli di tempo, in complicati lavori teatrali, frequentando musicisti d'avanguardia, progettando installazioni multimediali e tenendo corsi universitari per studenti più anziani di lei. Vive in un loft non riscaldato, gira d'inverno senza cappotto più per esprit de bohème che per indigenza, scrive spettacoli e testi inconsueti: un Concerto per automobili in scena nel Vermont e un saggio su Narcolessia e sogni. Nel '73 la sua prima invenzione: una serie di scatole che discorrono tra loro, ciascuna sul suo piedestallo. Seguiranno la livella parlante (se la inclini da un lato ne esce una voce di donna, dall'altro risponde una voce maschile) e il Tape bow violin, con un nastro magnetico al posto del crine, estremo discendente dell'intonarumori futurista. Non paga, nei suoi spettacoli, la Anderson affida la propria voce al filtro d'un congegno, il Vocoder, che improvvisamente ne muta il timbro in quello d'un cavernoso baritono, lasciando di stucco la platea. Segue una cabina telefonica interattiva, un clone digitale di Laurie medesima, sorta di doppio virtuale da usare nei video, e un congegno ritmico disseminato lungo il suo corpo, che lei suona dandosi grandi manate sul petto, sui fianchi e in fronte. Fare musica è come frugarmi addosso, sfogliare la bibbia dei nervi, che è appunto il mio corpo, spiega lei, e Newsweek parla di Cassandra elettronica che ci nutre con parole immagini suoni melodie gag e storie, altri la definisce l'Archimede Pitagorico del pop. Finché i ladri le svuotano il loft col suo campionario leonardesco di computer, strumenti, formule e appunti.

Laurie abbandona l'ingrata patria trasferendosi in Messico, dove impasta tortillas per gli indiani Tzotil, che esterrefatti per le sue lenti a contatto la battezzano Loscha, donna brutta con gioielli. Poi si compra una canna da pesca e un'accetta e colleziona esperienze al polo nord, torna a New York e vive in una comune tra agricoltura biologica, radiofonia clandestina, droghe psichedeliche, filosofie orientali. Nel '77 due settimane di silenzio in un ritiro buddista preludono a un giro degli States con una valigia piena di violini, nastri e arnesi elettronici, punteggiata da concerti e conferenze in bar e musei. L'uscita del primo singolo, It's not the bullet that kills you, non le impedisce di fare la raccoglitrice di cotone nel Kentucky, poi la spalla del comico Andy Kaufman a Coney Island e infine di tenere corsi di recitazione alle suore benedettine del Wisconsin. Né di ricevere tre lauree honoris causa e di stupire i viennesi con una movimentata performance: canta e affabula su un palco spennellato di sangue, irrompe la polizia e una spettatrice indignata contrappunta il recital a suon di cazzotti. Il pubblico pensa che il tutto faccia parte del copione, e l'unica a restare imperturbabile è lei, la protagonista. Sono incidenti siffatti a preservare Laurie Anderson dagli algidi stereotipi e dagli astratti furori dell'avanguardia, insieme al suo senso indomito della realtà. Così l'impietoso affresco di United states è la caricatura esistenziale e sociale, visiva e sonora di un'America madre e matrigna: Stringimi Mamma tra le tue braccia elettroniche/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari, canta la Cassandra di Chicago in Superman, gran successo nell'81.

Eppoi c'è il sogno, che è la realtà proiettata nella surrealtà, e riemersa dagli abissi del desiderio e dell'inconscio. E', anche, la sola concessione all'autobiografia che emerge dal ferreo riserbo di Laurie, e dalla piana oggettività della sua musica. Sognai che sostenevo un esame in una latteria, su un pianeta lontano. Alieni scrutavano la Terra con un telescopio al posto degli occhi, racconta la Anderson, e prontamente il sogno diventa canzone. Oppure: Ero l'amante di Jimmy Carter senza averlo mai visto. Alla Casa Bianca, con altre amanti, discutevamo un suo decreto, che estendeva ai morti l'eleggibilità presidenziale. "Questa sì che è democrazia", dicevano. Altra canzone. O ancora: Arrivai in auto in una caverna preistorica, dovevo insegnare ai cavernicoli ad usare frullatori e tostapane. Ero un cane in una mostra canina. Passarono mio padre e i miei amici: non ero mai stata guardata così a lungo. Ero su un'isola piena di divi della tivù. C'era un panorama stupendo, ma nessuno lo vide perché tutti dicevano: guardami, guardami. E infine: Sognai Haensel e Gretel, lei faceva l'entraîneuse a Berlino e lui l'attore per Fassbinder. Haensel disse: "Sei una puttana, ho perso la vita in quella stupida favola quando il mio vero amore era la strega cattiva. Tanti sogni, altrettante canzoni.

La spinta onirica è tanto forte, per la piccola Sibilla elettronica, da permeare la stessa realtà. Così eccola alle pendici dell'Himalaia per cercare il Lama Latso, un lago sulle cui acque - sostiene Laurie - è scritto in codice il nome del futuro Dalai Lama. O trascorrere giorni a progettare, con altri artisti, scienziati, fonici mascherati da paperi e elettricisti in frac, il più improbabile dei suoi spettacoli: un parco e sopra di esso una nube più nera del nero, dal cui ventre sprigioni l'imput segreto capace di donare la favella agli alberi. Spettacolo mai realizzato, s'intende: se la fantasia non conosce limiti la tecnologia ne ha, e grossi.

Mercoledì, 14 Marzo 2012 18:17

Storia di musica n. 10 - Nick Cave

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«Orrendo a vedersi»

Nick Cave - Storia di musica n. 10

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«Ecco, io ti mando il mio messaggero a prepararti la via: c’è una voce che grida nel deserto...»: così s’iniziava il libro. Steso sul suo letto d’albergo l’uomo dall’anima lunga cominciò a leggere. L’aveva appena comprato, quel volumetto smilzo, in una bottega di Soho, rovistando tra gialli, romanzetti erotici, biografie d’atleti. «Solito papista fanatico», aveva sogghignato il libraio, guardando la faccia da patibolo, lo sguardo in allerta, la piega lunatica dei capelli corvini. Non seppe mai d’aver venduto il Vangelo di Marco, versione cattolica con l’imprimatur di Basilius Hume archiepiscopus, al più ostico tra i maledetti del rock. Leggendario per le sue risse sul palco, per i suoi quarant’anni cresciuti ad eroina e alcol, per il patto col diavolo che lo faceva uscire illeso da mortali overdose e bevute da schiantare un santo.

L’uomo, che era Nick Cave, percorse d’un fiato quei sedici capitoli dalla trama fitta, poi ripartì e lesse e rilesse, folgorato come Saulo sulla via per Damasco. E per la prima volta, in quattro lustri macinati, avrebbe detto il suo amatissimo Màrquez, «da angelo condannato al marciume», la bottiglia di whisky, sul comodino, restò intonsa.

La notizia del reprobo redento percorse il mondo ciarliero del rock, e un giornale titolò che Nick Cave, innamorato com’era di Beckett, aveva superato il maestro, e aveva trovato Godot: il suo piccolo dio di speranza, cercato invano nei Profeti e in Dostoevskij, in Dylan e in Artaud, in santo Genet comedien et martyr e in tutte le bibbie della dannazione e del riscatto. Ci fu chi esultò e chi rimpianse il vecchio maudit, chi lo abiurò e chi lo scoprì. Lui rispose con cantici raggianti: «Il tuo volto s’illumina/ c’è un idioma d’amore che sale/ tutta la scienza e la conoscenza e l’arte/ non possono ottenere di più». Il suo gusto per l’eccesso lo trascinò in un parossismo di luce, e dopo aver teorizzato, negli anni, la tragedia della vita ammise: «Per decenni ho tentato d’articolare un senso di perdita che accampava diritti sulla mia esistenza», ma ora Dio è la casa stregata dal desiderio in cui abita la vera canzone d’amore».

Tre settimane di disintossicazione avevano pulito il sangue di Cave, e la sua mente, dai veleni accumulati in vent’anni, e rivoluzionato il corso franoso della sua esistenza. Cominciata in un livido meriggio australiano, era il 22 settembre del ’57, in una clinica di Warracknabeal, trecento chilometri da Melbourne. Bibliotecaria la madre, Dawn, professore il padre, Colin. Da quelle parti era nato Ned Kelly, capo d’una banda di ladri di mandrie, rapinatori di banche e assassini di sbirri. Catturato, s’offrì al boia con un sorriso e una frase. dopo tutto, questa è la vita. La sua storia colpì nel profondo il piccolo Nicholas, come più avanti quella di Joseph Kallinger, serial killer nella cui mente sconvolta lesse «il rigore di un’impeccabile logica», o di Carl Panzram che, processato arrestato dopo venti omicidi, gridò alla giuria: «Io ho fatto il mio dovere, voi fate il vostro».

[...continua dall'homepage] Nick ne dedusse la visione d’un mondo bifronte, dove il bene ha bisogno del male, la luce della tenebra, Gesù, amato come rarità antropologica e profeta d’amore, di Lucifero, il Guevara biblico che aveva seminato nell’alto dei cieli l’azzardo dell’eversione. E lo disse in decine di testi. «Corruttore di giovani anime», «zozzone decrepito che ha costruito sul camuffarsi da cadavere la propria carriera», tuonavano i giornali. Lui rispose denunciando «la Santa Alleanza tra sinistra liberale e conservatorismo puritano», e tappezzando le pareti di casa con stampe religiose e foto porno, «perché il bene ed il male s’illuminano a vicenda». Alla musica arrivò per narcisismo, per sfidare gli dei e per conquistarsi la stima paterna, che non ebbe mai e fu questa la ferita più agra che l’infanzia gli lasciò. La sua voce stonata funestò il coro della cattedrale anglicana, a sedici anni fondò una band, Boys Next Doors, «incapaci totali, come me», a dodici anni era già maestro di ribalderie. Tentò di denudare a strattoni una compagna di classe, e rischiò un processo per stupro, fondò una setta di alcolisti anonimi e insegnò loro a distillare liquori con zucchero e bucce di patata. Accusato di pederastia, si vestì da donna e redarguì a mattonate i suoi detrattori. S’iscrisse a una scuola d’arte, frequentata da gay e ubriaconi, e dipinse torbide tele, dove l’espressionismo tedesco tendeva la mano a Tiziano, ai maestri del Gotico, al Rinascimento. In un club malfamato incontrò Anita Lane, fuggita da casa, espulsa da scuola, convinta che «pensare con la mia testa mi ha resa distruttiva»: perfetta per lui, che l’avvinghiò in un amore cocente, durato dieci anni fra baruffe, tradimenti e passione.

In breve fu noto, a Melbourne, per le zuffe che animavano i suoi concerti, i duelli con i naziskin, i festini dove si ballava con i calzoni calati, ci s’imbottiva di acidi, si sradicavano i lavandini dei cessi al ritmo iroso del punk. Fondò un nuovo gruppo, i Birthday Party, traendo il nome da Dostoevskij, e con loro volò a Londra, in cerca di gloria. Gli andò male. La sua reputazione, il suo aspetto, la mestizia dei suoi abiti gli alienarono i gestori dei locali, in albergo una cameriera lo derubò e fu la fame. Visse d’elemosine, di furti, di bottiglie vuote ripescate nelle pattumiere e rivendute per comprarne altre, piene di sidro. Fece lo spazzino e lo sguattero, rubò biciclette per procurarsi la droga e partite di cioccolata per arginare la fame, in un testo si descrisse «Nick the stripper, orrendo a vedersi», in un altro King Ink, Re Inchiostro, «un insetto che odia il suo putrido guscio».

La rabbia ne fece un poeta: secondo solo a Bob Dylan nel fulgore visionario, nei gorghi di lirismo vorace, vocaboli arcaici, interiezioni brade, conscio con Màrquez che «scrivere bene è il dovere più rivoluzionario d’uno scrittore». Alla fine arrivò un cauto successo: stufi di melassa pop e di mascherate new glamour, i giovani gli accordarono il plauso che la stampa gli negava. Tornato a Melbourne, trovò code di fan fuori dai negozi che vendevano i suoi dischi, e dai locali che lo ospitavano. Ma anche poliziotti: finì in carcere per avere speronato, ubriaco, l’auto d’un commissario, rifugiandosi poi in un bidone d’immondizie, per avere distrutto un pullmino ficcando nel serbatoio un calzino in fiamme, per avere orinato, da un furgone in corsa, sulla moglie d’un ufficiale.

Per il suo secondo album, Prayers on fire, progettò un video da ambientare in una discarica: un festino all’inferno con tossici veri e veri clochard, un vecchio hippy vestito da Cristo, un capestro su cui un Pantagruel manicomiale se ne stava appollaiato, ululando alla luna. E lui, Cave, impiccato a quel capestro. Cominciò il disgelo della critica: parlarono di «disco superbo, sull’onda di Beckett, Jarry, Père Ubu, Capt. Beefheart», di «miscele di paranoia, passione ubriaca, demenziale autoparodia». Lydia Lunch, «divina» del punk, vi lesse «l’esibizionismo dei timidi», e con Nick scrisse una serie di brevi atti unici. In uno di essi una donna, uccisa da malviventi, ascende al cielo. Poi ripiomba giù, e una voce scandisce: «Non permetteremo a nessuno di elevarsi sopra il letame». «Esprimo il mio gusto per il crimine, l’eros ossessivo, la crudeltà, le chimere», chiosò Cave. E poi, quasi citando Carmelo Bene: «Scrivere drammi è offensivo, il teatro è morto e sepolto». Una frenesia d’orrore sembra percorrere Nick: ai concerti lancia invettive in latino, scaglia microfoni in faccia ai fan, frantuma a testate i tamburi, canta con la faccia insanguinata. Ai fonici ingiunge: «Voglio un sound raschiante, brutto, pieno d’acuti. Qualcosa d’intensamente orrendo». In camerino si buca e lascia sui muri cuori disegnati col suo sangue.

Nell’83 scioglie i Birthday Party e abbandona Anita, dedicandole Cabin fever: Lui è Achab, lei l’inerme Balena «che cerca di divincolarsi tra un teschio e un pugnale». «Sono un misogino - spiega Cave - le mie opere nascono da una totale, egoistica autoindulgenza». L’anno dopo forma i Bad Seems, i Semi del Male, rubandone il nome dal Libro dei salmi. Ma l’eroina e l’alcol cominciano a fiaccarne gli estri: si ricovera, si disintossica, riconosce che «finora tutto era filtrato dal disgusto che provavo per me stesso». Salvato sul ciglio dell’abisso si trasferisce in Brasile, in cerca del suo nuovo mattino: «Mi giunse una voce così luminosa che mi coprii gli occhi», canta in New Morning.

A Sâo Paulo conosce Viviane Carneiro, disegnatrice di moda: è l’amore. E la paternità: nel 1991, il piccolo Luke viene al mondo in un mattino raggiante. La bruttezza del padre lo lascia indenne, Cave identifica in quella vita novella la propria rinascita, s’annulla in bamboleggiamenti da vecchio neonato. Ma la felicità rende più insostenibili gli orrori di cui è testimone: le favelas miserande, gli squadroni della morte, i bambini intossicati nell’anima dal baliatico della strada. Decide d’andarsene. Con Viviane pensano all’America, «ma - oppone Nick - è troppo malata di violenza , di sentimentalismo senza sentimento». Meglio Londra: quel torpore di nebbia, quel cielo muschiato di nubi proteggeranno la quiete del naufrago riemerso alla vita. Li accoglie una villa di Kensington nascosta nel verde. Finché, in un negozietto di Soho, Nick Cave trova un libro.

Giovedì, 01 Marzo 2012 20:35

Storia di musica n. 9 - Juliette Gréco

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 Fragile frastuono di libertà

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Juliette Gréco - Storie di Musica di Cesare G. RomanaAnche nella morsa della Gestapo Parigi era smagliante. Ai piedi di boulevard Saint Michel la statua dell'Arcangelo era un inno alla luce, nei giardini del Luxembourg il verde straripava. La ragazza, sedici anni, passò rapida, con i seni da matriarca in affanno e i pantaloni da uomo sformati dall'incuria. Si fermò soltanto nel pronao del teatro, tra le colonne dove i clochard passavano la notte e dove ogni giorno andava a sognare e a dimenticare: sognare un futuro improbabile di palcoscenici, per dimenticare il presente.

È la prima immagine che i biografi - ultimo lo splendido libro di Bertrand Dicale, intitolato all'artista e fresco di stampa per l'editrice Le Lettere - ci tramandano di Juliette Gréco. L'antefatto è invece a Bordeaux, nel quartiere iper-borghese di Talence che nel '27 le dà i natali: un'infanzia da bambina ostica, per padre un poliziotto egocentrico e brutale, per madre una letterata altera, distante, persa tra miraggi di grandezza e utopie da femminista avant lettre. La donna chiama la figlia Toutoute, come una trovatella: «Non t'ho fatta io - le ripete -, t'ho comprata dagli zingari». Quando il padre se ne va, solo amico di Juliette resta un grosso, soave orso di pezza: la madre glielo butta via, «era fatta per cose gloriose - dirà la figlia -, la tenerezza le era estranea».

Ancora implume, in vacanza a Périgord, Toutoute s'innamora. Lui è un gitano sordomuto, vive in una roulotte ed è ammalato, come lei, di libertà. Ma è un amore di soli sguardi: muto, e in più platonico. A svelare a Juliette il mistero del sesso è, in collegio, la suora che una notte si infila nel suo letto, e poi la notte dopo e altre ancora. Finché Toutoute, accusata di furto, litiga con la superiora e l'espellono.

Tornata in famiglia vive con la madre, le sue amanti e i suoi amanti. Viene come un cardo selvatico, solitaria e spinosa. A tredici anni prende a schiaffi la signora Gréco e poi fugge in un fienile: i gendarmi la ritrovano a notte fonda, tremante di gelo e di terrore. A scuola non lega con nessuno, i giochi dei coetanei la irritano. Passa ore nella toilette a declamare Racine, un'insegnante ne nota "gli occhi di marmo nero, da Cleopatra, e la voce da attrice tragica".

Intanto le schiere di Hitler hanno invaso la Francia, la madre di Juliette entra nella Resistenza, fornisce falsi documenti ai partigiani e l'arrestano. Una mattina, Toutoute aspetta la sorella, Charlotte, in place de la Madeleine, quando quattro figuri l'afferrano. Trascinata su un cellulare prende a schiaffi gli uomini della Gestapo e ne è picchiata con foga selvaggia. Nella prigione di Fresnes una kapò, perquisendola, la deflora, poi la chiude, sanguinante, in una cella illuminata giorno e notte, con tre puttane che ne odiano da subito il riserbo insolente, poi finiscono per amarne la fragilità.

Tornata libera Toutoute alloggia in una pensione vicino a Saint Sulpice, a un fiato da Saint-Germain-des-Prés. Nell'appartamento si gela, il cibo manca e per scaldarsi non resta che sradicare pezzi di parquet e dargli fuoco. Uno studente, Bernard Quentin, offre a Juliette i suoi vestiti e il suo letto, per mangiare Toutoute deruba chiunque abbia una baguette o una fetta di formaggio. Quando, a diciannove anni, resta incinta una mammana l'aiuta ad abortire: le gambe intrappolate in un cerchio di metallo, uno strazio di ferri adunchi, carni ferite, emorragie che si susseguono per giorni e giorni. Juliette è un bucaniere alla deriva, ma è proprio l'indole da bucaniere a salvarla dal naufragio. E un chirurgo di buon cuore: che la vede svenire per strada, la soccorre e la cura, gratuitamente.

Finisce la guerra, i tedeschi sfollano via, De Gaulle annuncia la riacquistata libertà. E sulla Francia soffia un vento d'allegria ritrovata: "È la dittatura del piacere", titola un piscia-fogli, come nelle caves della Rive Gauche chiamano i giornalisti. Nei bar di Saint-Germain si reimpara a ridere, si ama, s'inventa. E si beve, a fiumi: «Un po' perché l'alcol non mancava - dirà Simone de Beauvoir -, un po' per sfogo, per festa, per oblio». Juliette e Quentin vivono, ora, in una mansarda da vie de bohème, oltre l'abbaino fumano i mille comignoli di Parigi, lui dipinge e lei sogna. O legge: Kierkegaard, Marx, Gide, Teresa d'Avila. Si iscrive al partito comunista, vende l'Humanité, con Marguerite Duras, su per il boulevard Saint-Michel, poi scopre che la militanza è una gabbia, non s'addice al suo animo volatile e restituisce la tessera. Fa la comparsa alla Comédie Française in un dramma di Claudel, intona "costruiremo un domani che canta" a fianco di Trenet e Josephine Baker, recita in Victor o i bambini al potere, di Roger Vitrac, con la regia di Antonin Artaud. Il dramma racconta, dice quest'ultimo, "la disgregazione del pensiero moderno in favore di chissà cosa", Juliette se ne accende con tale veemenza che un critico le riconosce "una precoce autorevolezza". Ora i copains di Toutoute sono un professore gentile e ironico, uscito da un lager tedesco, che si chiama Jean-Paul Sartre, e con lui la Beauvoir, Camus, Queneau, Prévert. E Boris Vian, fresco dello sdegnato successo di Sputerò sulle vostre tombe, che suona la tromba in un gruppo jazz e le è maestro di euforie e depressioni. Senza avere mai girato un film o inciso un disco, Juliette si ritrova famosa: per le sue risse, gli amori spiazzanti, le amicizie eterodosse. Per aver preso a ceffoni un ministro troppo galante, per aver messo al tappeto il figlio d'Alfred Cortot, per "la furia selvaggia con la quale fa a pugni", scrive France Dimanche. Ma soprattutto perché nessuno, nella Francia rinata, sa impersonare, come lei, lo scandalo, la gloria, il frastuono della libertà.

Declinano intanto, nell'euforia e nell'incertezza del futuro, i tumultuosi anni Quaranta e a Juliette portano in dono il più grande amore della sua vita, e il più feroce dolore. Lui è un campione automobilista, eroe della Resistenza, ingegnere, si chiama Jean-Pierre Wimille, ha gli occhi verdi, le tempie grigie e ventitrè anni più di lei. È mondano quanto lei è schiva, allegro quanto lei è ombrosa. Li avvince la legge degli opposti: si conoscono, si guardano e la passione divampa. Insieme girano Parigi, Antibes, Capri. Dopo la prima notte d'amore, in sogno, Toutoute vede l'uomo morire sulla sua auto, col petto dilaniato dal volante. Ed è esattamente così che Jean-Pierre se ne va il 29 gennaio '49, sul circuito di Buenos Aires, slittando su una cunetta.

Per Juliette è una fine senza fine, una disperazione che s'allunga sugli anni a venire. Si guarda vivere con occhi da estranea, si fa ancor più introversa, le leggendarie baruffe sono solo un ricordo. Cerca sollievo, vanamente, in liaisons provvisorie. Con Miles Davis, per esempio: lui, ventitrè anni, è soltanto un cupo, misogino genio in fieri, ma Juliette lo vede "bello come un dio egizio" e gli suscita un amore senza scampo. Per addolcirle il risveglio Davis, immerso nella vasca da bagno, suona Bach, insieme ciondolano ore e ore, mano nella mano, su e giù per il Lungosenna. Finisce tre settimane dopo: Miles torna a New York e sprofonda nell'eroina. Poi Marlon Brando: giovane, bellissimo e già famoso, sfreccia per Parigi con la sua moto enorme. La conquista senza fatica, e senza fatica la perde. Passano tre anni e Toutoute sente incombere il momento di reinventarsi. Lascia i pantaloni sformati e le scarpe da uomo, s'inguaina in tubini neri, muta le forme tozze in una magrezza da naufrago. E trasforma la ragazzaccia della rive gauche in una lady altera. Comincia col cinema: è Circe in Ulysse, di Alexandre Astruc, con Simone Signoret che fa Penelope, Jean Cocteau che è Omero e Jean Genet che dovrebbe essere Polifemo, ma non si fa vedere. Poi le consigliano di diventare cantante. Sartre la guida nella scelta dei brani: liriche di Queneau (Si tu t'imagines), Laforgue (L'éternel féminin), Prévert (Les feuilles mortes) e dello stesso Jean-Paul (La rue des Blancs-Manteauxz).

Joseph Kosma scrive le musiche e al debutto, in un club della rive droite, applaudono Mauriac, Allégret, Resnais, Erskine Caldwell. Juliette canta con Wimille nel cuore, neppure l'innata alterigia argina l'urgenza del rimpianto. Azzarda Les feuilles mortes e, quando canta "en ce temps là la vie était plus belle", dalla gola filtra solo un sussurro: il resto è pianto rattenuto. La voce è fosca e imprecisa, ma Sartre ne scrive: "Le parole hanno una bellezza sensuale, e Juliette ce la ricorda: attizza il fuoco che nascondono, ha nella gola milioni di poesie mai scritte".

Il dado è tratto, il successo di Juliette Gréco dilaga nel mondo, i maggiori teatri l'accolgono e, tra i primi, quello dei suoi sogni di bambina. Il resto è storia: successi, diatribe, scandali e un rosario lungo d'amici, mariti ed amanti. Musicisti come Sacha Distel, produttori come Darryl Zanuck, attori come Michel Piccoli, Philippe Lemaire che la sposa e ne nasce Laurence-Marie, bionda e ridente e bellissima, Rolande Alexandre che s'uccide col gas, travolto dal disamore di lei. Poi gli amici: Françoise Sagan, Eddie Constantine, Brassens, Léo Ferré, Serge Gainsbourg, Yves Montand, Aznavour. Più un giovane belga con gli occhi di febbre e il viso scarnito, che un giorno le fa ascoltare le proprie canzoni e lei dice: "Non saprei interpretarle come te, cantale tu". Lui si chiama Jacques Brel, suo pianista e coautore è un tale Gérard Jouannest. Ha modi cortesi, è schivo e tenace. Quando Jacques si ritira a morire nella quiete delle Marchesi, diventa il pianista di Juliette e il suo nuovo marito. Lo è ancora.

Venerdì, 17 Febbraio 2012 13:49

Storia di musica n. 8 - Piero Ciampi

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 «Sono livornese, anarchico e comunista»

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Piero Ciampi - Storie di musica

Per viatico chiese un fiore e un bicchiere di vino fresco. Poi vide i fianchi dell'infermiera sparire rotondi oltre la corsia, e finalmente scivolò nel nulla. Sorridendo di sollievo, come mai gli aveva concesso la vita. Furono pochi i giornali che annunciarono la morte di Piero Ciampi, in quel diaccio gennaio del 1980 che lui coronò il sogno di un'esistenza «tutta passata a morire, ad ogni cosa che faccio». Parlarono invece i poeti: «Cantò la normale stranezza della realtà - lo descrisse Maurizio Cucchi - con voce così poco canora che non potevi fare a meno di considerarla viva e parlante». Gino Paoli fece eco: «Mi ricordava Vian, Bianciardi e Céline, visse come scriveva: iroso, acre, tenero, assurdo». «Preferiva alla rabbia il litigio, alla provocazione la bagarre», disse Paolo Conte. E Carmelo Bene, compagno di litigiose partite a dama, ringhiò: «Scompare, al solito, una delle rare persone eccezionali che abbiamo, e ci si accorge di lui troppo tardi».

Fu l'epitaffio più sferzante, quello che Ciampi avrebbe prescelto come il più consentaneo alla sua anima buona e rissosa. Sarebbe stato il più dolce degli epicedi, per la sua boria indifesa e per la sua anima fragile, rafforzata dalle zuffe. «Di mestiere farò il poeta, ma se va male lavorerò in porto dove i cazzotti non mancano mai», confidava ai parenti, ancora bambino.

Ché furono, i cazzotti, un suo modo di far poesia, insieme al vino e agli amori: pochi, allegri e devastati dall'incuria e dal malanimo, come in fondo fu tutta la sua esistenza. Imparò a fare a pugni fin dall'infanzia, figlio d'un venditore di perle e d'una madre morta giovane, che gli aprì nel cuore una ferita perpetua. Un giorno, con un fratello, diede fuoco alla casa paterna: per allegria, per sfregio o per vedere l'effetto che fa. Studiò di contraggenio, come s'addice alle menti profonde, ebbe amici rissosi come lui e, diplomatosi, emigrò a Milano per compiacere il padre, che lo voleva ingegnere. Ma Milano era euforica, torbida e senza mare, lui era un pirata, abituato al maestrale e al salino. Era un rock'n'roll di cantieri e motori, lui misurava il tempo di vivere sui ritmi lunghi delle onde. Così se ne tornò a Livorno e alle sue asprezze, ché «noi livornesi - diceva, orgoglioso - siamo toscani come gli altri, solo più antipatici».

Si guadagnò da vivere vendendo lubrificanti, e da sopravvivere scrivendo poesie come questa: Ho visto/ un cuore/ giacere rossastro/ sulla strada/ e un gatto/ mangiarlo/ tra gente/ indifferente. Nel '55, compiuti i ventun anni, andò al Car di Pesaro, in servizio di leva. Tra le reclute c'era Gianfranco Reverberi: musicista, baffi guasconi, risata pronta. All'attesa per le assegnazioni, Gianfranco sentì «una voce da menefreghista - disse - che articolava un blues», la raggiunse, si presentò e i due furono subito amici. Misero su un complessino, tennero banco nelle balere fino a ferma conclusa. Ciampi scriveva canzoni sui tovaglioli delle osterie, Reverberi ne lesse alcune e disse: «Strane come sono, piacerebbero in Francia». E Ciampi partì per Parigi.

Portò con sé una camicia, la chitarra e il biglietto d'andata. Sul passaporto pretese che scrivessero: Ciampi Pietro, Livorno 20 settembre 1934, professione poeta. Visse due anni tra ammezzati, conventi e cantine. A mezzogiorno sfilava dai frati per un piatto di brodo, al pomeriggio faceva la questua in Boulevard Saint Germain, la sera cantava nei bistrot, tre locali ogni sera, la ruggine in gola e uno pesudonimo, Piero Litaliano, che i francesi pronunciavano tronco, Litalianò. In un bar del quartiere latino un uomo magrissimo lo ascoltò e poi lo invitò al suo tavolo. Aveva la voce impastata nel cognac ed era Louis-Ferdinand Céline, ormai vicino a morire. Trovò nel livornese allampanato un altro se stesso, gli insegnò il mestiere sottile dell'autodistruggersi, che è un modo di vivere senza il peso di esistere.

Gli amori francesi di Ciampi furono brevi come fiati di vento: brevi, veementi. Gli chiesi, anni dopo, se ne avesse mai avuto uno felice, che dai suoi versi non si sarebbe detto. «Un paio, ma così corti», rispose brusco. E accennò alla strofa, famosissima, che in una sera parigina gli aveva bofonchiato Céline, appunto: Plasir d'amour ne dure qu'un moment/ chagrin d'amour dure toute le vie. Gli domandai come fosse, Céline. «Aveva una voce d'agonia e un sarcasmo da ciclope, non capii mai se, sotto sotto, amasse più la vita o la morte», ricordò, e fu tutto. Mi parve di vederli, il livornese con gli occhi azzurri che gesticolava senza requie, e di fronte a lui il vecchio fragile, arrivato al termine della notte, che ansimava con ironia di morente.

Lasciata la Francia, Piero Litalianò vagò tra Inghilterra, Spagna e Irlanda. Seguiva una sua geografia sbilenca, fondata su un atlante arbitrario: la Calabria è un'isola, diceva, l'Irlanda è un paradiso e l'America non esiste più. Quando non trovava dove esibirsi faceva la fame, ma senza rancore: d'altronde «un poeta - spiegava - può andare a cena soltanto sulle stelle». Proponeva canzoni piene di tenerezza furtiva e d'esplicita rabbia, spiegando che cantava «per non ammazzare», e dicendosi «sempre incazzato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista». Alle sue risicate platee parlava spesso di Livorno, «che è un'isola ma è anche il mondo, e io ne sono il Robinson Crusoe». Infatti ci tornò, senza un soldo come quando l'aveva lasciata, costretto dal rimpianto e dal fatto che all'estero non aveva mai ottenuto, tutte insieme, le quattro cose che più gli premevano: una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffé caldo e un taxi alla porta.

A una festa, a Genova, incontrò un'irlandese alta, snella e bionda. Il suo estro di navigante gliela fece apparire bellissima e in lei s'arenò, la ragazza apprezzò, di lui, la faccia ribalda e la timidezza aspra. Si sposarono, ebbero due figli, poi l'irlandese se ne fuggì: Piero l'amava dal pirata che era, lei cercava il tepore della stabilità. La rincorse in America, non la trovò perché l'America non è Livorno, è un universo dai confini impossibili, dove c'è tutto e nulla. Così si risposò, ma con l'alcol: che non tradisce, alla pari d'un amore s'infiltra nel sangue e pian piano ti consuma. Pochissimi da allora lo videro sobrio. Diceva: «In tutto quello che faccio c'è un po' di morte».

Visse tra Roma e Livorno con quello squarcio nell'animo. Gino Paoli lo impose alla Rca, gli procurarono un contratto e una casa, lui firmò, prese i soldi e sparì. Fece dischi con etichette rionali, firmandosi ora Piero Litaliano, ora Ramsete, poi col suo nome e cognome, e ogni volta con lo stesso insuccesso. Sul palco arrivava quasi sempre ubriaco, dimenticandosi i testi e reinventandoli all'impronta, con la logica storta e la coerenza bambina del poeta che credeva di essere, e probabilmente non fu. Del valore dei soldi non ebbe mai cognizione, gli piaceva la fama ma mal sopportava le telecamere: «Se vogliono riprendermi paghino - diceva -, sono ricchi, questi signori della tivù: portano mocassini da diecimila lire». Cantanti e cantautori? Se ne sentiva disamato, li chiamava "pezzi di merda" e preferiva frequentare pittori e scrittori: Bevilacqua, Turcato, Schifano, Carmelo Bene. E tuttavia Paoli gli incise vari brani, Aznavour lo volle al suo fianco in tivù, altre sue cose le interpretarono Gigliola Cinquetti, Connie Francis, Milly, Nicola di Bari, Morandi. E Nada la livornese, stregata da quel suo sguardo «dolce, triste, profondo: lo sguardo d'un bambino che sa ma non sa come fare». Ché piaceva, in fondo, l'impudicizia del suo mettersi a nudo, la voglia di autoritrarsi in pagine come questa: Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ ha un carattere malinconico/ beve come un irlandese...

Trascorse così vent'anni: tribolando e divertendosi tra lucidissime sbronze, prestiti mai restituiti, contratti disattesi, parchi successi, turbolenti concerti, amicizie e inimicizie egualmente riottose. E per vent'anni, sorso dopo sorso, preparò la sua fine, aspettando che il fegato gli si spappolasse nell'alcol: invece il destino gli giocò l'ultima beffa, uccidendolo di cancro alla gola. Un ospedale romano gli fu ultima casa e ultima spiaggia, finché se ne andò come in una pagina del suo Céline, l'ultima di Voyage au bout de la nuit: «È crollato, tranquillo, tra enormi sospiri. Ha dormito. Che non se ne parli più». Gli restò, sul viso, un sorriso di pace, come mai la vita gli aveva concesso. Non fu difficile, trasferirlo dal letto alla bara: il male aveva reso il suo corpo sottile come una vela, tanto che sotto il lenzuolo - fu detto - rimaneva soltanto la sua intelligenza. Quando gli portarono il vino del commiato e il fiore della tregua, cadde nel sopore della buona morte. Tra i poeti, veri, che gli dissero addio, l'epicedio più bello glielo dedicò Francesco De Gregori: «Nella noiosa foresta della Gente Muta, le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po' di buona sorte, puoi vedere un pezzetto di luna».

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