Recensioni
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ReviewIl primo, vero lavoro da solista di Ringo Starr, omonimo, che vide la luce dopo due bizzarre raccolte di covers apparse a cavallo dello scioglimento della band, fu pubblicato solo alla fine del 1973, dopo che il Naso aveva disseminato i primi anni della decade di singoli di successo. La prima, fondamentale cosa da dire è che si tratta di qualcosa d’irripetibile, risultato di congiunture positive e fortunate: alcune buone canzoni da parte sua, altri ottimi brani da parte dei suoi ex colleghi di mito, la creme della creme in fatto di session man: Bolan, Preston, Hopkins, Keltner, solo per citarne alcuni. Il tutto condito dall’eterna buona predisposizione del padrone di casa, la sua vera arma vincente. George, John e Paul cooperarono fattivamente non solo come autori, ma anche con numerose ore di sala di registrazione. Harrison contribuì il singolare country di Sunshine life for me, reso alla perfezione dalla voce di Starr, che a simile materiale s’era appassionato durante la registrazione di Beaucoups of blues, e compose con Ringo (Starr) quello che di Ringo (il disco) sarebbe stato il maggior successo, ossia il singolo Photograph, un rock ammiccante su un cuore spezzato, in lacrime davanti a una foto. (Che però avrebbe assunto spessore ben più emozionante trent’anni più tardi, quando Ringo dedicò le parole a Harrison nel corso del Concert for George, a un anno dalla sua scomparsa). Il “mystical one” compose anche il pezzo finale, la frizzante You and me babe, con Mal Evans. Lennon e McCartney, da parte loro, se ne uscirono con due brani davvero notevoli. In particolare per Paul, Six o’clock rappresenta il punto più alto della sua produzione solista fino a quel momento (in compagnia di qualche momento di Ram e Red rose speedway – mistero perché il bello non l’ abbia mai registrata per sé) e ancora una volta Ringo ne dà un’interpretazione magistrale. Il tono grave, austero della voce del batterista s’adatta alla perfezione alle parole di contrizione espresse dal testo. La melodia, forte e ariosa, mostra la forma straripante di un Macca che infatti, all’uscita di Ringo stava ultimando Band on the run. Di tutt’altro genere e ugualmente eccellente, I’m the greatest di John, è una traccia colorata e grottesca, provvista di armonie e sequenze d’accordi ardite e lontane da ogni confortante commercialità. Il testo cucito su misura per Starkey, accenna ai Beatles e a Billy Shears, inutile dire che avrebbe fatto un figurone su Sgt.Pepper's. Il materiale made in Ringo comprende, oltre alla succitata Photograph, anche la pesante Devil Woman, urban-rock con fiati avvolgenti e chitarre stridule, la saggia Step lightly, una sorta di honky-tonk rallentato, in cui dispensa consigli da buon padre di famiglia (you’ve got to find a love that’s gonna last) , e Oh my my, esercizio da dancehall anni ’50, che sfiorò le primissime posizioni di Billboard e si gioverà di una futura coverizzazione degli ancora coniugi Ike & Tina Turner. Le charts accolsero volentieri anche You’re sixteen degli Sherman Brothers, già portata al successo da Johnny Burnett, rockabilly essenziale e ammaliante, con McCartney niente meno che al kazoo... Ringo meritava il suo grande successo, con primi posti assortiti in USA e Canada, e sfiorati in madrepatria, e i plausi della critica dell’epoca. Lo meritava perchè era essenzialmente Ringo, appunto. L'ultimo che diventa primo grazie ad umiltà, larghezza di vedute e impegno a livello creativo, difficilmente avrebbe potuto far meglio di così. Infatti il livello di quest'album resterà non raggiunto ancora quattro decadi dopo, malgrado in un paio di occasioni vi sia avvicinato. |
85






