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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Mercoledì Maggio 22, 2019
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Ebbene sì, stiamo parlando dello stesso Slash, al secolo Saul Hudson, ex-chitarrista dei Guns n’Roses, ex-fondatore e leader degli Slash's Snakepit e ancora ex-chitarrista dei Velvet Revolver.

Lo stesso Slash che da anni, su per giù una quindicina, graffia con la sua Les Paul le membrane degli altoparlanti di mezzo mondo, con quel suo inconfondibile mix di rock e blues fatto di riff aggressivi e assoli ora folgoranti ora struggenti, il suo sound pieno, l’inseparabile cilindro e la classica posa plastica a gambe divaricate. Dove stanno dunque l’eclettismo, la creatività, in parole povere le novità?

La risposta sta in Slash, inteso come titolo del primo vero album solista pubblicato dall’omonimo chitarrista alla fine dello scorso marzo. Quattordici pezzi interessantissimi che vedono la collaborazione di un bassista e un batterista fissi oltre a ben sedici diversi artisti (17 con Koshi Inaba, presente nella bonus track per il solo mercato nipponico) che si alternano al fianco di Slash. Benché i brani in sé, salvo qualche piacevole eccezione, non brillino per originalità, la lista degli ospiti è talmente variegata che non si può non morire dalla curiosità di passare con nonchalance dall’ascoltare Ozzy Osbourne seguito da Fergie dei Black Eyed Peas oppure Adam Levine dei Maroon 5 seguito da Lemmy Kilmister dei Motorhead ma soprattutto di sentire come la chitarra e il sound di Slash si sposino con stili e personalità musicali distanti anni luce tra loro.

Mentre nell’opening track Ghost, nata dalla collaborazione con Ian Astbury (cantante dei Cult) e il vecchio socio Izzy Stradlin questa convivenza è abbastanza scontata, i due pezzi seguenti ci regalano già le prime sorprese: se in Crucify The Dead, scritta e cantata da Ozzy, a stupire sono le sonorità cupe e un assolo che è più un lamento, in Beautiful Dangerous ci sorprende proprio la scelta del partner, la graziosa (per essere dei gentleman!) cantante dei Black Eyed Peas. Risultato? Un pezzo in classico guns-style, dalla struttura semplice e immediata, che mette però in risalto una voce, una grinta e un’attitudine rock di Fergie finora sconosciute; si ha l’impressione che se Axl fosse stato donna avrebbe cantato così!

Altra collaborazione molto ben riuscita è quella con Myles Kennedy, il fenomenale cantante degli Alter Bridge. Tanto ben riuscita che Myles si è guadagnato il posto come frontman per tutte le date del tour mondiale al fianco di Slash ed è riuscito a piazzare due canzoni nel disco, Back From Cali e Starlight. La prima, ruvida e cadenzata, e la seconda disperata e trascinante, sono tra i brani più belli dell’intero cd, ben curati e scritti per far sì che la chitarra e la voce si potessero intrecciare in un’unica, potente melodia.

Di pari intensità e impatto è By The Sword, pezzo uscito come singolo per anticipare il lancio del disco e interpretato dalla voce flessibile di Andrew Stockdale degli australiani Wolfmother. Il percorso musicale intrapreso da Slash prosegue col rock che strizza l’occhio al pop della riflessiva Promise con Chris Cornell e di Gotten con Adam Levine, con gli arpeggi delicati di Saint Is A Sinner Too del semi sconosciuto Rocco DeLuca, con la classica ballad I Hold On interpretata dalla voce calda di Kid Rock, passando poi per le più consone schitarrate di Doctor Alibi e We’re All Gonna Die scritte e cantate rispettivamente insieme a due mostri sacri come Lemmy e Iggy Pop.
Completano il campionario due pezzi molto tirati: la strumentale Watch This, col fidato Duff McKagan al basso e un ispiratissimo Dave Grohl alla batteria, e le sonorità decisamente new metal di Nothing To Say del giovane cantante degli Avenged Sevenfold Matthew Shadows.

Insomma, questo Slash è un disco molto ricco, completo e dal sicuro successo commerciale visto la caratura degli ospiti scesi in campo. Come già accennato, l’originalità non è il massimo, in compenso il livello tecnico dei musicisti non si discute e l’alternanza di generi e stili contribuirà a tenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Giunto al traguardo dei quarantacinque anni il riccioluto chitarrista dà una buona prova di maturità e di eclettismo anche se alla fine, come al solito quando si parla di Slash, chi non lo ha mai stimato, per “colpa” della sua militanza nei Guns, resterà indifferente mentre chi lo ha amato in passato non più potrà fare a meno di questo album!

Pubblicato in Recensioni dischi

L’importanza di questo disco, più significativo del pur ottimo Illusion 1, risiede nel fatta che è l’unico album nell’intera discografia dei Roses a racchiudere in sé interamente tutte le qualità e gli eccessi, lo straordinario talento e la fastidiosa ridondanza e autoindulgenza della band losangelina.

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GUNS N' ROSES

www.gunsnroses.com

Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
Data: 5 settembre 2010
Evento: Tour 2010
Voto: 6

 

Ad essere cattivi, si potrebbe dire che Axl è ridotto ad un patetico e rubicondo signorotto di mezz’età circondato da una manica di giullari che giocano, senza peraltro apprezzabili risultati, a fare i Guns n’ Roses. Ad essere cattivi si potrebbe anche dire che questo simpatico signore, un po’ affaticato ed appesantito dagli anni, farebbe bene a comprarsi un ranch in Texas e piantarla di trascinarsi a su e giù per un misero palcoscenico davanti ad un pubblico che sembra rubato ad un concerto di Paola e Chiara.

Però essere cattivi in queste circostanze non è per nulla appagante; e poi ci hanno già pensato gli amici dublinesi ad infierire pesantemente sull’ex-icona rock, quindi possiamo tranquillamente evitare.

Il 5 settembre al Mediolanum Forum di Assago suonano i Guns n’ Roses. Unico superstite della formazione originale è Axl Rose, oltre al fido Dizzy Reed. Si mormora che il vocalist non sia esattamente in piena forma, che la sua voce inizi a dare segni di cedimento (come testimoniato dalla non felicissima performance irlandese), ma al botteghino si segnala comunque il sold-out: altro che patetico!

Il palazzetto è gremito, si fatica ad accedere alle tribune. All’orario segnalato sul biglietto non inizia a suonare nemmeno il gruppo spalla, tali satanici Murderdolls che si sono impegnati ad ammorbare la platea per un periodo di tempo che suppongo si sia aggirato attorno all’ora…ma percepito da tutti come infinito.

Il cambio di strumentazione, nonostante l’impegno degli attrezzisti, sfiora i sessanta minuti di lavoro ed il pubblico inizia a scocciarsi. Tuttavia, il temperamento dei fan italiani non è certo quello irlandese, quindi tutti si rassegnano a subire limitando le dimostrazioni di insofferenza a qualche smodato sbadiglio.

All’alba delle 22.30 le luci miracolosamente si spengono mentre si illuminano gli schermi e le grafiche iniziano a scorrere: ecco i nuovi G n’ R. Chinese Democracy apre il concerto, ma a scaldare gli animi ci pensa la successiva Welcome To The Jungle. Però! Sarà anche appesantito, ma la voce non gli manca di sicuro: il suo inconfondibile timbro sembra inalterato, l’estensione vocale ancora decisamente invidiabile; lo sforzo per tirarli fuori e l'aiutino del tecnico del suono un po’ più consistente rispetto ad un paio di decenni fa.

Ecco quindi It's So Easy, Mr. Brownstone e Sorry prima che la scena sia lasciata interamente a Richard Fortus, il cui guitar solo serve più che altro a concedere una tregua ad Axl. Il vocalist torna sul palco sfoggiando una mediocre Live And Let Die, la cui versione McCartiana era preferibile già ai tempi d’oro della band di Los Angeles.

This I Love e Rocket Queen precedono l’assolo di piano dell’acclamato Dizzy Reed: altra "pausa ristoro" per Mr Rose, il cui rientro in scena avviene sulle struggenti note di Street Of Dreams. Solo un altro pezzo, You Could Be Mine, e di nuovo la ribalta è affidata ad un unico strumentista: è la volta dell’assolo di chitarra di DJ Ashba. Forse la voce di Axl è agli sgoccioli? Neanche per idea, la pausa è servita a ricaricarlo per Sweet Child O' Mine: gli acuti non si fanno pregare, il leader dei Guns n’ Roses va su, fino alla fine, e non si risparmia nemmeno una nota che il pubblico si aspetta. Il meritato riposo alle corde vocali dopo l’esecuzione del celeberrimo brano dal celeberrimo riff ha il suono di Another Brick In The Wall, eseguita al pianoforte da Axl. La postazione è quella giusta per la successiva <i>November Rain</i>, il cui esplosivo finale è supportato da un gioco pirotecnico. Ecco quindi l’immancabile Knockin' On Heaven's Door pochi minuti dopo Ron Thal con un magnifico assolo sul tema di The Pink Panther, condito da wah wah, virtuosissimo tapping e gustosi passaggi su chitarra fretless.
Nightrain chiude la scaletta prima dei due bis: Madagascar e la canonica Paradise City.

Chi si aspettava di vedere i Guns n’ Roses anni 90’, sperando di non sbiadire il ricordo dei tempi che furono, oltre che essere partito col piede sbagliato non è sicuramente un individuo particolarmente realista; chi invece è partito prevenuto, ha trovato pane per i suoi denti e la via spianata per sganciare le critiche più selvagge. Tuttavia, se si accetta l’idea di un concerto “soft rock”, con buoni strumentisti (purtroppo costretti ad imitare i loro predecessori) ed un cantante quarantottenne in grado di offrire ancora performances invidiabili, il ricordo della serata può essere più positivo di quanto immaginato.

Pubblicato in Rock

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