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Martedì, 11 Settembre 2012 15:44

Storia di musica n. 20 - Pete Townshend

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L'autodistruttivo

Pete Townshend - Storie di musica di Cesare G. Romana

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Forse non sarebbe mai diventato un musicista, senza quella faccia da cavallo sbilenco, gli occhi a capocchia di spillo e per contro un naso enorme, da Cyrano rock. E quella timidezza da donchisciotte stranito: tutto l'opposto d'un seduttore di folle, senonché fu proprio la bruttezza da dipinto di Bosch, e gli scherni di cui essa nutrì la sua infanzia a tramutare in rockstar Pete Townshend da Chiswick, Londra, classe '45.

Più che la vocazione o il Dna - nonno pianista, padre sassofonista, madre cantante - poté la rabbia, che un giorno sconvolse l'affabile normalità di Pete e gli fece urlare ai compagni di scuola: "Ridete, ridete: un giorno questo naso uscirà su tutti i giornali del mondo".
Così cominciò a industriarsi con una chitarra, poi con un banjo, una fisarmonica, un pianoforte, una batteria. A quindici anni era un'orchestra vivente, senza che questo bastasse a far presagire per lui un futuro da divo. Un po' per quella pigrizia attonita, da sognatore, un poi' per l'indole introflessa, da filosofo.
Che per appartarsi dal mondo, a otto anni, costruì su un terreno deserto un capanno di lamiera, per trascorrervi ore intrecciando in silenti viluppi sogni adolescenti, progetti vagabondi, nebbiose riflessioni sui destini del cosmo. E profili aurorali di donne: ben altro dalle accuse di pedofilia che lo avrebbero tormentato da adulto.
L'umidità trapunse il soffitto di stelle di ruggine, e quello fu per mille pomeriggi il suo firmamento: sdraiato sul terriccio scrutava quel fantasma di cielo, poi imbracciava la chitarra e ne strappava piccole nenie, risacche di accordi, bisticci di ritmo a sostegno d'una voce inevitabilmente nasale.


Finché scoprì che, tra i compagni di scuola, non era il solo a frequentare la musica. C'era John Entwistle che suonava il corno, coltivava un suo lato oscuro disegnando scheletri e sognava di diventare bassista rock. E c'era Roger Daltrey, chitarrista vocato alle risse, che a diciassette anni aveva fondato i Detours e vi accolse gli altri due. Un giorno, con alcuni amici, i tre discutevano come cambiar nome alla band: "I Detours non mi piace", azzardò Pete. "I chi?", chiese un ragazzo. "Perfetto, i Chi", insomma The Who, fu la risposta.

A Towshend fu affidata la chitarra ritmica, che gli costellò i polpastrelli di vesciche. Tale era il suo "rachitismo emotivo", come lui stesso diceva, che gli bastava suonare un accordo per arrossire: e il pubblico rideva di quel lungagnone dal viso purpureo e dal naso elefantino, che grattava la sei corde con le falangi bendate e ogni tanto s'avventurava all'organo, suonandolo con un dito. Intanto tirava su qualche penny facendo il macellaio e il lattaio: ché il cachet degli Who non superava le dieci sterline per sera, da dividere in quattro.

Durante un concerto Pete conobbe Karen Astley, aspirante stilista, e ne fece sua moglie, poi Keith Moon, un trombettista che vestiva da marinaretto e sognava un futuro un avvenire da batterista. Fu così che una sera, con insolenza da ubriaco, irruppe nel camerino di Townshend: "Nel rifare il mio stile sono il migliore al mondo", annunciò. Invitato a suonare qualcosa, sbronzo com'era spaccò il pedale e due pelli. Lo interruppe una domanda di Pete: "Cosa fai lunedì?" "L'elettricista: è il mio lavoro". "Dovrai licenziarti. Passo a prenderti alle sette di sera". E gli Who divennero quattro.

Ora Townshend non arrossiva più, durante i concerti. Contro la timidezza aveva inventato un antidoto: suonava a grandi manate, lasciando piovere il braccio dall'alto e balzellando, scorrazzando, saettando occhiate irose. Al colmo dell'enfasi spiccava salti che, spilungone com'era, sembravano voli, poi brandiva la chitarra come una clava, calandola sugli amplificatori e sfasciando questi e quella. La prima volta fu un trionfo, lui, da filosofo, codificò quello stile e lo battezzò "autodistruttivo": distruggere per ricreare, come volevano i nihilisti russi dell'Ottocento. Così, alla fine d'ogni concerto, il palco era una distesa di macerie, e la volta dopo si ripartiva con strumenti nuovi: il che assottigliava i guadagni del gruppo, ma ne gonfiò la fama.

Sui giornali gli slogan di Pete facevano titolo: "Non dormo mai - diceva ai cronisti - perché ogni giorno può essere l'ultimo". E ancora: "Bisogna creare delle regole, ma non occorre seguirle". E tuttavia il primo disco, I'm The Face, vendette duecentosessanta copie. Ma intanto era nato il movimento mod: giovani innamorati del soul, rimodellati sulla glacialità manesca di Clint Eastwood, per hobby le gare in scooter e le risse sulla spiaggia. Persuasi da un impresario furbastro gli Who, pur di contraggenio, divennero i loro vati. E il nuovo disco, I can't Explain, vendette centoquattromila copie ed espugnò le classifiche.

Scaricati i Mod, Pete impose alla band giacche con i colori dell'Union Jack, medaglie, galloni militari e teorizzò: "Tiriamo fuori nuovi valori da oggetti senza valore: un microfono, una chitarra, una trita melodia pop, una bandiera. Il nostro look è vera pop art, la nuova frontiera dello stile autodistruttivo. Siamo contro i padroni, i giovani sposati, la mezza età". Ma quando arrivò a casa vestito da ammiraglio, Karen e le due figlie non lo riconobbero: da rockstar atipica decise, allora, che la famiglia dovesse venire prima della musica, e mantenne l'impegno.

Fu in quell'anno, il '65, che da una sua riflessione scaturì My Generation: un lento avvio blues, poi un'orgia di ritmo e di suoni e uno slogan tranciante, "spero di morire prima di diventare vecchio". Trecentomila copie vendute sancirono il trionfo, e attizzarono l'attenzione di Townshend per i temi scottanti: i travestiti, la masturbazione, la droga, il socialismo utopico. Fu attratto anche dall'Lsd, ma fu un amore caduco: finì dopo un viaggio in cui, fatto di acido, gli parve "di vivere cent'anni in poche ore, estraneo a me stesso e al mio corpo".

La carriera degli Who proseguì tra successi, pause, ritorni, litigi: soprattutto tra il mansueto Pete Tonshend e il collerico Daltrey, troppo opposti per amarsi e abbastanza per completarsi a vicenda. Fu una storia carsica, d'inabissamenti e riemersioni, e intanto agli estri di Pete il lessico stretto del rock non calzava più: come costringere il mare in uno stagno, diceva ai compagni, sempre più incerti se considerarlo un genio, o un ciarlatano. Nacquero così due opere pop, Tommy e poi Quadrophenia, che divennero dischi e poi film, e consegnarono il gruppo, definitivamente, alla storia. Nella prima il ritratto d'un giovane sordo, cieco e muto a confronto con l'estraneità del mondo, nell'altra un tardivo tributo alla civiltà mod, cui gli Who dovevano tanto.

Né mancarono i lutti: se ne andò Keith Moon, la cui anima implose dopo una notte di bevute gargantuesche, e poi il saggio Entwistle, che alle sfrenatezze di Pete opponeva, sul palco, la sua compostezza di statua. E Pete trovò conforto in India, come allora usava tra i divi del rock. Meher Baba era un guru di Poona, inventore d'uno slogan semplice e impervio, "Non preoccuparti, sii felice". A diciannove anni un santone sufi lo aveva baciato in fronte, promosso maestro di spiritualità aveva predicato il suo verbo per quattro anni, poi un voto lo aveva costretto al silenzio fino alla morte: per quarantaquattro anni non aveva profferito parola, scrivendo su una lavagna i suoi pensieri e affidandoli al passa parola dei discepoli. Pete gli dedicò canzoni, dischi e iniziative benefiche, ché "i troppi zeri dei miei guadagni mi fanno sentire in colpa", affermava, da socialista conscio che "le rivoluzioni non portano mai a cambiamenti totali, la vera rivoluzione è la solidarietà". Meher Baba gli diede lo spunto: "Andai sulla sua tomba, i suoi discepoli cantavano Begin the Beguine e io mi sentii trasformare in granello di polvere, avvertii un sublime senso di pace". Il mondo del rock gli parve un pianeta di crateri spenti, distante anni luc: "Era popolato di utopisti visionari e di rivoluzionari pacifisti, oggi lo show business è corrotto, il Palazzo è colluso, la musica ha perduto la sua marginalità culturale e ha adottato la lingua dei forti, dopo essere stata la voce dei vinti, degli isolati, delle anime perse", diceva, dal donchisciotte che era.

O che sembrava: qualche anno fa, l'Fbi e Scotland Yard lo misero sotto tiro per il più ributtante dei crimini, la pedofilia. Lo tradì Internet: un'intensa frequentazione di siti porno provocò il suo arresto, poi il rilascio in libertà vigilata "per possesso di immagini indecenti di bambini e sospetto incitamento alla loro distribuzione". Con lui finirono nei guai avvocati, giudici, medici, cinquanta poliziotti. Pete si difese così: "Da bambino ho subito molestie da parte di adulti. Cercavo di documentarmi sulla pedofilia, per scrivere la storia della mia vita". Irreprensibile Jeckyll, tradito da immonde calunnie, o lubrico mister Hyde?

Joe Strummer

Letto 2188 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 10:06
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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