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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Settembre 24, 2020
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Assai particolare il posto che Orizzonti perduti occupa nella discografia del cantautore siciliano. Erano anni che Franco Battiato non s’esponeva al pubblico con un concept album, dai tempi, direi del progressive-sperimentale della metà dei settanta. E' un disco monotematico, incentrato sui ricordi, sui flash-back, con una vasta gamma di situazioni, fisionomie, consuetudini desuete e rivisitate, più che con nostalgia, con autentico rimpianto. Per contro, appaiono qua e là fotografie impietose di ansie moderne, piccoli grandi sacrifici senza amore, aspre negatività del presente. Un’opera di contrasti, dunque, tra un passato tanto anelato quanto impossibile ed un oggi ruvido e inevitabile, che sceglie uno stile ben preciso, ossia la rinuncia totale a strumentazioni acustiche, a favore di un’ elettronica dilagante, priva di pulsazioni umane, freddamente impeccabile e soprattutto, “tipicamente” odierna.

 

Non c’è nessun elemento, nel caso di Orizzonti perduti, per parlare di rock, o pop, o qualsivoglia altro genere: l’arrangiamento elettronico uniforma l’ intera proposta, senza per questo svilirne il valore. Anche le artiche tastiere de La stagione dell’amore, per citare il pezzo più celebre, rendono in modo eccellente il rammarico per un treno che non ripasserà, un’afflizione apparentemente senza speranza, che lascia un piccolo spiraglio (“Ancora un'altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore, nuove possibilità per conoscersi“), salvo concludere che “gli orizzonti perduti non ritornano mai”, mentre la melodia evapora come in un sogno lontano, anacronistico. Un Franco triste? Forse, ma anche un Franco isterico, nelle nevrosi in serie citate in Un’altra vita, causate dall’esistenza attuale, che si riflettono poi sulla sfera intima: “anche con te m‘arrabbio senza una vera ragione“. Qui il ritmo è, non a caso, battente e sfiatato, e il finale vuoto, iniquo come le giornate frenetiche e insensate d’oggi. Speranza? Poca. Forse in certe battute di Gente in progresso, in cui il motivo s’ingentilisce proprio in corrispondenza di lampi di positività (“E avremo nuovi amici, vicini a nuovi amori”). Ma in genere, il presente a Francuzzo nostro va indigesto assai. La musica è stanca riproduce fedelmente quanto esprime nel titolo, con strofa e ritornello ingrigiti da armonie grevi, ripetitivamente ipnotiche, a un passo dalla dissonanza, e con bridge di smancerosi coretti in falsetto. Leggete questa frase e tenete presente che è stata incisa nel 1983, che diremmo ora? “Brutta produzione altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più, e quante cantanti di bella presenza che starebbero meglio a fare compagnia…” E’ la traccia in cui, più d’ogni altro nell’album, il malessere s’esprime attraverso i suoni, che lasciano il termometro dell’emozione e del piacere ancorato allo zero, esattamente ciò che il cantautore intendeva esprimere. Come combatte l’uomo Battiato l’idiosincrasia per la civiltà d’oggi? Con l’isolamento. La solitudine di Tramonto occidentale dà bene l’idea della sua ricetta per salvarsi dal calderone di negatività: “..non scrivo mai a nessuno, non ho voglia né di leggere o studiare, solo passeggiare sempre avanti e indietro..”, mentre osserva divertito i fenomeni di massa (fanatismo pallonaro, in questo caso) da cui si guarda bene di farsi coinvolgere. Snobismo? Può darsi; sicuramente mancata accettazione, rifiuto di uniformarsi a tutti i costi, espressi tramite un’armonia che prende il largo proprio mentre il protagonista sottolinea la predilizione per i piccoli piaceri, spesso dimenticati o sottovalutati, in questo caso quello di una sigaretta “per il gusto del tabacco”. Riscoprire le piccole cose, e la gustosità delle stesse, dunque.

 

Ma il leit motiv di Orizzonti perduti resta la celebrazione del passato, dove c’è pura, semplice nostalgia (“tornerò...non scorderò...” da Campane tibetane o anche Zone depresse, che cita nientemeno che l’idrolitina!), e qui le musiche sono lievi, trasognate, sospinte da un desiderio irrefrenabile del tempo che fu. La chiave di lettura del disco è però nel brano d’apertura, ossia Mal d’africa, in cui Battiato si rivede quando, ragazzino in canottiera sulle sedie per strada, condivideva un momento di convivialità oggi impensabile, tra odori di brillantina e pomeriggi di siesta…i titoli delle canzoni citate nel ritornello sono inevitabilmente retrò (Stand by me su tutte) ed il sound intenso e struggente, seppur nel suo grigio “elettronismo”.

 

Ed è proprio questo il punto: l'elettronica totalitaria, assoluta, rappresenta l’impersonalità, la piattezza del presente, che predomina sul sentimento e sul calore d'una volta. Questo disco è il documento d’un disagio e Battiato rinuncia volutamente alla vitalità degli strumenti classici, laddove il “classico” è qualcosa che può solo essere rimpianto. Disco amaramente evocativo, coraggiosamente integralista, ancorchè premiato più dalla critica che dal pubblico.

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La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l'estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E' quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall'ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d'oro.

 

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d'apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall'inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock'n'roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l'urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c'è Una, dove il protagonista s'interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l' abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d'oltreoceano.

 

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

 

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

 

La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un'arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In ""Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania"", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

 

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell'ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch'io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

 

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s'inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest'ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile ""Anima Latina"".

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Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l'album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l'idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.


Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni - adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l'ascoltatore con un incipit d'impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l'aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

 

Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

 

L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

 

Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall'altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell'atto creativo, l'immediatezza di un'opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

 

Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l'indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all'ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

 

Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

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Con Abbi dubbi, undicesimo album, Bennato sforna il prodotto più significativo della propria discografia da molti anni a questa parte, almeno da E’ arrivato un bastimento (1983) in poi.

Abbi dubbi ammalia per versatilità di stili e potenza di suoni: l’ energica Sogni, opener che racconta a ritmo di rock aspirazioni e aspettative di giovani di belle speranze, ne è subito un brillante esempio (Senza tralasciare stilettate ad un ambiente che tali aspettative più di tanto non poteva forse assecondare: "L’Italsider mai/forse me ne andrò a Milano”…). Proprio il genere più amato dal poliedrico architetto partenopeo si prende tutti i primi piani del disco e lo contraddistingue appieno. La più trascinante espressione è la potentissima title-track, che strazia l’ inerzia della bollente estate in cui vede la luce con un “Hard’n’ roll” da capogiro. Strofe, ritornello, bridge, cori, assoli di chitarra metal e sax, il tutto nella più classica e rassicurante sequenza di accordi (quella di rock’ n’ roll appunto) per ribadire il ruolo che s’è costruito in una carriera (all’epoca) quasi ventennale. Metal, dicevamo? E metal sia, nella furibonda Zen, che nulla a che fare tiene con la filosofia, ma si riferisce a un quartiere di Palermo, tricorde secco, semplice e rimbombante. Violenza da quarantenne d’assalto? Non solo. Di grande effetto, per contro, anche un paio di slow anni sessanta, che Edo recupera dalle dance hall dei suoi quindici anni. Strepitosa Stasera o mai, arrangiamenti e coralità nero pece e batticuori da fine anno scolastico, con il finale lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore. Intrigante il blues sincopato di Vendo Bagnoli, che sciorina suadenti e sarcastiche considerazioni sullo stato urbano del suo quartiere natale. La vis polemica, fedele compagna delle opere del nostro, cresce e matura con lui: a metà disco il break è rappresentato dall’ oasi amorevole di Viva la mamma, twist ruffiano e perdonabile, vista la qualità del resto del disco. Bisogna pur campà, e a onor del vero le vendite dell’Edo negli anni ’80 non avevano rinverdito i fasti del decennio precedente. Ma restando nel campo dei buoni sentimenti, l’ ex ragazzo di Bagnoli se ne esce con un vero capolavoro: La luna.

Esasperatamente romantico senza mai sbordare nell’attaccaticcio, il brano guida l’ascoltatore attraverso una melodia davvero affascinante, con tanto di chitarrina classica in assolo (perché non un mandolino?) che a chiudere gli occhi ti vedi a passeggio sul lungomare di Ischia rischiarato appena dal nostro satellite preferito (che “colora i sogni di chi la guarda e s’ innamora” – meglio di così!). Ne segue il funky lento de La chitarra, ode nostalgica allo strumento su cui Bennato ha imperniato la sua intera carriera. L’album è completato da un paio di brani, per così dire minori, che ne riaffermano i temi a livello stilistico e di contenuti: Mergellina è 100% r’n’r , e stavolta si tratta di un sincero omaggio ad un’altra zona caratteristica del napoletano, paragonata qui ad altre celebri mete d’estati ricche e celebrate dal jet-set internazionale, come San Tropez, Portofino,

Acapulco, Ibiza. Il punto oscuro del disco è rappresentato da Ma quale ingenuità, dall’incedere stanco e il significato misterioso. Tirando le somme, la vitalità del disco risulta davvero confortante, al culmine di un decennio in cui pubblico e critica erano forse poco favorevolmente disposti nei confronti dell’artista. Lo spessore di Abbi dubbi ebbe il merito di introdurre al meglio la seconda parte della carriera di Bennato, che non si dipanerà sotto la luce abbagliante dello star system come la prima , ma non mancherà certo di offrire momenti dignitosi.

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Pianista, batterista, compositore, poeta, cantante. Questo il biglietto da visita di un giovane Alberto Fortis allorchè appena ventitreenne incide l’album omonimo che vedrà poi la luce nel 1979.

Alberto Fortis prende forma da una matrice prettamente cantautoriale, ove si consideri che la maggior parte dei brani ricalca lo schema classico delle canzoni da “one-man show”, sequenze di strofe intervallate dal riff di base, più eventualmente piccole variazioni sul tema (per lo più strumentali) espresse una volta o due al massimo. Ne sono esempi In soffitta, La sedia di lillà, Il duomo di notte, A voi Romani, La pazienza. Da questa base si diramano tuttavia composizioni di maggior respiro, tra cui Sono contento di voi o rock atletici come Milano e Vincenzo e Nuda e senza seno. Dettò ciò, potrei anche terminare qui la recensione, dato che tutto quello che vi serviva sapere ve l’ho detto. Senonchè un sottile ma infrangibile filo azzurro lega ognuna di queste tracce. E’ un filo certificatore di qualità assoluta, che non viene meno in nessun momento del vinile. Sia che esso decolli dall’irresistibile verve polemico/sarcastica di A voi Romani, che soltanto i più beceri ed ottusi possono interpretare come semplice attacco campanilistico; sia che esso si dipani alto sopra la povere storia di solitudine ed abbandono della Sedia di Lillà, brano d’un lirismo e di una tensione interpretativa da veterano, sia che atterri felicemente nella ending L’amicizia, inno al più inossidabile dei sentimenti che "vorremmo fosse lei l’amore".

Due sono le peculiarità fondamentali che danno tono e lustro all’opera prima del cantautore ossolese: il coraggio e la poesia. Il coraggio, potremmo dire la temerarietà, che porta il giovanotto a fare delle prime due canzoni del disco due dichiarazioni di guerra: dopo la già citata A voi Romani, la dura invettiva di Milano e Vincenzo è allo stesso tempo una lode sperticata alla sua città d’adozione ed un violento sfogo contro il discografico (romano..) che tarpava le ali all’artista, il tutto reso sotto forma di uno ska irresistibile con piano e tastiera in grande risalto. La poesia s’esprime in gradazioni differenti. Quella senza speranza della suddetta Sedia di Lillà, dove vivissima è la disperazione di chi ha subito un doppio tradimento, dalla vita e dall’uomo e non vuole più lottare (“l’ombra non voleva stare sulla sedia di Lillà”); la prolungata suite strumentale che accompagna il triste epilogo di quest’esistenza rifiutata trasporta l’ascoltatore lungo i viali dell’oblio e della pace tanto anelata e infine raggiunta dal protagonista. La poesia tetra e desolata della filastrocca di morte de In soffitta o quella dell’intricata battaglia morale del personaggio destinato a soccombere ne La pazienza, pezzi dipinti in tonalità melodiche tanto semplici (la scala discendente di basso di Patrick Djivas ne In soffitta è l’abc dello strumento) quanto struggenti.

L’astrattismo dei testi di Fortis ha una nuova, significativa espressione nell’eterea Il duomo di notte, ritratto di un giovane frustrato nelle proprie ambizioni e aspettative dalle deludenti quotidianità di una vita mediocre, ove non bastino entusiasmo a forza a sorreggere i propri sogni e ci si debba rituffare in un ambiente limitativo e canzonatorio. Il tappeto sonoro, pacato e malinconico, è la cornice ideale a farci immaginare il protagonista che si sente piccolo ed insignificante di fronte all’imponenza e la suggestione del tempio notturno. Astrattismo che diventa lucida follia, nell’irripetibile Nuda e senza seno, ove l’eroe è l’ilare psicopatico della porta accanto, il jack the ripper che potrebbe nascondersi in ognuno di noi e non rinuncia a piccole stilettate di misoginia. Se Fortis è un pazzo, è però un pazzo che non disdegna di concedersi riflessioni mature e lungimiranti, quando nella quieta Sono contento di voi valuta che “alla fine le battaglie, i premi e le viltà saranno dei ricordi”. E se possiamo facilmente concordare che non si tratta proprio di un’esternazione nuova di zecca, va altresì ribadito che non è davvero consueto reperire elucubrazioni del genere tra i testi di bizzarri musicisti poco più che ventenni.
Uno dei migliori dischi d’esordio che io abbia mai avuto la fortuna di ascoltare.

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