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Venerdì, 25 Maggio 2012 23:19

Storia di musica n. 15 - Rino Gaetano

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Il cantabarista

 

Rino Gaetano - Storia di musica

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Si definiva un Petrolini del rock, la cui grammatica era il nonsenso. Perfetto per il ruolo: con quella faccia un po’ così, incerta tra il magone e l’allegria, la voce indecisa tra il canto e lo strillo, l’intelligenza beffarda, ma con rivoli segreti d’amore per il mondo. Fu, insomma, un coagulo di contraddizioni, il Dna di Rino Gaetano. Tutte feconde: come l’esser nato a Crotone, dove gli splendori della Magna Grecia guardano perplessi i casermoni della civiltà industriale, e le montagne aspre della Sila sgorgano dalla dolcezza del mare, sotto lo stesso cielo «sempre più blu».

A Crotone Rino visse un’infanzia povera, ma ricca di sogni e soprattutto di giochi. Tra i castelli di sabbia sulla spiaggia e gli studi precoci su Pitagora, dal quale aveva imparato che «la filosofia è la sola salvezza dell’anima». Certo, in questo affastellarsi di opposti, darsi un’identità non è facile: a lui gliela diede il candore. E fu il suo salvacondotto verso il cuore del pubblico, che oggi riscopre Gaetano massicciamente, com’è fisiologico in un’èra che di candore non abbonda.

A dieci anni, trasferitisi a Roma, i suoi lo mandarono al seminario di Narni: tonaca nera, otto ore in classe e cinque volte al giorno in chiesa, col divieto di cantare nel coro per quanto stonava. Il professore era don Simeoni, burbero, che se un alunno tralignava lo chiamava alla cattedra e gli misurava un ceffone. Rino tralignava spesso, era il suo modo di esistere. In classe insegnavano Tomaso d’Aquino e lui sottobanco studiava Pitagora, la sera, in camerata, s'ingegnava a musicare il 5 maggio e l’Odissea, traduzione del Pindemonte. O a rifare Dante, a modo suo: «Altrove si udivan strilli d’ogni sorte/ roba che a sentirla a prima si muore/ questo succedeva nella piana di Orte», scriveva, prendendo a gabbo il prof: «Nacque crebbe mangiò studiò dai frati/ poi tutto nerovestito salì al potere/ dove io conobbilo e me la dette a bere».

Tornò a Roma a quindici anni, azzardò studi da geometra, poi da ragioniere ma alla fine preferì il teatro: la Volpe in Pinocchio, Estragone in Beckett, e poi Ionesco, Majakovskij. Recitando En attendant Godot imparò che c’è un antidoto, alla solitudine e all’impotenza: «Troviamo sempre qualcosa che ci dia l’impressione di esistere», e vi costruì la sua saggezza.

Come tanti si fece le ossa al Folkstudio, la cave di Trastevere dove fece amicizia con Venditti e De Gregori, due liceali timidi come lui, che tuttavia «rimorchiava» di più. Le sue prime canzoni piacquero sì e no, «mi accusano di prendere in giro tutti - diceva -, è che amo i paradossi». Lo si capiva dai titoli: Tu, forse non essenzialmente tu, E la vecchia salta con l’asta, I tuoi occhi sono pieni di sale. E dai testi: «Mi alzo al mattino con una nuova illusione/ e prendo il 109 per la rivoluzione». Intanto pensava a un lavoro teatrale, con monologhi come: «Chi fa una scelta politica deve essere in grado di baciarla. Ho avuto modo di conoscere un missionario che ha sposato la propria causa. Ma non l’ha mai baciata».

Era il suo modo di canzonare i colleghi «impegnati», che allora furoreggiavano. E di canzonature straripò il suo primo album, Ingresso libero. Tra politici, magnati, coatti «che non sanno quello che fanno» mentre «i parlamentari ladri sicuramente lo sanno», vip messi alla gogna col sarcasmo, ma anche con la purezza senza se e senza ma dei clown. Quando le basi del disco furono pronte, non si sentì capace di cantarci su, e propose: «Ho un amico che beve, può sostituirmi». Alla fine riuscì, ma al mondo pensoso dei cantautori s'affiancò senza omologarvisi, come una variabile circospetta e pazzerella . Un po’ Pasquino, un po’ Don Chisciotte, un po’ Forrest Gump.

Senza questa innocenza sarebbe stato semplicemente uno dei tanti: meno geniale, meno poeta. Lo salvò il candore, che lo differenziava da tutti e non consentiva incasellature: «Scuola romana? No, appartengo alla scuola del Pinturicchio», rispondeva con uno sbatter di palpebre, alle domande stereotipe dei cronisti. E aggiungeva: «Vabbè, vado a cena con Venditti. Ma parliamo di calcio». A De Gregori, poi, dedicò alcuni versi, d’una perfidia da bambino: «Giovane e bello, divo e poeta/ con un principio d’intossicazione aziendale/ fatturato lordo e la classifica che sale/ il resto lo trova naïf».

Il primo album ebbe un parco successo, lui arrotondava suonando nei ristoranti, con Venditti a fargli da autista sul Maggiolone pagato con Roma capoccia. E intanto rifiutò un impiego in banca, perché giacca e cravatta gli davano il prurito. Passava le sere al bar del Barone, in via Nomentana, trangugiando lattine di birra «perché tutti, qui, giocano a dama, e io la detesto». O raccontandosi barzellette da solo, per tirarsi su. Con gli amici parlava uno slang surreale, d’invenzione collettiva, così criptico che una sera Amelia, la sua ragazza, esplose: «Non vi reggo più», e se ne andò. Lui ne trasse spunto per Nuntereggae più, uno dei suoi capolavori. Subito censurata, troppi gli intoccabili sbertucciati.

Amava le zingarate, che erano, poi, canzoni tradotte in fatti. Come far litigare una coppia di gay, inviando a uno di essi una dichiarazione d’amore scritta su carta igienica. Anche le rare interviste si risolvevano in gag, che per lui significava mettere alla verità il mascara del grottesco: «Ti prende questo pallino di correr dietro alle idee - confidò a un cronista - e così il tuo hobby diventa anche un lavoro. Come un cardiochirurgo che ha sempre sognato di lavorare sui cuori: bel guaio, se si ritrovasse a curare la posta del cuore su Novella 2000». Oppure: «I miei poeti? Ci metto Pavese, Palazzeschi e Iannacci. Pur di non averlo come medico». E infine: «La canzone non cambia il mondo, Berlinguer chiama sempre più gente di De André». Quanto a lui, si definiva un «cantabarista»: «E’ nei bar che impari a scrivere, il bar è un microcosmo dove si parla per flash, ma di tutto, politica, calcio, vita».

Fu, la sua esustenza, una gioconda bohème, con una sola paura, il successo. Quando lo sentì avvicinarsi, fece di tutto per tramutarlo in gioco, convinto che il gioco, nella vita, sia l’unica cosa seria. Andò a "Senza rete", per cantare Spendi spandi effendi, brandendo una pompa di benzina, a Domenica in si presentò portando al guinzaglio una bicicletta. Finché finì a Sanremo. Appena arrivato dichiarò: «Ho capito cosa è successo a Tenco: è morto di noia». Cantò Gianna, una che «aveva un coccodrillo e un dottore, difendeva il suo salario dall’inflazione, non credeva a canzoni o Ufo» ma amava il tartufo, e di notte si rigenerava «in un mondo diverso/ ma fatto di sesso». Cantò col cilindro che gli aveva regalato Renato Zero, la chitarra che gli aveva donato Morandi e dicevano fosse stata di Lennon, il frac sopra la maglietta a righe, i jeans e le scarpe da tennis. Arrivò terzo, dopo i Matia Bazar e Anna Oxa, e il successo lo ghermì: gli autografi, la tivù, i rotocalchi. L’anatroccolo, trasformato in cigno, soffrì quel piumaggio sontuoso, quella regalità mai cercata. «Ognuno di noi ha un pudore da difendere», protestò, e comprò una villa a Mentana per coltivarvi peperoncini e ravanelli. Ma intristiva, beveva troppo, si era fatto magrissimo. Le sue zingarate assunsero un che di plumbeo, e scrivere non era più vita, era solo fatica.

Il gioco era finito, insomma. Arriva il momento in cui don Chisciotte s’accorge che «nei nidi di ieri, oggi non c’è più passeri», ridiventa Alonso Chisciano e riscatta, morendo, la propria innocenza beffata. Quella notte del 2 giugno 1981 la Volvo di Rino finì contro mano. Per schivare un furgone s’appiattì contro un camion, come Buscaglione vent’anni addietro. Lo estrassero dall’auto che agonizzava. Ma al Policlinico non c’era posto, né al San Giovanni, al San Camillo, al Cto della Garbatella, al San Filippo Neri, al Gemelli. Come nella Ballata di Renzo, scritta undici anni prima: stessi ospedali, stessi dinieghi. Al funerale, nella chiesa sul Lungotevere Prati, c’erano Venditti, sconvolto, De Gregori, Endrigo, Cocciante, Pappalardo, Lando Fiorini. Il burbero don Simeoni parlò dal pulpito, e l’omelia si sciolse in singhiozzi. Giorni prima, Rino gli aveva chiesto di sposarlo con Amelia, «basta che non si presenti vestito da prete». Sulla tomba, al Verano, scrissero: «Sognare la realtà, vivere un sogno, cantare per non vivere niente». Era una frase d’una sua commedia, scritta sei anni prima, mai andata in scena.

Letto 5848 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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