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Giovedì, 23 Agosto 2012 16:40

Storia di musica n. 19 - Brian Wilson

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«Non sono proprio fatto per questi tempi»

Brian Wilson

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Per un’ora e mezza Brian Wilson lavorò di badile, tra convulsi di tosse, il sudore che stillava tra le rughe, il sole di California che bruciava dalle vetrate. Alla fine il pavimento era scomparso, annullato da un tappeto di sabbia, fina come cenere. Solo allora Brian aprì il pianoforte, sedette sullo sgabello, immerse i piedi scalzi in quell’improvvisato arenile e cominciò a suonare. «Niente mi ispira come la sabbia», aveva confidato al suo analista il più geniale e il più matto dei Beach Boys.

Erano gli anni Settanta e Wilson non era più il ragazzone un po’ obeso, il sorriso marchiato sul volto, i jeans bianchi e la maglietta a righe che aveva stregato il mondo dieci anni prima, con un motivetto, "Surfin’", tutto estate, coretti e flessuose chitarre. Ora Brian era uno scarno signore con molti più anni sul viso che sul passaporto, lo sguardo perpetuamente in allarme, la faccia tutta un solco. Troppi i pesi da reggere: l’infanzia con un padre frustrato e manesco, l’insostenibilità del successo, un’immagine pubblica spensierata e posticcia, che faceva a pugni coi lati oscuri del suo carattere. Poi le droghe, le paranoie, gli incontri sbagliati «nei quali mi rifugio come in una conchiglia», ad alimentare quel male di vivere che, nei momenti di chiarezza, lui sintetizzava così: «Non è che ho paura di qualcuno: ho paura di tutti». Anche dei «suoi» Beach Boys? «Eccome: invidiosi, figli di puttana, quando li vedo li picchierei. Ma sono più forti di me, mi farebbero a pezzi».

 

Non è così che la descrivevano i rotocalchi, la fiaba solatia dei Beach Boys. Era nata nel ’61, in uno dei tanti venerdì sera in cui Murray Wilson, compositore fallito di Hawthorne, California, caricava in macchina la moglie Andrée e i figli Brian, Dennis e Carl, e li portava a farsi un hot dog sul lungomare losangelino. Erano i momenti in cui Murray abbandonava la maschera truce del despota, che picchiava i figli e li derubava dei loro risparmi, e calzava quella del buon papà festaiolo. Durante il tragitto la famiglia cantava canzoncine alla moda, e fu Dennis a proporre, a bruciapielo: «Perché non ne scriviamo una sul surf? Va così di moda». Tornati a casa Brian si mise al lavoro: coretti doo-wop, ottimismo kennediano, placide onde di chitarra e Surfin’ divenne disco, registrato dai tre fratelli in uno studiolo della West Coast.

Seguirono Surfin’ safari, Surfin’ Usa, Barbara Ann: un gaio  mondo di sole, bikini, palmizi, amori consumati in nidi roventi di sabbia. «Hanno scoperto il segreto della felicità», scrisse un giornalista che non conosceva la famiglia Wilson. E la fama dei Beach Boys - ai fratelli s’erano aggiunti il cugino Mike Love e un amico, Al Jardine - parve oscurare quella dei Beatles: nelle loro canzoni c’era altrettanta eleganza ma più luce, più sole, più edonismo. Promettevano un paese dei balocchi inesistente in natura, ma così allettante.

Brian stette al gioco finché gli riuscì, intanto che i fratelli gli rubavano i diritti d’autore e papà Murray rubava quelli di tutti. Poi, stufo di stare in famiglia, prese di mira contemporanemente tre sorelle, finché ne scelse una, Marylin Rovell, e la sposò. Ne ebbe due figlie, Carrie e Wendy, che formeranno le Wilson Phillips con la figlia di due dei Mamas & Papas, avranno successo e si dimenticheranno in fretta d’avere mai avuto un padre. Questi intanto scrive Good vibrations, un titolo un programma: e la fama dei Beach Boys, dal mondo dei gaudenti da spiaggia, dilaga alle comuni hippy. «E’ una sinfonia tascabile», la definisce Brian, e come i Beatles pubblicano Rubber soul decide: «Dobbiamo  superarli». Ci riesce con i clavicembali e i cori di Pet sounds, in copertina una mandria d’agnelli «che sono animali indifesi come me». Il risultato farà dire a Paul McCartney, anni dopo: «E’ la perfezione del pop, un gradino sopra Sgt Pepper». «Non ne ho merito - ribatterà Brian - la musica mi cade in testa da sola: una cascata che parte dalla nuca e arriva, non so come, ai polpastrelli». Ma quando i Beatles pubblicarono Sgt Pepper lui lo trovò così inarrivabile che i suoi nervi crollarono.

Cominciò a prendere aerei a caso e a vagabondare per gli States, tre ore qua, una notte là e ritorno. Una volta il velivolo era appena decollato e lui rimuginava, rimuginava. Poi sbottò in un pianto selvaggio, urlò che non sarebbe mai sceso. Scese, invece, corse a casa e non ne uscì per vent’anni. Quattro lustri di incubi, giornate passate a letto e altre a picchiare sulla tastiera, visioni terrifiche, droga, abbuffate di cibo, manie repentine per la numerologia, l’astrologia, l’I-Ching, la macrobiotica. E progetti sgangherati. Come quello di aprire un negozio di alimentari chiamandolo "Il ravanello viaggiante". Di scavare in sala da pranzo un’enorme buca, per farci stare le sette tonnellate di sabbia necessarie ai suoi pediluvi creativi. Di comprare Lsd e hashish a duemila dollari per volta - quando provava con la band, tutti erano così fatti da dover cantare sdraiati - perché questa era la cura prescritta da Eugene Landy, psicanalista più matto di lui.

Ma l'ossessione regina restava la competizione coi Beatles. Gli ispirò Smile, un album che lui stesso definì «una sinfonia teenageriale a Dio». Solo che conteneva un brano dedicato al fuoco, e nel risentirlo un improvviso terrore si impadronì di lui: «Se il disco esce qualche casa di Los Angeles finisce in cenere», disse, e bruciò i nastri appena ultimati.

Se mai cercò aiuto dai familiari, non lo ebbe. Le figlie disertarono la sua casa-prigione, e lui le disconobbe. I fratelli ricorrevano sempre più saltuariamente ai suoi servigi, e anche Dennis sprofondava nello squilibrio mentale. Fu un tourbillon di cause legali, rappacificazioni, rotture, tour annunciati e mancati. Finché, nell’88, un più prolungato pediluvio nella sabbia gli suggerì di realizzare un album tutto suo. Eugene Landy, con inatteso buon senso, caldeggiò l’idea, Lenny Waronker, presidente della Warner, stanziò un milione di dollari, lui lavorò mesi e mesi «per scrivere un capolavoro che duri almeno dieci anni»: e uscì Brian Wilson, gran disco.

L’anno dopo i Beach Boys annunciarono un tour, Brian si esibì in alcune date poi fece perdere le tracce di sé. E lo stesso anno un’immersione nell’Atlantico si portò via Dennis: nella vita dei fratelli Wilson follia e lutto cominciarono a intrecciarsi. Mattoide la sua parte, quel Dennis. Un giorno gli si presentò un tipo segaligno, occhi spiritati, caffetano nero, si genuflesse e gli baciò le scarpe. Era Charles «Satana» Manson, futuro massacratore di Sharon Tate. «Sembra un brav’uomo, trasmette energia positiva», decretò il Beach Boy, e accolse in casa l’intruso, con la sua coorte di psicopatici. Villa Wilson divenne un serraglio di ragazze nude, rock, droga, chili di penicillina contro le malattie veneree, auto di lusso comprate e disintegrate. Manson scrisse una canzone, Never learn not to love, e i Beach Boys la misero sollecitamente in repertorio. Alla fine, per liberarsi di lui, gli offrirono dei soldi e una moto. «Satana» sgomberò, poi inviò un proiettile a Denny, figlio di Dennis. E quando quest’ultimo annegò fece sapere, dal carcere: «Era mio amico ma mi ha tradito, ha fatto la fine che meritava».

Nove anni dopo un tumore si portò via Carl il saggio, l’unico che riuscisse a insinuare, tra le mattane dei fratelli, un filo d’equilibrio. Così Brian rimase solo, con i suoi spettri, la sua instabilità e la stabilità, malgrado tutto, del suo talento. Ha girato un film dal titolo emblematico - «Non sono proprio fatto per questi tempi» - e ha registrato, in un club di Hollywood, un doppio album, Live at the Roxy Theatre. Tutto colori e inattesa gaiezza. E’ come se l’anima bambina del vecchio Brian riemergesse dalle brume del male di vivere, per ritrovare se stessa in un illogico inno alla vita.

Letto 3788 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 09:32
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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