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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Mercoledì Maggio 22, 2019
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L'album di debutto dei Pink Floyd è il concentrato unico ed irripetibile del genio di Syd Barrett e del suo messaggio artistico: riff secchi e veloci al servizio di psichedelia e progressive, testi che spaziano dal fantastico al grottesco, evocazioni fiabesche e il gran lavoro di Rick Wright a tastiere, organo e pianoforte a metterne in pratica l'originalissimo contenuto melodico. Nella storia del rock, in non molti altri casi come questo il buongiorno s'è visto dal mattino. "Astronomy domine", cronaca d'un viaggio spaziale scandito dal basso pulsante di Waters e dai richiami della chitarra barrettiana che lastrica il pezzo di scale ad effetto, è una delle massime vette della produzione floydiana. In perfetto stile del suo autore, la sequenza d'accordi in maggiore. Segue "Lucifer Sam", ovvero il garage secondo Barrett, che sarà pure dedicata al gatto o all'amante dell'epoca, di fatto svela un'inattesa connessione tra il Cappellaio Matto e Pete Townshend piuttosto che Ray Davies. Il problema è che il pezzo è incastonato tra due capolavori, visto che assolutamente tale va definito "Matilda Mother". Una favola per bimbi cui Wright fornisce voce ed organo liturgico, mentre il middle eight e il finale registra l'irruzione di Barrett, beatamente a suo agio in uno dei temi che ama di più, i ricordi dell'infanzia e dell'innocenza perduta.

 

L'unico singolo tratto da questo lavoro è la sognante "Flaming", una divertente filastrocca guidata dall'organo, con Mason che accompagna a ritmo di rumba. Sfocia nel primo pezzo interamente strumentale, "Toc h Pow r", dove l'atmosfera si fa fumosa, da saloon: una lunga introduzione di piano blues rimarcata dalle percussioni, cui seguono sprazzi di chitarre eteree ad accordi aperti, voci in libertà (di Waters e Barrett), effetti stereo, rumori, il tutto cesellato in parti ordinate e conseguenti, quando psichedelia non fa rima con anarchia. Puro genio è il finale del lato A, la magistrale "Bike", il più armonico e cantabile tra gli otto pezzi scritti dal chitarrista, che al termine conduce gli ignari ascoltatori nella "Room of musical tunes", una combustione di pendoli, campane, gong e quant'altro della durata d'oltre un minuto, che svanisce sulle risate degli esecutori.

 

La summa di questa prima proposta musicale dei Floyd si manifesta in "Interstellar overdrive", secondo pezzo strumentale e, come il primo, accreditato ai quattro componenti il gruppo. Si parte anche in questo caso da un riff chitarristico, elementare e quasi hard rock, che poi cede il passo alle improvvisazioni-space che occuperanno la maggior parte della canzone. Le pennate di Barrett sono rigorosamente in maggiore; Syd riprende poi brevemente il tema nel finale, prima che il brano sfoci nella favoletta per bambini ("The gnome"), che non manca d'una certa, inquietante suspance nell' intermezzo. La scala discendente, segno distintivo delle composizioni barrettiane, conduce stavolta l'ascoltatore nel regno d'uno gnomo discoletto, che guardava il cielo e il fiume, aspettando la propria occasione.

 

"Chapter 24" è l'ultimo vero masterpiece del disco. Il testo, per ammissione dello stesso autore, si basa sul contenuto di detto capitolo dell'I-Ching. Cambi di stagione, luci, movimenti che ricominciano, fortuna, successo, azione...è come se Barrett, accompagnato da vivacissime percussioni e dal farfisa di Rick, volesse annunciare il fiorire dell'iperbole floydiana, di cui lui, per colmo d'ironia, non avrebbe più fatto parte. Il clima si fa leggermente più pesante nella successiva "Scarecrow"; nella sagoma del povero spaventapasseri "più triste di me" e "rassegnato al suo destino", qualcuno ha visto il riflettersi dell'enigmatica figura dello stesso Syd. La melodia è assai raffinata, qui la chitarra duetta con il cello in un'elegante sezione folk a metà brano. "The piper at the gates of dawn" chiude con il debutto compositivo di colui che per anni sarà poi il principale autore della band: "Take up thy stetoschope and walk" è un violento esercizio psycho-punk di Roger Waters, con chitarre e tastiere graffianti come mai nel resto dell'album, riferimenti ai Vangeli (un tema che riprenderà in "Animals"), e uno strumentale di pura cacofonia verso il finale. La brevissima stagione di Syd Barrett come leader artistico e carismatico dei Pink Floyd è catturata magistralmente in questa quarantina di minuti. L'estraniamento, la follia, il ritiro dalle scene dopo due opere soliste a nemmeno venticinque anni, consegneranno ben presto al mito uno dei pochi, veri talenti della flower power generation. Questo non vuol dire sminuire il lavoro successivo della band; semplicemente, diventeranno fin da quasi subito un'altra cosa, gli anni settanta lo renderanno palese.

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Scintilla bagnata

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jeff buckley - storie di musica di Cesare G. RomanaQuando il fiume lo restituì, Jeff Buckley era un gonfio pupazzo di carne fracida, due ombre per occhi, il viso da serafino devastato dai pesci e dalla corrente. Otto giorni prima, quando il gorgo l'aveva inghiottito, era ancora il più bello tra i travagliati angeli del rock: diafano, lo sguardo sfuggente dei timidi, il sorriso malcerto di chi si porta appresso quella melanconia atavica che fa sentire le donne un po' amanti e un po' mamme. Apparteneva, insomma, alla razza apollinea dei Jim Morrison, dei Jackson Browne, dei Syd Barrett, dei Brian Jones. E di Tim Buckley, suo padre.

Era un crepuscolo di maggio, quando morì. L'aria di Memphis s'imporporava come in un distico di lui, Jeff: «C'è un orizzonte rosso/ fiammeggia urlando i nostri nomi». Buckley aveva lavorato per ore al nuovo disco, ora ascoltava i Led Zeppelin sulla riva del Wolf River, poco lontano cantava il Mississippi. Poi lo videro alzarsi, gettarsi vestito nell'acqua, sparirvi. Si mormorò di suicidio e si vociferò di incidente. Si evocò il fantasma del padre, morto diciotto anni prima di droga, detestato, adorato, eluso, bramato da questo figlio così simile a lui. «Ora, dovunque siano, sono davvero uniti», si consolò alle esequie Ann Marie, sorellastra di Jeff.
Il breve patrimonio della sua vita lo spese a inseguire un fantasma, suo padre. Per decidere se odiarlo o amarlo, esserne il calco o l'antitesi. Concluse il suo inutile viaggio in un gorgo del Mississippi, era il crepuscolo, l'acqua di maggio era tiepida e la morte dovette sembrargli mansueta. Ora, fu detto, lui e l'altro avrebbero potuto incontrarsi.

Questa è la storia di Jeff Buckley, musicista rock annegato a trent'anni. Storia strana ed estrema quella dei Buckley, Jeff annegato a trent'anni, Tim  ucciso dalla droga a ventotto. Mediamente noto, da vivo, il primo, e idolatrato in morte, amatissimo in vita il secondo, e quasi dimenticato poi. Al figlio, Tim aveva trasmesso di tutto: il viso d'angelo, il talento, la voce eterea ed estesa, la voglia e il rovello di vivere. Ma solo per via genetica: Buckley senior se ne andò da Los Angeles che la moglie Mary, diciotto anni, era ancora incinta di Jeff. Approdò a New York lasciando ad entrambi soltanto una canzone sbruffona e dolente d'addio: «Non so nuotare nelle tue acque - diceva alla donna - né tu camminare sulle mie terre». Poi una strofa su quel nascituro «fasciato di amare storie e mal di cuore/ mendico d'un sorriso». Versi feroci e facilmente profetici, ché a Tim bastava guardarsi allo specchio, per sapere come suo figlio sarebbe stato, e di quali patemi sarebbe vissuto.

E' il giugno '66, siamo ad Anaheim, Los Angeles.
Jeff nasce quattro mesi dopo, è il giugno '66. Cresce con Mary, i suoi amanti, una zia e una nonna, senza padre e tuttavia impregnato di lui. Carico di rancore per il suo abbandono, eppure mendico di quel sorriso, in una bipartizione dell'io che è l'anticipo della schizofrenia. Padre e figlio s'incontrano una sola volta, il ragazzo ha otto anni e il padre venti di più, ma una settimana di convivenza non sana il reciproco disagio né rafforza il reciproco radicamento: semmai dovette accrescere, in entrambi, il timore d'un possibile affetto, che nessuno dei due cercava ed entrambi inconsciamente volevano. E che li avrebbe come mutilati, Tim nella sua irresponsabilità vagabonda, Jeff nel suo bisogno d'identità: non il figlio di Tim Buckley, la star, ma semplicemente Jeff Scott Buckley, musicista.

Con quel vuoto dentro Jeff viene su, come vuole la convenzione biografica, "normalmente felice". Ma non troppo: una qualche saggezza già adulta, i capelli, alla nascita, quasi canuti, una connaturata mestizia inducono i familiari a chiamarlo el viejito, il vecchietto. La nonna materna ama citare, guardando il nipotino, Thomas Hardy e il suo Piccolo Padre Tempo: «Era la vecchiaia mascherata da giovinezza, così maldestramente che la sua vera identità trapelava dalle crepe». Ed è come se il piccolo cherubino crescesse con due anime: l'una colma di grazia, l'altra oscura, ribelle, da perseguitato. Mary gli suona le canzoni di Tim, lui dirà a tutti, per anni, di non averne mai sentita una: e intanto gli monta una gran voglia di conoscerlo, l'uomo che lo ha rifiutato. Per adorarlo, chissà, o per ferirlo a morte, per scegliere se esserne il doppio o l'antitesi.

La nonna gli regala una vecchia chitarra, lui si diverte a far rotolare tra le corde biglie di vetro, per cavarne liquescenze e sospiri. E' la radice delle canzoni future.
Quando Mary sposa Ron Moorhead, un meccanico appassionato di rock, Jeff assorbe quella passione ma non riesce a surrogare col patrigno il suo padre fantasma. La metà più ombrosa del suo carattere scatena il sarcasmo degli amici: «Sciocco moccioso», «Tonto caccoloso», «Scotty vasino» sono i soprannomi che gli infliggono, e peggio di tutti «Buckley-Fuckley». Anche per questo, all'asilo, lo iscrivono come Scott Moorhead. Ma alla morte di Tim si riprenderà il cognome paterno: «Non so perché lo faccio. O forse sì", spiegherà, senza spiegare.

Quell'assenza paterna, dunque, scandisce l'adolescenza di Jeff. E con essa la musica: quella che Mary suona al pianoforte o al violoncello (Chopin, Mendelssohn) e poi Bacharah, Edith Piaf, Led Zeppelin, Joni Mitchell. E Jim Morrison, grande amico di Tim. Poi la poesia:in una canzone a lui dedicata, i Cocteau Twins chiameranno Jeff «cuore di Rilke», ma un bisogno di filiazione lo spinge, piuttosto, verso i grandi visionari, quale era stato suo padre: Neruda, Lorca, Ginsberg una cui strofa - «Hipsters con la faccia d'angelo/ ardenti per l'antico contatto celeste/ fluttuanti sulle vette della città contemplando jazz» - sembra il suo ritratto.

Nel '75 Mary scopre che l'ex marito terrà un concerto a Hunkington Beach, un sobborgo di Los Angeles. Ormai Tim è un Icaro bruciato dai sogni e dalle droghe, il suo successo ha scalato il cielo ed è franato giù, nell'anticamera del dimenticatoio. Ma che importa: Mary conduce il figlio al concerto - «era tutto eccitato, gli fiammeggiavano gli occhi, non riusciva a stare seduto». Poi gli presenta il padre. Risultato: un abbraccio di dieci minuti e l'invito a trascorrere insieme le feste di Pasqua. Che, come si è detto, non spianano la strada ad un vero legame: i due sono troppo uguali per scoprirsi complementari, e perché sull'emulazione prevalga l'amore. Un mese dopo un'overdose si porta via Tim, e Jeff non va ai funerali: non l'hanno invitato.

Diventato adulto il giovane Buckley sbarca il lunario da centralinista e da commesso, fa il barista negli stessi locali in cui, smesso il grembiule e imbracciata la chitarra, intrattiene i tiratardi. Finché nel '90, a ventiquattro anni, fa la stessa scelta di Tim: lascia la California, "paese di selvaggi e di gente repressa", e se ne va a New York. Canta negli stessi locali dove aveva cantato suo padre, non dice a nessuno di esserne il figlio ma i meno immemori risconoscono in quell'atteggiarsi da bimbo smarrito la fragilità di Tim, il suo sguardo, la voce estesa ed eterea, intrisa di spleen e di sogni. E quando lo invitano a partecipare a un Tim Buckley Memorial, nella St. Ann's Church di Brooklyn, Jeff s'arrende, ma a patto che nessuno annunci il suo nome. Poi sale sull'altare e canta I never asked to be your mountain, la canzone con cui il padre, venticinque anni prima, si era congedato da Mary. E conclude attaccando Once I was a soldier: «Qualche volta mi domando - urla - se anche solo per un attimo/ ti ricorderai di me».

Ora Jeff Buckley è un musicista noto. Suona alla radio accompagnando, all'harmonium, le declamazioni di Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, tiene applauditi concerti al Sin-é, firma il contratto che gli consente di registrare Live at Sin-é, il suo disco d'esordio. Gira l'Europa e l'America. Le sue sono, formalmente, canzoni d'amore, ma il tema dell'abbandono vi domina e rimanda ad un'altra perdita, mai accettata. «Se solo tornassi da me», sospira in Mojo Pin. «Soffocano il mio nome, così facile da imparare», soggiunge in Lorca. «Non essere come colui che mi ha fatto invecchiare/ come chi ha lasciato dietro di sé solo un nome», chiede in Dream brother. Un giorno, a Parigi, durante un suo concerto, due hippy intonano un brano di Tim. Lui li guarda poi mima, sarcastico, una morte per overdose. A un giornale dichiara: «Che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me, ha aperto delle porte ma io non le ho mai attraversate». Quando, però, gli mostrano una fanzine dedicata a Tim, Jeff la sfoglia, le mani gli tremano, gli occhi s'inumidiscono, vede una foto del padre e sussurra: «Qui doveva avere bevuto". Poi accarezza l'immagine, con una tenerezza che nessuno gli aveva mai visto.

Finalmente ha instaurato, col ricordo paterno, un rapporto positivo, esultano i familiari. E una sera del maggio '97, a Memphis, il giovane ascolta dischi in riva al Wolf River. Il Mississippi scorre poco lontano, il sole tramonta e ricorda una canzone di Jeff, «c'è un orizzonte rosso, fiammeggia urlando i nostri nomi». Gli amici vedono Buckley tuffarsi, vestito, e nuotare fino al gorgo che lo inghiotte. E' l'estrema illusione, il ritorno agognato tra le braccia paterne. E la celebrità ormai inutile, l'alluvione di inediti, gli omaggi postumi, Joni Mitchell che parla di «scintilla che sfreccia nel cielo della notte, verso uno strano posto», Bono che piange «quella pura goccia di suono, in un oceano di rumore».

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