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Venerdì, 30 Marzo 2012 08:51

Storia di musica n. 11 - Laurie Anderson

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Piccola Sibilla elettronica

 

Laurie Anderson - Storie di Musica

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Era un giorno del '94, in una Monaco rannuvolata. Laurie Anderson s'assopì, come spesso le accadeva, nel tiepido della controra. Chiuse dietro le palpebre i grandi occhi impertinenti e il sogno non tardò a intrufolarsi nel sonno. Era un suo modo di lavorare, il sogno: un'irruzione di fantasia sfrenata nel suo rigido mondo di relais e microchip, voci paranormali di origine ignota a rammentarle il primato dell'imponderabile sull'amatissima scienza. Vide una piana brulla, e su quella una stereofonia di tamburi che correvano come scoiattoli. Ma prima che la vicenda si evolvesse il telefono la distolse dal sonno, e dal sogno.

Era Lou Reed, di passaggio in Baviera. Si erano conosciuti due anni prima su un set, poi nelle fuggevoli occasioni che costellano la vita delle rockstar. Ora lui le proponeva di cenare insieme: e siccome nulla li accomunava, erano due rette parallele proiettate verso mondi inconciliabili, Laurie disse sì. A cena gli raccontò la sua visione interrotta, e il sogno divenne una canzone da cantare a due voci: In our sleep, nel sonno mentre parliamo/ ascolta il rullo dei tamburi/ nel sonno dove c'incontriamo. Non solo: la cena s'allungò fino a diventare una convivenza, come quando due rette parallele s'incrociano contro le leggi della geometria, e si rifugiano in un loft di New York che è città troppo magmatica perché qualcuno si stupisca di qualcosa, o s'accorga di te.

Davvero un'insolita coppia, quei due che di uguale hanno solo l'iniziale del nome di battesimo, e il mestiere di musicista scritto sul passaporto. Lui col suo collo da lottatore e l'aspetto da guappo di Coney Island, epopee di droga e di torbidi amori, poeta di dannazioni suburbane e d'inferni quotidiani. Lei radiosa nell'irta raggiera dei capelli e nella non-bellezza da Piaf postmoderna, innamorata della tecnologia quanto lui lo è della rude manualità del rock'n'roll, cinque lauree e un curriculum che accomuna il suo nome a quelli di Philip Glass, John Cage, Peter Gabriel, William Burroughs, Brian Eno, Allen Ginsberg. Fino al Dalai Lama, a Rauschenberg e a Cab Calloway, suo partner in uno storico show di capodanno.

Se è vera la metafora platonica dei due amanti come parti ricongiunte d'una mela divisa, fu una distrazione degli dei l'avere unito due metà di mele tanto diverse: e tuttavia quella tra Laurie Anderson e Lou Reed è un'unione felice. Il che mai avrebbe previsto, la Laurie dabbene che da scolara modello sognava di fare la bibliotecaria, nella Chicago dov'era nata nel '47 da un verniciatore e da una violinista, discendenti da antenati puritani venuti dall'Inghilterra per esercitare il prezioso diritto di perseguitare chi non la pensava come loro, perché il re gli vietava di punire chi lavorava di domenica. Quando poi capì che il bibliotecario è soltanto un secondino che tiene i libri in libertà vigilata, Laurie sterzò verso la musica. Spinta dall'esempio materno e dall'appartenenza ad una famiglia di narratori abituali affascinati dal linguaggio: ognuno aveva il suo, lo usava per inventare storie e canzoni, e ci capivamo per telepatia.

Tutto nella biografia di Laurie Anderson, o nel pochissimo che ne è trapelato, è nel segno della genialità infusa: eccola studiare violino a quattordici anni e a sedici suonare nella Chicago Youth Orchestra, a vent'anni studiare storia, scultura e arte alla Columbia University e intanto occuparsi di fotografia, architettura, elettronica e musica d'avanguardia, a ventidue laurearsi in storia dell'arte e a venticinque in scultura. Mescolando tutto ciò, nei ritagli di tempo, in complicati lavori teatrali, frequentando musicisti d'avanguardia, progettando installazioni multimediali e tenendo corsi universitari per studenti più anziani di lei. Vive in un loft non riscaldato, gira d'inverno senza cappotto più per esprit de bohème che per indigenza, scrive spettacoli e testi inconsueti: un Concerto per automobili in scena nel Vermont e un saggio su Narcolessia e sogni. Nel '73 la sua prima invenzione: una serie di scatole che discorrono tra loro, ciascuna sul suo piedestallo. Seguiranno la livella parlante (se la inclini da un lato ne esce una voce di donna, dall'altro risponde una voce maschile) e il Tape bow violin, con un nastro magnetico al posto del crine, estremo discendente dell'intonarumori futurista. Non paga, nei suoi spettacoli, la Anderson affida la propria voce al filtro d'un congegno, il Vocoder, che improvvisamente ne muta il timbro in quello d'un cavernoso baritono, lasciando di stucco la platea. Segue una cabina telefonica interattiva, un clone digitale di Laurie medesima, sorta di doppio virtuale da usare nei video, e un congegno ritmico disseminato lungo il suo corpo, che lei suona dandosi grandi manate sul petto, sui fianchi e in fronte. Fare musica è come frugarmi addosso, sfogliare la bibbia dei nervi, che è appunto il mio corpo, spiega lei, e Newsweek parla di Cassandra elettronica che ci nutre con parole immagini suoni melodie gag e storie, altri la definisce l'Archimede Pitagorico del pop. Finché i ladri le svuotano il loft col suo campionario leonardesco di computer, strumenti, formule e appunti.

Laurie abbandona l'ingrata patria trasferendosi in Messico, dove impasta tortillas per gli indiani Tzotil, che esterrefatti per le sue lenti a contatto la battezzano Loscha, donna brutta con gioielli. Poi si compra una canna da pesca e un'accetta e colleziona esperienze al polo nord, torna a New York e vive in una comune tra agricoltura biologica, radiofonia clandestina, droghe psichedeliche, filosofie orientali. Nel '77 due settimane di silenzio in un ritiro buddista preludono a un giro degli States con una valigia piena di violini, nastri e arnesi elettronici, punteggiata da concerti e conferenze in bar e musei. L'uscita del primo singolo, It's not the bullet that kills you, non le impedisce di fare la raccoglitrice di cotone nel Kentucky, poi la spalla del comico Andy Kaufman a Coney Island e infine di tenere corsi di recitazione alle suore benedettine del Wisconsin. Né di ricevere tre lauree honoris causa e di stupire i viennesi con una movimentata performance: canta e affabula su un palco spennellato di sangue, irrompe la polizia e una spettatrice indignata contrappunta il recital a suon di cazzotti. Il pubblico pensa che il tutto faccia parte del copione, e l'unica a restare imperturbabile è lei, la protagonista. Sono incidenti siffatti a preservare Laurie Anderson dagli algidi stereotipi e dagli astratti furori dell'avanguardia, insieme al suo senso indomito della realtà. Così l'impietoso affresco di United states è la caricatura esistenziale e sociale, visiva e sonora di un'America madre e matrigna: Stringimi Mamma tra le tue braccia elettroniche/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari, canta la Cassandra di Chicago in Superman, gran successo nell'81.

Eppoi c'è il sogno, che è la realtà proiettata nella surrealtà, e riemersa dagli abissi del desiderio e dell'inconscio. E', anche, la sola concessione all'autobiografia che emerge dal ferreo riserbo di Laurie, e dalla piana oggettività della sua musica. Sognai che sostenevo un esame in una latteria, su un pianeta lontano. Alieni scrutavano la Terra con un telescopio al posto degli occhi, racconta la Anderson, e prontamente il sogno diventa canzone. Oppure: Ero l'amante di Jimmy Carter senza averlo mai visto. Alla Casa Bianca, con altre amanti, discutevamo un suo decreto, che estendeva ai morti l'eleggibilità presidenziale. "Questa sì che è democrazia", dicevano. Altra canzone. O ancora: Arrivai in auto in una caverna preistorica, dovevo insegnare ai cavernicoli ad usare frullatori e tostapane. Ero un cane in una mostra canina. Passarono mio padre e i miei amici: non ero mai stata guardata così a lungo. Ero su un'isola piena di divi della tivù. C'era un panorama stupendo, ma nessuno lo vide perché tutti dicevano: guardami, guardami. E infine: Sognai Haensel e Gretel, lei faceva l'entraîneuse a Berlino e lui l'attore per Fassbinder. Haensel disse: "Sei una puttana, ho perso la vita in quella stupida favola quando il mio vero amore era la strega cattiva. Tanti sogni, altrettante canzoni.

La spinta onirica è tanto forte, per la piccola Sibilla elettronica, da permeare la stessa realtà. Così eccola alle pendici dell'Himalaia per cercare il Lama Latso, un lago sulle cui acque - sostiene Laurie - è scritto in codice il nome del futuro Dalai Lama. O trascorrere giorni a progettare, con altri artisti, scienziati, fonici mascherati da paperi e elettricisti in frac, il più improbabile dei suoi spettacoli: un parco e sopra di esso una nube più nera del nero, dal cui ventre sprigioni l'imput segreto capace di donare la favella agli alberi. Spettacolo mai realizzato, s'intende: se la fantasia non conosce limiti la tecnologia ne ha, e grossi.

Letto 7526 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

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