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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Mercoledì Febbraio 20, 2019
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Recensioni dischi

Giovedì, 21 Marzo 2013 13:43

Clapton // Eric Clapton

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Sfogliando un dizionario etimologico potreste imbattervi nella definizione di 'classico'. Al di là dell'origine storica del termine (e bisogna risalire fino alla Roma antica), il suo vero significato è "distinto, perfetto, di prim'ordine, da servir di modello". Per questo nel recensire l'ultimo lavoro in studio di Eric Clapton non riesco a trovare un aggettivo più calzante, non perché "Clapton" sia qualcosa di perfetto, ma perché proprio sull'eleganza fa leva il 65enne chitarrista di Ripley, e perché ancora oggi riesce ad essere, a suo modo, un punto di riferimento per colleghi e appassionati, nonostante i tempi dei fasti siano molto lontani.


12 delle 14 tracce sono cover, dunque l'artista di suo non ha messo molto, se non due brani inediti e la sua interpretazione, che nel caso di esecutori magistrali come lui non è poco. L'idea di base è la solita: riproporre una serie di vecchi brani, alcuni ripescati molto lontano nel tempo (come la splendida Rockin' Chair, datata 1930), rivisitarli, imprimervi il marchio vocale e musicale di Clapton, aggiungervi un paio di inediti e servire ancora caldo.
Spesso il risultato finale di questa ricetta è un prodotto insipido, senza personalità, che si regge solo sulla fama dell'autore che si assume la paternità dell'opera, ma non è questo il caso.


“Clapton” è oggettivamente un bell'album, i classici sono suonati con educazione, senza l'intenzione di snaturarli, e l'infarinatura di blues percepibile dal primo all'ultimo secondo (se siete allergici o intolleranti forse è meglio ripiegare su altro) non fa che rendere il tutto più coerente e affine alle caratteristiche dell'artista, che si presenta nella veste di performer, senza rinunciare tuttavia a proporre qualcosa di nuovo.



L'ascolto è piacevole, i cambi di ritmo non mancano, il pianoforte accompagna costantemente la chitarra, a volte con discrezione, a volte rubandole la scena, con gradite incursioni dei fiati, come nella rivisitazione di How Deep Is The Ocean di Irving Berlin, o dell'armonica in Judgement Day, omaggio al bluesman Snooky Pryor.


Diamonds Made From Rain nella tracklist è il primo dei due inediti, la differenza di sonorità rispetto a tutto il resto non passa inosservata, ed è un po' fuori tema. La chitarra ha un ruolo maggiore, così come archi e cori femminili: estrapolato dal contesto è un pezzo degno di nota, ma i brani storici che lo circondano fanno risaltare troppo il salto generazionale. Più affine al contesto Run Back To Your Side, l'altra novità, veloce ma più coerente con l'atmosfera dell'intero album. Nei cinque minuti di durata della canzone la voce, ma soprattutto le mani, di Clapton ci sono, e si sentono.
Chiude il tutto Autumn Leaves, terreno su cui in passato si sono cimentati (con diversi ruoli) Nat King Cole, Chat Baker, Miles Davis, Edith Piaf, Doris Day e molti altri, insomma, niente di più 'classico', ma forse anche in questa circostanza la connotazione del termine è solo positiva. La versione in questione è “distinta, perfetta, di prim'ordine, da servir di modello”, almeno per lo stile, perché Eric Clapton il suo dovere nei confronti della musica lo ha già assolto con gli interessi, guadagnandosi la libertà di proporre più o meno tutto ciò che vuole, meglio se di buon livello come quest'opera.

La seconda prova degli Housemartins ribadisce ed amplia i concetti espressi dalla prima: canzoni (non canzoncine…) allegre, orecchiabili, divertenti, con poche eccezioni. Riffs veloci, ostacolati da brevi stacchi, il tutto dominato dall’eccellente vocalità di Paul Heaton.
Il (piccolo) limite dell’opera è rappresentato proprio dalla spuntata gamma di soluzioni melodiche, dato che le sequenze di accordi sono tra le più semplici praticate da sempre nel rock, (e talvolta riutilizzate nel corso dei diversi brani). Tuttavia l’ immediatezza, la freschezza del prodotto sono tali da ovviare all' inconveniente. E’ vero che il coretto di Five Get Over Excited è appena appena preso da All You Need Is Love, per fare un esempio, ma il pezzo sfrutta al meglio il “prestito”, adattandolo ad una delle più coinvolgenti espressioni della raccolta.



Non sarebbe corretto equiparare tutto il materiale compreso nel disco, We Are Not Going Back è un trascurabile riempitivo, Pirate Aggro un simpatico, grintoso, innocuo break strumentale, ma tutto passa in secondo piano di fronte agli assoluti capolavori che rispondono al nome di Me And The Farmer e Build. Il primo è un possente rock introdotto dalla distorta di Cullimore e consta di tre minuti scarsi che sintetizzano l’ intera proposta artistica dei nostri in un crescendo irresistibile, sul quale Heaton costruisce ghignando una fosca vicenda di latenti aggressività, con enunciati farseschi quali: “Me and the farmer like brother like sister/getting on like hand like blister”, e nel pub l’ allegria diventa contagiosa. Tutt’altro clima per la mesta, dolente Build, su un tema che se vent’anni fa era di moda adesso è d’ emergenza. Si parla di edificazione selvaggia vista con gli occhi dell’ uomo della strada, il quale, pur nella consolazione di avere una "house where we can stay” immagina forse già le incombenti, nefaste conseguenze che l’inurbamento indiscriminato avrebbe portato; viene accompagnata dall’emozionante incedere del pianoforte in una sorta di slow reggae, inusuale per la band ma d’impatto invero toccante.


Non manca, e non potrebbe essere altrimenti il solito “omaggio” alla Royal Family, espresso nella title track del disco. The People Who Grinned Themselves To Death è un atletico sberleffo rivolto a sua maestà ma anche al popolo bue che “even when their kids were starving, they all thought the Queen was charming”, arricchito dai fiati nel refrain e dalla fidata coralità della band.


A questo proposito giova inserire un piccolo inciso sulle analogie tra il complesso di Hull e gli Smiths: al di là delle affinità dei temi trattati, abrasive critiche e sarcasmi assortiti, nei riguardi delle upper class e non solo, risultano evidenti le difformità a livello stilistico, ove si consideri le atmosfere in prevalenza gravi, funeree dei quattro di Manchester, contrapposte alla goliardia e alla spensierata veemenza degli House. Nella succitata Five Get Over Excited, la triste fine dei cinque ragazzi che si sfasciano in un incidente stradale (preannunciata dal poster di James Dean sul muro) s’accompagna a un motivo brioso e trascinante, per non parlare della deliziosa e criminale I Can’t Put My Finger On It.


Si palesano qua e là brevi rigurgiti di malinconia, nell’inno acustico pacifista di Johannesburg, delicato e sommesso; non è che si possa proprio ridere di tutto. (E il verso "Non mostrarmi la tua anima/potrei vedervi la luce filtrare” è da antologia delle medie). O nell’inerte, pigra The Light Is Always Green”, che non per niente è una crociata anti-frenesia. Ma il buonumore trionfa, la terapia del motteggio e della canzonatura con toni leggeri ma altrettanto mordaci di quelli drammatici. Così si chiude tra il piano saltellante di Bow Down e la presa in giro di You Better Be Doubtful, e poi, finalmente, in alto i calici, di birra scura preferibilmente: brindiamo alle breve, brevissima esistenza di questo gruppo. L’anno successivo, dopo il notevole singolo "I Smell winter/Always something there to remind me”, i quattro si salutano in allegria. E sono tuttora amici! (Chiedete a Morrissey come sono i rapporti con Marr e gli altri..). Soprattutto, non sono spariti: Heaton e Hemingway hanno trascorso un ventennio di (appena disciolti…) Beautiful South, e se il nome di Norman Cook, bassista, non vi dice niente, provate a cercarlo su Wiki sotto Fatboy Slim.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:58

Love Prayer // Bliss

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La prova d’esordio dei Bliss colloca immediatamente la band capitanata dalla vocalist Rachel Morrison e dal bassista Paul Ralphes, autori dei brani, in una posizione temporalmente (siamo nel 1989) atipica rispetto alla maggioranza dei gruppi d’oltremanica.
Lontani dall’indie rock che attecchiva in quegli anni, lontanissimi dall’esagitato elettronismo che andava lasciando spazio alla techno, una specie di fosco, malinconico passaggio dal vespasiano alla latrina, i cinque ragazzi di Coventry se ne escono con un disco che val almeno la pena ascoltare, consistente in una mistura di rock, ryhthm’n’blues & gospel, perfettamente governato dalla poliedrica vocalità della signora Morrisson.

La band si gioca tutte le sue carte nel primo lato, che presenta una sequenza di pezzi davvero efficaci: ad aprire Loveprayer è l’hit-single I Hear You Call, ossia soul di ottima fattura, con un bridge e un refrain da brividi, che si bissa nella successiva How Does It Feel (The morning after), forse ancora più sofferta, cover azzeccatissima per proseguire il discorso melodico impostato dai cinque. Good Love chiude adeguatamente il cerchio, con una coda costruita apposta per i contorsionismi vocali di Miss Rachel. Il punto più alto di questa prima facciata è però costituito dal lamentevole incedere della desolata Your Love Meant Everything, guaito d’amore dispiegato su tristi tinte slow-jazz che espande ulteriormente l’universo stilistico dei nostri. A ruota giungono opportunamente le due più movimentate tracce della raccolta, Won’t Let Go e Lovin’Come My Way, piuttosto simili con quegli scambi veloci di accordi di quarta, e, particolarmente nel secondo, indicativi delle influenze black sulla musica della band.

Purtuttavia, una volta smesse le divise sgargianti da professionisti del gospel, non resta, sfortunatamente, molto altro da scoprire sino alla fine dell’opera.
Il lento di atmosfera di Light And Shade si dipana piuttosto monocorde, privo del guizzo illuminante che dia personalità al brano, risolvendosi in un nuovo, elegante esercizio virtuosistico per la Morrisson. La sinuosa May It Be On This Earth, guidata dal minimoog, non è che una versione rallentata di Lovin Come My Way. Appena meglio il grintoso r’n’b di All Across The World, che spiana la strada al mesto procedere di I Walk Alone, dignitosa ballata per piano che riscatta almeno in parte una side B a corto d’ inventiva e soluzioni originali. Per quanto riguarda i testi, tutti a cura della bionda vocalist, non si va oltre una rassicurante esiguità: amori miracolosi (I Hear You Call), traditi (The Morning After), bramati (Lovin’Come My Way), perduti (Your Love Meant Everything). Gamma completa, insomma, ma niente di più. (Il titolo dell’album anticipa già, peraltro, ciò che uno può aspettarsi dai testi).

Prendendo spunto anche da quest’ultima considerazione, ciò che manca in questo lavoro d’esordio del quintetto inglese è un pizzico di coraggio in più, una maggior esplorazione stilistica e tematica che meglio avrebbe esaltato le indubbie qualità dei nostri. Viceversa, dopo che queste ultime vengono per metà disco ben messe in evidenza, sono poi frustrate da una spiacevole reiterarsi di forme e espressioni. Peccato, pensa uno, perché la stoffa c’è, e non avremo mai la controprova di quello che i Bliss avrebbero potuto fare tramite un adeguato processo di maturazione in quanto, dopo un secondo album (A Change In The Weather) del 1991, il gruppo chiude i battenti, malgrado una velleitaria rentrèe datata 2009, a formazione largamente rivoluzionata, il che evidentemente è tutta un’altra storia.
La voce della Morrisson e le intuizioni musicali di Ralphes e soci avrebbero meritato un’altra carriera.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:55

Memory Almost Full // Paul McCartney

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Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

L’album di debutto dei californiani Quicksilver Messenger Service arriva nel maggio del 1968, ossia quando il gruppo si è già creato una solida fama di acid band sui palchi della west coast e non solo. Ma l’opera omonima non presenta unicamente sonorità psichedeliche e tonalità caleidoscopiche, pescando anche con profitto nel folk rock e nel ryhthm’n’ blues. L’omaggio ad Hamilton Camp che apre il disco, ossia Pride Of Man, ne è gustoso esempio: la slide guitar dell’ indimentcato John Cipollina modella un sontuoso urban sound tutto riflessione e saggezza esistenziale. Light Your Windows, primo pezzo originale, parte con atmosfere quasi da pianobar e toni da singer confidenziale, per poi trasformarsi a metà strada in fantasiosa blues – jam, inopinatamente troncata prima dei tre minuti di vita. In tutti i casi lunga abbastanza da mostrare la padronanza degli stili e la versatilità dei nostri, ansiosi forse di non farsi ingabbiare in un pericoloso clichè. Segue Dino’s Song, di Dino Valenti, che è membro fondatore dei QMS, ma in questo caso presenzia solo come autore. Assente giustificato, in ogni modo, dato che stava scontando una condanna per droga nelle patrie galere. Rientrerà più o meno a breve, nel frattempo concede in usufrutto agli altri un esercizio frizzante ed energico, memore certo più dei Kinks che dei Soft Machine, ma utile a ribadire l’elevato standard qualitativo dell’opera.

Nella seconda parte di Quicksilver Messenger Service, ampio spazio viene riservato a risonanze più prettamente ryhthm’n’blues. Archetipo più rispondente al genere è la strumentale Gold And Silver, con le chitarre di Gary e John a dividersi la scena senza negarsi intriganti parti solistiche più tendenti al lisergico. Ciò che colpisce in musiche di questo filone è la totale o quasi assenza di tastiere, il che è un segno distintivo abbastanza evidente nei confronti dei colleghi d’oltre oceano. E qualche volta le tracks avrebbero forse potuto trarne simpatico abbellimento, ma il livello della resa pare non risentirne. Una breve traccia di pianoforte colora il finale di It’s Been Too Long, scritta dal produttore Ron Polte, che s’allinea melodicamente a Gold And Silver.

Spetta all’imponente numero di chiusura, ovvero The Fool, oltre 12 minuti, ad assegnare a quest’album l’impronta acid per la quale è maggiormente, ma non del tutto a ragione, ricordato. Nella sua complessa struttura, la canzone esprime fin da principio gli schemi melodici più variegati, spesso deliziosamente dissonanti, con sfumature armoniche riflessive e davvero poetiche. La ritmica, gli stacchi, sono sempre sostenuti dal gran lavoro delle chitarre, lasciando batteria e percussioni misteriosamente in secondo piano. Echi, slides e distorsioni affollano poi la seconda parte di The Fool, vestendolo della più classica ed attraente matrice psichedelica. E qui si fa strada il cantato, che conduce il pezzo per metriche via via più intricate, ornato da cori celestiali. In totale un’espressione ostica, decisamente anti-commerciale e dal fascino discreto, quindi una vera manna per i tanti appassionati del genere.

Un esordio insomma convincente. L’età dell’oro, per questi ragazzi, sarebbe proseguita ancora per poco, tuttavia. Avrebbero condotto una carriera discontinua per tutti gli anni ’70 con continui rimescolamenti di formazione, partenze e ritorni, problemi con la giustizia ed altro ancora. La riunione della band del 2006, con i soli membri fondatori sopravvissuti, ossia Freiberg e Duncan, più nuovi innesti, non ha portato alla produzione di nuovo materiale originale, ma solo a concerti e dischi live, ma ogni continuità è definitivamente persa.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:50

AB III // Alter Bridge

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Se c’è un gruppo che meglio incarna l’incontro fra l’hard rock di classe e l’heavy metal da headbangin’, di sicuro sono gli Alter Bridge del fenomenale cantante Myles Kennedy.

Arrivati appunto al terzo album (da qui il nome) i "Creed con un altro cantante" decidono che è il momento di replicare Blackbird, album che per chi vi scrive è uno dei milgiori dischi rock del decennio. E ci riescono alla grande!

In tutto il disco echi metal, grunge e indie si rincorrono intermezzati da blues-country e hard rock americano di gran classe e da ballad rock d’autore.
Si inizia con un trittico dal lasciare senza fiato Slip To The Void, Isolation e la gemma del disco Ghost Of Days Gone By tre brani estremamente diversi ma allo stesso tempo accomunati da una freschezza di idee e un’energia davvero rari di questi tempi musicali così banali.
Soprattutto la terza è un piccolo capolavoro di rock americano: la voce di Kennedy è qualcosa di unico, potente, pulita e rock; uno dei migliori cantanti in attività assieme a Cornell.
Ma quando pensate di aver sentito il meglio arriva All Hope Is Gone e sembra di stare in un disco dei Metallica anni ’90 grazie all'alternanza magistralmente condotta fra malinconia e metallo martellante. Il titolo è il manifesto dei testi di tutto l’album, una specie di viaggio attraverso i pensieri di una persona che ha capito che tutto quello in cui credeva non è il dogma di verità che credeva, e potrebbe non esistere.

E poi? E poi ci si trova in difficoltà. Non si può non citare I Know It Hurts, Still Remains, Wonderful Life, ma finirei per citarle tutte perchè fra semi-ballad e cavalcate metal rock non ci si annoia, non c’è un calo di idee, non c’è una canzone che passi inosservata o possa essere tacciata di banalità e noia.

Mi sento di consigliare senza riserve questo disco a tutti gli amanti del rock dall’heavy metal all’hard rock al rock americano. Più semplicemente, agli amanti della musica di qualità.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:48

The Stone Roses // Stone Roses

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Il disco di esordio degli Stone Roses, omonimo del 1989, è la sintesi di quanto non dovrebbe fare una band che s'affaccia alla ribalta mondiale: mortificare il proprio, innegabile, talento per scimmiottare modelli musicali risaputi senza spingersi più in là, alla ricerca dello spunto originale, del suono personale.
Il rinunciare almeno al tentativo di crearsi, insomma, una propria personalità artistica è il peccato originale del gruppo. L'inizio spetta alla poco interessante I Wanna Be Adored, monocorde ed insipida, che cede fortunatamente il passo a She Bangs The Drums, esercizio certamente "easy", ma quantomeno movimentato e piacevole, con un refrain ben congegnato. Le coralità sixties di Waterfall portano altra linfa alla raccolta, con una seconda parte diversificata e di buon effetto.

La gracchiante elettrica di John Squire domina facilmente i solchi di quest’opera prima ed introduce anche l'eterea Don't Stop, che afferma elementi di delicata psichedelia, col torto però di mantenere ritmiche ed armonie simili al brano precedente, frustrando le potenzialità di un ritornello ben architettato ed accattivante. (Anche perché, del brano precedente, non ne è altro che la versione originale, suonata al contrario… a che serve?!?)

La proposta più efficace di quest'album è l'ingegnosa Bye Bye Badman, che è un concentrato di pop-rock old- fashioned, con begli stacchetti in minore a dare visibilità al refrain.

Ma un conto è il ripescare tra le proprie emozioni e mettere insieme qualcosa che porti una propria impronta, altro è lo scopiazzare.
Perchè riprendere pari pari Scarborough Fair, qui insensatamente ribattezzata Elizabeth My Dear? Mistero.
La track successiva, Song For My Sugar Spun Sister, sciorina addirittura un giro base (per interderci do,la-,re-7,sol7),inserito a fagiolo in una ballatina pop senza la minima pretesa.

Made Of Stone ribadisce lo standard della band: brani con più di un tributo alle atmosfere fine'60, tra flower- power, psiche ed easy listening; qui almeno Squire pennella un assolo graffiante, ma il cantato e la sequenza degli accordi sono fin troppo prevedibili.
Lo stesso vale per Shoot You Down, della quale la più interessante peculiarità è il biascicare solista di Brown prima della ripresa del tema. This Is The One non sposta di un centimentro la lancetta del gradimento, che gravita stabilmente in acque basse: non basta un inciso orecchiabile e ribadito ad libitum ad arricchire un'opera povera di spunti originali.
E quando arriva il momento della closing I Am The Resurrection, al minuto quattro i ragazzi si sfogano finalmente in una jam session ispirata e di valore tecnico apprezzabile, ma è troppo poco e troppo tardi. Dove abbiamo già sentito questi suoni, questi toni, questi stili? Beatles? Who? Primi Pink Floyd? Fate voi.

Osando un pizzico d’originalità in più, il disco d’esordio degli Stone Roses sarebbe certo valso la pena d’un acquisto, pur non dovendosi gridare al miracolo. Le potenzialità della band s’intravvedevano, ma restavano sepolte sotto fior di stereotipi, prototipi, schemi, sequenze, già note da tempo immemore. Anche i messaggi che i nostri ci lasciano non rappresentano esattamente il trionfo dell’inventiva letteraria, e a dirla tutta l’aria di sacralità, di altezzosità che spira tra le righe di brani come I Wanna Be Adored o I Am The Resurrection diffonde un certo senso d’irritazione.

Dopo un seguito più blues-rock, Second Coming nel 1994, il gruppo è finito. Vista l’opera prima, non è stato comunque difficile farsene una ragione.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:45

Slash // Slash

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Ebbene sì, stiamo parlando dello stesso Slash, al secolo Saul Hudson, ex-chitarrista dei Guns n’Roses, ex-fondatore e leader degli Slash's Snakepit e ancora ex-chitarrista dei Velvet Revolver.

Lo stesso Slash che da anni, su per giù una quindicina, graffia con la sua Les Paul le membrane degli altoparlanti di mezzo mondo, con quel suo inconfondibile mix di rock e blues fatto di riff aggressivi e assoli ora folgoranti ora struggenti, il suo sound pieno, l’inseparabile cilindro e la classica posa plastica a gambe divaricate. Dove stanno dunque l’eclettismo, la creatività, in parole povere le novità?

La risposta sta in Slash, inteso come titolo del primo vero album solista pubblicato dall’omonimo chitarrista alla fine dello scorso marzo. Quattordici pezzi interessantissimi che vedono la collaborazione di un bassista e un batterista fissi oltre a ben sedici diversi artisti (17 con Koshi Inaba, presente nella bonus track per il solo mercato nipponico) che si alternano al fianco di Slash. Benché i brani in sé, salvo qualche piacevole eccezione, non brillino per originalità, la lista degli ospiti è talmente variegata che non si può non morire dalla curiosità di passare con nonchalance dall’ascoltare Ozzy Osbourne seguito da Fergie dei Black Eyed Peas oppure Adam Levine dei Maroon 5 seguito da Lemmy Kilmister dei Motorhead ma soprattutto di sentire come la chitarra e il sound di Slash si sposino con stili e personalità musicali distanti anni luce tra loro.

Mentre nell’opening track Ghost, nata dalla collaborazione con Ian Astbury (cantante dei Cult) e il vecchio socio Izzy Stradlin questa convivenza è abbastanza scontata, i due pezzi seguenti ci regalano già le prime sorprese: se in Crucify The Dead, scritta e cantata da Ozzy, a stupire sono le sonorità cupe e un assolo che è più un lamento, in Beautiful Dangerous ci sorprende proprio la scelta del partner, la graziosa (per essere dei gentleman!) cantante dei Black Eyed Peas. Risultato? Un pezzo in classico guns-style, dalla struttura semplice e immediata, che mette però in risalto una voce, una grinta e un’attitudine rock di Fergie finora sconosciute; si ha l’impressione che se Axl fosse stato donna avrebbe cantato così!

Altra collaborazione molto ben riuscita è quella con Myles Kennedy, il fenomenale cantante degli Alter Bridge. Tanto ben riuscita che Myles si è guadagnato il posto come frontman per tutte le date del tour mondiale al fianco di Slash ed è riuscito a piazzare due canzoni nel disco, Back From Cali e Starlight. La prima, ruvida e cadenzata, e la seconda disperata e trascinante, sono tra i brani più belli dell’intero cd, ben curati e scritti per far sì che la chitarra e la voce si potessero intrecciare in un’unica, potente melodia.

Di pari intensità e impatto è By The Sword, pezzo uscito come singolo per anticipare il lancio del disco e interpretato dalla voce flessibile di Andrew Stockdale degli australiani Wolfmother. Il percorso musicale intrapreso da Slash prosegue col rock che strizza l’occhio al pop della riflessiva Promise con Chris Cornell e di Gotten con Adam Levine, con gli arpeggi delicati di Saint Is A Sinner Too del semi sconosciuto Rocco DeLuca, con la classica ballad I Hold On interpretata dalla voce calda di Kid Rock, passando poi per le più consone schitarrate di Doctor Alibi e We’re All Gonna Die scritte e cantate rispettivamente insieme a due mostri sacri come Lemmy e Iggy Pop.
Completano il campionario due pezzi molto tirati: la strumentale Watch This, col fidato Duff McKagan al basso e un ispiratissimo Dave Grohl alla batteria, e le sonorità decisamente new metal di Nothing To Say del giovane cantante degli Avenged Sevenfold Matthew Shadows.

Insomma, questo Slash è un disco molto ricco, completo e dal sicuro successo commerciale visto la caratura degli ospiti scesi in campo. Come già accennato, l’originalità non è il massimo, in compenso il livello tecnico dei musicisti non si discute e l’alternanza di generi e stili contribuirà a tenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Giunto al traguardo dei quarantacinque anni il riccioluto chitarrista dà una buona prova di maturità e di eclettismo anche se alla fine, come al solito quando si parla di Slash, chi non lo ha mai stimato, per “colpa” della sua militanza nei Guns, resterà indifferente mentre chi lo ha amato in passato non più potrà fare a meno di questo album!

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