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Domenica, 24 Giugno 2012 02:26

Storia di musica n. 17 - Thom Yorke

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«Starei meglio da morto»

 

Thom Yorke - Storia di Musica

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La paura è un serpente lungo e diaccio, s'insinua tra i nervi e divora il cuore. Thom Yorke ci convive fin da bambino, quando ancora non sapeva che, un giorno, avrebbe fondato i Radiohead per sottrarsi al morso della solitudine, e dell'afasia. Aveva sette anni, Thomas Edward Yorke, quando i suoi si trasferirono ad Oxford e gli incubi cominciarono a visitare i suoi sonni. Sovvertendo un'infanzia altrimenti tranquilla: famiglia di benestanti, comuni affetti. Solo disagio la scuola, «un purgatorio che riassume tutto il peggio della borghesia inglese, snobismo, intolleranza, idiozia reazionaria». Ovvero: «Vestito da vescovo mi terrorizzi ancora/preside bastardo/bambini addestrati ad uccidere/a sbranarsi sui campi da gioco/vestiti da vescovi». Anche l'amore svela, a Thom adolescente, il suo volto più cupo: «Vidi Romeo e Giulietta, di Zeffirelli, m'innamorai di Olivia Hussey e non mi spiegavo perché, anziché uccidersi, i due non fossero fuggiti insieme. Poi m'invaghii d'una coetanea, fu una liaison tempestosa, ricordava Liz Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Wolf?». Così anche l'amore divenne paura. Di giorno Yorke leggeva Orwell e Noam Chomsky, esplorava Bacon il filosofo e le livide epifanie di Bacon il pittore. La notte sognava: di svegliarsi e divorare limoni la cui asprezza gli feriva le viscere, o di generare figli per farne a pezzi i corpicini neonati. L'insonnia fu il suo rifugio, nelle notti sbiancate dal terrore d'incappare in quei sogni. A causa del sonno negato un'emiparesi gli tramutò la palpebra sinistra, avrebbe detto Sherwood Anderson, in «una persiana rotta», interventi ripetuti lo martoriarono senza guarirlo. Subentrarono l'ipocondria, il bisogno d'isolamento, la paura di poteri torvi «che s'insinuano in te e ti abitano dentro, come in 1984». In un tema scolastico allarmò i professori parlando d'alieni «che vivono sottoterra, hanno enormi cervelli e occhi neri che ci filmano, come videocamere».

Fece il dee jay, il commesso in un negozio di musica - e a lungo sognò d'infrangerne le vetrine al volante d'un'auto - poi l'inserviente in un ospedale psichiatrico, «che praticava l'assistenza a domicilio: il che significava, per i medici, abbandonare i pazienti all'incuria, alla miseria e alla violenza, per i malati elemosinare, rubare, finire in galera nel disinteresse di tutti».

Aveva diciott'anni quando s'iscrisse all'università di Exeter. Ai docenti si presentò un ragazzo denutrito, «sordo quasi come Beethoven», il ciuffo afflitto alla Kurt Cobain. Abitava in una cantina senza luce e senza gas, vagheggiava una casa vivibile come un Eldorado remoto. Con un altro studente, Colin Greenwood, creò un gruppo rock e lo battezzò con la formula chimica del tritolo, Tnt. Una jam session scolastica li impegnò a suonare Dear Prudence per ventiquattr'ore di fila, Yorke stregò con movenze da marionetta e voce da crooner, inasprita dalla rabbia dei punk. Il gruppo si sciolse e ne nacquero gli On A Friday, poi Radiohead. Entrò a farne parte anche Johnny, fratello di Colin: suonatore di viola in orchestre sinfoniche, vagheggiava il «riff atonale definitivo», diramò e-mail invitando «chiunque conosca un accordo inusuale» a mandarglielo, «ne esistono dodici ma si fa presto a stufarsene».

Il brano d'esordio, Creep, nacque da un naufragio d'amore e fu, secondo il suo autore, «un monumento alla miseria, la rivendicazione della non esistenza come fine ultimo». Fu ignorato - «troppo deprimente» - dalle radio britanniche e spopolò tra quelle dei college americani. Yorke vi stipò tutti gli spettri del suo immaginario ferito: il disagio di fronte al mondo, la solitudine, la voglia frustrata di normalità. E la paura d'esistere: cosmica come L'urlo di Munch, avida come l'«abisso ronzante» di Paul Celan, scampato ad un lager nazista e finito in un gorgo della Senna. I Radiohead volarono in America, lui fu attratto «dalla follia generalizzata che la rende così divertente: giri in limousine, li guardi e non riesci a prenderli sul serio, qui sta lo spasso». Il successo, oltreatlantico, fu immediato, centinaia d'adolescenti affollarono i club per cantare in coro «starei meglio da morto», ma non offrì scudi alle fobie di Thom Yorke. «Premere il pulsante dell'autodistruzione facendo più rumore possibile», fu il suo slogan desolato e vincente. Il potere mediatico che gliene venne non allentò il suo odio per il potere, «il Grande Fratello - decretò - non è sopra, ma dentro di noi».

In una coffee house di Dallas, fuor dall'uscio bivaccavano neri senza casa e poliziotti mandati a scacciarli, una donna gli s'accostò: nei suoi occhi stravolti dall'entusiasmo, e forse dall'amore, Thom lesse una fame omicida, scappò, la rivide a un concerto e individuò in lei l'ombra di Banquo. In un bar di Los Angeles, dove l'aveva trascinato l'insonnia, un gruppo di fan gli si fece attorno: gli sembrò che volessero ridurre il suo corpo in brandelli, fuggì. «Nulla mi terrorizza quanto il terrore», ammise più avanti, citando involontariamente Montaigne. Nel '93 uscì Pablo Honey, l'album d'esordio, Thom lo definì «musica mesta per gente mesta». Un nuovo tour confermò il successo, e accrebbe le sue paure: «Siamo una macchina da pubblicità, in balia dell'industria: esistiamo, ma solo finché loro non staccano la spina». Trovò nella band il suo unico rifugio: «Sono un idiota triste - confidò -, la mia vita fuori del gruppo è inesistente».

Occorse mettersi all'opera, per un nuovo album. I testi di The Bends furono scritti in stato d'ebbrezza, nel retro d'un autobus. I vee jay di Mtv lo diffusero in tutto l'Occidente, senonché «parlare con loro viene, nella lista dei miei piaceri, subito dopo le verruche». La stampa incoronò i Radiohead come «i nuovi U2», i R.E.M. li vollero al loro fianco, in tournée, gli Oasis, invidiosi, li definirono «cinque studenti del cacchio». Partì l'avventura di Ok Computer. Le registrazioni cominciarono in un deposito di mele, in mezzo ai prati di Oxford. «C'era luce, alcol e cibo, ma niente bagno o cucina: se volevi farti una doccia, ti toccavano sette miglia a piedi». Si trasferirono a Bath, al centro d'una vallata solitaria, nel maniero del quindicesimo secolo che aveva ospitato generali, duchi e arcivescovi, e ora apparteneva all'attrice Jane Seymour. Sistemarono il mixer nella biblioteca in stile Tudor, lo studio nel salone da ballo, riempirono gli scaffali di libri e di rum le cantine. L'immenso giardino rammentava quello di Wonderland, dove re e regina giocano a cricquet usando i fenicotteri a mo' di mazze. La sera, il silenzio stellato cedeva al gemito delle volpi, di giorno accadevano inquietanti prodigi: i nastri si fermavano, ripartivano, si riavvolgevano senza che nessuno premesse i pulsanti. Tutto era paura allo stato puro, ancora una volta, e da qui sgorgò Paranoid Android, «gli yuppies che si organizzano/il panico, il vomito/quando sarò re finirai al muro». La tecnologia mostrò così, ai cinque musicisti, il suo volto più arcano e tirannico, Yorke cantò d'androidi tristi come uomini veri, la critica discettò di vette angeliche e abissi demoniaci, paura di volare, fobia patologica per un mondo di computer e plastica. E Yorke cedette a una nuova ossessione. Prese a collezionare oggetti di plastica, lì seppellì ad uno ad uno e dedusse: «Non si decompongono, sono eterni e per questo ci dominano. Di mortale c'è solo la nostra anima». Arrivò il Duemila, Yorke lo inaugurò lavorando a un fumetto, protagonista un mostro geneticamente modificato, che si nutre di bambini vivi. Poi toccò a Kid A, nuovo album. Sul libretto un'immagine di Tony Blair, gli occhi satanici, i denti aguzzi e una scritta: «Ci porterà via i soldi, porterà via i vostri bambini, distruggerà le vostre case».

«S'avvicina l'èra glaciale, scagliami nel fuoco», implorava la voce di Thom in Idioteque, qualcuno parlò di «fantasma che canta». L'anno dopo Rachel, la sua compagna, diede alla luce il loro unico figlio. Gli fu imposto il nome di Noah, «perché, al pari di Noè, progetti l'Arca, per traghettare gli innocenti in un mondo sereno, sulla Luna». La serenità familiare arginò la solitudine ma non debellò i fantasmi: quando Noah s'addormentava, il padre girava per ore, guidando rasente i campi. I fari azzurri frugavano tra i cespugli «e mi sembra di vivere un sogno, ma ho idea che qualcosa di minaccioso m'attenda».

Né il successo del nuovo album, e dei successivi, attutì il senso d'estraneità che divideva Thom Yorke dal mondo e dalla fama. «Mi sento equiparato a quella scimmietta di Michael Jackson - disse in un'intervista, citando Saul Bellow -, o alla sua valletta in guèpiêre, Madonna». E poi: «Lo strapotere dei computer ti dà un senso d'impotenza». E ancora: «Guardo chi mi parla e mi chiedo come dev'essere il suo teschio, guardo il diavolo e penso: qualunque cosa io faccia, sarà lui a ridere per ultimo». E infine: "L'ultimo messaggio di Dio, dopo la creazione, fu: ci scusiamo per i disagi arrecati».

Letto 3797 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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