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Mercoledì, 01 Agosto 2012 17:41

Storia di musica n. 18 - Bob Marley

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Bob Marley

L'onorevole Robert Nesta Marley

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Chi meglio di Bob Marley detto Mas Nesta, vate del riscatto dei neri, poteva celebrare l'indipendenza dello Zimbabwe, quel 18 aprile dell'80, con la danza dei suoi ritmi e la sua voce di salmista. Lo stadio di Salisbury era ricolmo, Marley s'inchinò al principe Carlo e al primo ministro Mugabe, e salì sul suo podio con una falcata da giaguaro. Ma come intonò «non voglio che la mia gente/ sia ingannata da mercenari/ sicché gli africani liberino lo Zimbabwe», la festa dell'acquistata libertà trovò in sé la propria antitesi: i poliziotti caricarono la folla, il fumo dei lacrimogeni inondò il Rufaro Stadium e a Mas Nesta toccò cantare con gli occhi gonfi il suo salmo gandhiano, «in ogni petto batte un cuore/ questa è la vera rivoluzione».

 

Era la terza volta che Marley si esibiva nell'Africa dei suoi avi, e vi aveva trovato le stesse case di cartone, lamiera e fango della sua infanzia giamaicana. Eppure là, un giorno, sarebbe affluito il popolo nero sperso nel mondo: così Marley credette e promise dal palco, come annunciavano Marcus Garvey e gli altri profeti rastafariani, e come sua moglie Rita aveva predicato per anni, sugli autobus del ghetto di Trench Town, dove in una casa senz'acqua né luce lei e Bob coltivavano una povertà speranzosa. Rita era nata lì, in quell'angolo di Kingston popolato di tagliagole, da un falegname che, lasciato dalla moglie, affidò la figlia a una sorella, Viola detta Zia. La quale si prese cura della nipote e della bimba, Sharon, che a diciassette anni Rita aveva avuto da un amore volatile. Bob era nato non molto distante, a St. Ann, da un ufficiale creolo e da un'adolescente sedotta, sposata e subito abbandonata. Aveva trascorso l'infanzia con la madre e col nonno Omeriah, mistico e negromante. Quando Bob nacque, il nonno udì se stesso mormorare, come in trance, che «il diavolo vuole quel bimbo», mentre un improvviso temporale fustigava l'aria. Omeriah distillò una pozione che fugasse gli spiriti crudeli, e la notte sognò di escrementi animali, simbolo di buonasorte, e di fuoco e serpenti, segno d'infausti presagi. Più avanti l'amuleto che era stato appeso al collo di Bob sparì senza che nessuno l'avesse tolto.

Nesta crebbe mite e taciturno, sognando di diventare re e «con negli occhi - disse Ciddy, sua madre - il fuoco del predicatore». Ancora bambino praticava la divinazione, e passava ore ad evocare la saga di Prete Giovanni, il re dal volto d'ebano che aveva assoggettato i mongoli, nonché il sogno di Giacobbe, dove i morti salivano al cielo arrancando su scale infinite, gravati dalle loro ricchezze. Omeriah gli insegnò a temere gli spiriti del male e tra tutti Blackheart Mon, l'uomo dal cuore nero che rapiva i bambini per impiegarli nelle fornaci di Satana. E gli svelò che le sue origini rimandavano ad Akhenaton, il faraone nero alla cui eresia avrebbero attinto il re David e lo stesso Cristo. Nonché il Negus, che arrivò in Giamaica, in visita ufficiale, il 21 aprile '66. Sarebbe stato lui, sostenevano i rasta, a ricondurre il popolo nero nella patria africana, come s'addice a un dio in terra, re dei re, leone vittorioso di Giuda. Quando l'aereo atterrò, un lampo abbagliante accese il cielo. Rita era tra la folla: Selassié la salutò con un gesto, e sul palmo imperiale apparvero le stimmate. Ai capi rasta il monarca donò medaglie, ai politici minuscole bare. Un ministro pestò la coda del chihuahua regale, l'animale eruppe in un ruggito leonino e poco tempo dopo il ministro impazzì e morì. Un suo dignitario, che aveva riso dell'infortunio, cadde dalla finestra, in un accesso di sonnambulismo, uccidendosi. Ripartito il Negus, i politici scatenarono la polizia a incendiare le baracche dei rasta. Bollato da amico di criminali, Marley scrisse, e poi cantò: «Se qui siamo dei clandestini, torneremo cittadini in Etiopia».

Lui e Rita s'erano sposati da poco: la donna sfoggiava un diadema di madreperla, e i giornali salutarono in lei la "regina nera". Oggi è lei a ricordare il suo uomo in No woman no cry, un libro pieno d'amore e ironia, pubblicato da Mondadori. Quando la sposa, Robert Marley ha ventun anni e, alle spalle, una vita che è già un romanzo. Quando Bob nasce, il 6 febbraio '45, il padre è già lontano. Reclamerà suo figlio cinque anni dopo: il tempo di vederlo per la prima volta, e d'affidarlo a una vecchia cieca, senza cercarlo mai più. Ciddy, la madre, va a riprendersi il bimbo dopo due anni. È allora che Bob conosce da presso la morte: giocando in una casa abbandonata vi trova una bara e, dentro, un cadavere. Una folata di vento lo scaraventa fuori della stanza, contro una pietra appuntita. Omeriah gli insegna i suoi riti contro la malasorte, tramandati dai maroons, gli schiavi mulatti che nel Seicento opposero la loro magia all'oppressione inglese: più avanti, il loro ricordo indurrà Marley a comparare quell'epoca a questa, e i bianchi a rispondergli osteggiandone gli esordi d'artista, per poi corteggiarlo quando il popolo nero farà di lui una star.

A quattordici anni Marley fa il saldatore e stringe amicizia con Bunny Livingston, figlio d'un muratore girovago. Nascono così i Wailers: ne entra a far parte anche Peter McIntosh, un lungagnone rissoso, col dono della musica. Pian piano il trio raggiunge il successo. Spesso, con i Wailers, si esibiscono le Soulettes, cui appartiene Alfarita Anderson, infermiera e cantante. Un giorno, Bob le confida i suoi incubi: ogni sera un gatto nero irrompe accanto al suo letto, e tenta di rubare la sua ombra. Rita propone di passare una notte con lui: a mezzanotte l'animale lancia il suo grido, lei urla, vomita, tenta la fuga ma le forze l'abbandonano. In seguito Bob sogna un cane che ulula in un cimitero, mentre una pernice mostruosa sorvola le tombe. In quel momento Omeriah muore.

Nel '66, fresco di nozze, Marley vola in America: fa il cameriere, l'operaio, l'autista. Torna, deluso, e un anziano rasta gli racconta dei faraoni, che fumavano ganja e scoprirono che la parola è potere: Dio, del resto, ha creato il mondo parlando, commenta il vecchio, e da allora, per Bob, la musica sarà il verbo che sfida il destino e sobilla le coscienze. La stessa sera uno sconosciuto, in sogno, gli offre un anello: la pietra è nera, e porta scolpito il leone di Giuda. Dieci anni dopo, ormai famoso, Marley incontrerà Asfauossen, il figlio di Selassié, e ne avrà un anello identico a quello del sogno.

Arriva il '77, infausto per i rasta che bene rammentano l'Apocalisse: l'agnello con sette corna, i sette lampi di fuoco, i sette sigilli, i sette angeli trombettieri, le sette piaghe. Il reggae è il preludio dell'Apocalisse, decidono, e Marley ne diventa il profeta. Durante una partita di calcio un piede gli si sconcia, la ferita suppura e il 7/7/'77 un medico consiglia l'amputazione. Ma la dottrina rasta lo vieta: «Inutile, morirò a trentasei anni», taglia corto Bob. Così sarà. Nella ferita s'annida un cancro, e il male, via via, andrà a rodere il fegato, i polmoni e il cervello.

Nell'80, tre mesi dopo Salisbury, Bob tenne il suo primo concerto in Italia. In un albergo della Milano da bere, apparve alla stampa avvolto in una tunica fregiata d'oro, sul volto leonino il sorriso aveva una luce infantile. Ripeté che la diaspora del popolo nero si sarebbe conclusa, appunto, ai piedi del trono di Hailé Selassié, che la malevolenza dei bianchi voleva morto e invece si nascondeva in qualche posto, in attesa della riscossa. Due ore dopo Mas Nesta apparve sul palco di San Siro, era un'estate di zanzare e canicola e in centomila assistemmo al trionfo. «Vecchi pirati mi rapirono/ vendendomi alle navi mercantili/ non ho mai posseduto nient'altro/ che canzoni di libertà», intonò: e il ritmo era quello ondoso del reggae, blandivano l'aria le dreadlocks, le lunghe trecce impastate col fango. Tra le coriste una donna minuta: Rita, appunto. Un anno dopo fu lei a guidare i canti di dolore, accanto alla bara dell'uomo che l'aveva resa madre quattro volte, per altre venti rendendo madri altre donne, e che si diceva arruolato tra i veggenti da emissari spettrali che avevano invaso il suo sonno.

Una sera di settembre, in quello stesso 1980, Rita sogna il marito: Nesta le appare come uno stanco Sansone, i capelli rasati. Quel giorno uno svenimento lo porta all'ospedale. Sei mesi di cure non fermano il male: è Rita, l'11 maggio dell'81, a portargli l'ultimo succo d'arancia, per poi vederlo appisolarsi senza più risveglio. A quell'ora, a Kingston, si leva un tuono fortissimo, un fulmine entra in casa d'una donna e colpisce un ritratto di Bob.

Il funerale fu degno d'un monarca, con i discorsi dei politici che "l'onorevole Robert Nesta Marley" aveva più detestato, la benedizione d'un presule in vesti marezzate e la sepoltura da faraone, in un sepolcro scavato nella roccia. Sul rito dilagò l'odore della ganja, la marijuana che dicono avvicini agli dei. Le divinità sornione dell'animismo decisero, dai loro templi di fronde, che l'energia di Bob seguitasse ad aleggiare nel mondo e con essa il suo mito.

Letto 2104 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 09:32
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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