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Giovedì, 26 Aprile 2012 15:42

Storia di musica n. 13 - Sinéad O'Connor

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Bianca donna della magia

Sinéad O'Connor - Storie di Musica di Cesare G. Romana

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Fu un destino sgarbato ad assegnare a Sinéad O'Connor una madre manesca, ladra e alcolista. E un'indole alterna di santa e di strega, più un'infanzia di utopie e ossessioni. La stessa sorte imprudente ne imprigionò l'adolescenza in scuole-convento e in collegi-lager, dove il puzzo di sudore ed escrementi suppliva all'affetto: che poi, finisce che uno si metta a cantare e a scrivere, "prima che sentimenti e risentimenti ti esplodano dentro e ti mandino in pezzi", dirà lei, più avanti.

Del resto ne aveva di sgomenti da sfogare, Sinéad Marie Bernadette O'Connor, nata l'8 dicembre 1966 in una Dublino macerata da irrequietezze ataviche. Si celebravano i cinquant'anni dalla rivolta di Pasqua, era stato incoronato presidente Eamon De Valera, eroe dell'insurrezione anti-inglese, e l'Ira aveva festeggiato mandando in frantumi la statua di Nelson. Sinéad venne al mondo, così, in un clima di festa e di bombe e crebbe, coerentemente, in un crescendo di diverbi, utopie e percosse. I primi tra il padre John, ingegnere e giurista, e la madre Marie, ex sarta paranoide e cupa, che occupava il tempo libero sgranando rosari o rubando nei negozi, in compagnia della figlia. Per picchiare la quale usava mazze da hockey, racchette da tennis o battipanni, poi la scagliava per terra premendole addosso «per farti scoppiare», infine la chiudeva in un armadio a muro, lasciandola là per ore o giorni, nuda e digiuna.

«Ero abbandonata e rabbiosa, nessuno che mi venisse vicino per chiedermi cosa provassi», dirà poi Sinéad. E intanto cercava rifugio in fantasie contorte. Si persuase d'essere la reincarnazione di Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, e passava le notti ad aspettare che sul ciglio del letto comparisse la Madonna. Che non venne, e allora immaginò d'essere stata, in precedenti esistenze, la Cathy di Cime tempestose, poi Giovanna d'Arco arsa sul rogo. C'era, nei suoi deliri, una fame d'eroismo che sfumava solo di fronte alle botte: Marie picchiava e lei ferma a subire, finché la furia sbolliva.

Quando aveva otto anni i genitori si separarono, e lei se ne andò con la madre. La donna viveva di rancori, alcol e Valium, rubava, educò la figlia ai sensi di colpa e a barattare l'affetto col disprezzo. Dopo quattro anni Sinéad fuggì dal padre. Si dedicò al borseggio e ai videogiochi, girava con un tampax tra i capelli, marinava la scuola. Il padre la confinò in un collegio per ragazze "difficili", lo gestivano le suore e lei se le inimicò, dicendo in giro che «pretendono d'insegnarti la vita senza aver mai scopato». Finì in un riformatorio, che era anche un ospizio per anziane dementi. Una sorta d'inferno dickensiano accolse le sue dissipazioni: ad ogni marachella la mandavano a dormire tra le vecchie, nel lezzo di vomito, escrementi e senilità miserevole. Fu qui, tuttavia, che imparò a cantare, decidendo di diventare una star «non per i soldi, ma perché la celebrità ti dà potere». Esordì in un saggio scolastico, cantò Don't cry for me Argentina e Hurricane, di Dylan, poi la vollero a una festa di nozze. Colpì per la voce dolce e possente, e la mobilissima bellezza del viso: ora smagliante ora gelida, un po' angelo e un po' virago, maschia nelle mascelle risolute e femminea quando si pensava, o scopriva, femmina. Attratta vigorosamente dai maschi, ad onta del suo misticismo da rifugiata: per quel bisogno frustrato d'amore lasciatole dall'infanzia, cui si associavano le turbolenze adolescenti della carne.

Ebbe vari amanti, concordi nel descriverla copulatrice ingenua e sapiente, che era un altro aspetto della sua umanità contraddittoria. Craig Johnson, un musicista, fu il suo primo fidanzato ufficiale, cui ne alternò altri ma che più avanti avrebbe sposato, dandogli un figlio, Jake. Il loro amore carsico, intervallato da altre storie, sancì l'ingresso di Sinéad nel mondo della musica. Scrisse le prime canzoni per In Tua Nua, modesta band dublinese, poi formò un gruppo con Columb Farrelly, ex stuntman, bassista, esperto d'occultismo, stregoneria, voodoo, zen ed esoterismi assortiti. Sinéad, il cui nome in gaelico significa "bianca donna della magia", ne fu sedotta: ripudiò il cattolicesimo, seguì Farrelly nei suoi intrecci d'Irlanda, scale arabe, ritmi del Caribe, e concordò con lui che la band dovesse chiamarsi Ton Ton Macoute. Il nome evocava memorie sinistre: gli squadristi assassini ingaggiati da Papa Doc Duvalier, il tiranno di Haiti, e la setta di zombie sanguinari, tramandata dalla mitologia locale. Una gaffe, ma loro sostennero che la denominazione li aveva sedotti "per il suo ritmo possente" e per le sue ascendenze animiste.

Il gruppo era mediocre, non fosse stato per Sinéad. Che mise a frutto la sua anima doppia: di ribelle con vene di mansuetudine, mansueta con barbagli di ribellione. Cantare fu il suo modo di conciliare i due opposti, con quella voce purissima in cui s'incrociavano la levigatezza del folk, la selvatichezza del punk, la carnalità delle grandi interpreti nere, il lamento dei banshees, gli spiriti annunciatori di morte del mito gaelico. «Canto senza controllo - diceva - con un bagliore nero negli occhi, con l'altra parte di me che crede d'essere una regina e chiede solo di urlare». E con una sensualità primordiale, tesa, da bomba innescata: una sera, dal palco, vide un uomo tra il pubblico «che mi guardava e mi spezzò il cuore», raccontò poi. E su due piedi inventò una canzone, cantandola con gli occhi immersi in quelli ignari dell'altro.

Fu in quell'epoca, era il 1985, che la madre morì in un incidente stradale. Stava andando in chiesa, spirò in un incubo di freni ululanti e d'asfalto rigato. E la rabbia che Sinéad aveva cullato per anni, con tanta perversione d'amore, morì a sua volta. "Seppe" del lutto senza saperlo, una sera che le venne di chiedere, al fidanzato d'una notte, «cosa sarebbe di noi, se i nostri genitori morissero». E la invase un malessere dolente, del corpo e dell'animo. Seppe, l'indomani, che proprio in quel momento era diventata orfana. Per giorni e mesi sopportò uno strazio imprevisto. Sentiva la madre accanto a sé, ne avvertiva il profumo e i consigli. Tornò al cattolicesimo perché Mary, in uno di quei colloqui immaginari, glielo ingiunse. E a lei dedicò il suo primo ellepì, felice di poter liberare un affetto nascosto per anni nei recessi del cuore. Tra i suoi amori ci fu un prete protestante, nero, sposato e padre. Che la stregò e poi l'abbandonò, preferendole la famiglia, la tonaca e la parrocchia, consegnandole come dono d'addio un aspirapolvere. Lei scrisse Troy - «risorgerò Fenice dalle fiamme/ e mi vedrai tornare/ per essere quello che sono» - e lasciò l'Irlanda. A Londra abitò un appartamento umido, sbarcava il lunario leggendo i tarocchi, la testa rapata che la faceva assomigliare a un carcerato, o al "bonzo furibondo" della Butterfly, e gli occhi da Sibilla. Fece sua Nothing compares 2 U, un brano scartato da Prince, e così arrivò il successo, oggetto di finto disprezzo e in realtà perseguito con determinazione d'acciaio e senso del marketing. Ché Sinéad da allora lavora a costruisce il proprio mito, tra mattane dettate dai bollori dell'istinto e sapienti stramberie. Nutre l'appetito dei media con furiose invettive - «La Tatcher in tivù/ scioccata dai morti a Pechino/ strano che si senta offesa/ lei che dà gli stessi ordini» - ed exploit plateali: al grido di «combatti il vero nemico» straccia in mondovisione una foto di Karol Woytjla, accusa gli U2, che la stimano, di «mafiosità musicale» e ammonisce che «Milosevic non ha poi tutti i torti». Sfoggia reggiseni neri con scritto «Smetti di guardarmi le tette», annuncia e disdice tournée, rifiuta un Grammy per protestare contro «i mercanti dell'arte» e col nome di suor Bernadette Marie fonda una Chiesa tutta sua, autoproclamandosi prete. Per poi ripudiarla e spretarsi, con la stessa disinvoltura.

Nelle interviste si dichiara, via via, lesbica, bisessuale e «moglie di nessun uomo». Ma intanto, di uomini, ne sposa due, e due volte diventa madre. Qualcuno, a proposito del suo talento promozionale, la definisce malignetto «una Madonna più colta». Più colta, certo, ma anche più ispirata: per le sue canzoni figlie di un'Irlanda piagata, «razza di bambini/ che da soli si schiaffeggiano», e dei travagli dell'esistenza, gravate dal tormento della memoria, segnate dalla brama di luce e dal male di vivere. Finché, arriva l'ennesimo coup de théatre: «Abbandono la musica - fa sapere Sinéad - per coltivare la mia vita privata e intraprendere una nuova carriera», non specificata nel messaggio di congedo indirizzato ai fan, ringraziati «per ventidue anni di fedeltà» ed esortati a «non dimenticarsi di pregare per l'amore e per la pace». Un mese dopo, tuttavia, rieccola su un palco di Dublino, a fianco dei Massive Attack, a cantare, enigmatica: «Andrà bene, una buona volta/ non ci sarà un'altra volta/ ci sarà spettacolo, stavolta».

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Due anni dopo svela al pubblico dell'Oprah Winfrey Show di essere affetta da disordine bipolare e confessa di aver tentato il suicidio nel 1999, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno. Di pochi giorni fa è la notizia che Sined O'Connor ha dovuto annullare le restanti date del tour in corso, compresa quella milanese, per  problemi di salute. E attraverso i social network la "bianca donna della magia" si scusa con i fan: «stupidamente, ho ignorato i consigli del medico a mio stesso discapito, tentando di essere più forte di quanto realmente sono».

Letto 5401 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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