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Lunedì, 03 Marzo 2014 18:39

All Things Must Pass // George Harrison

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All Things Must Pass // George Harrison All Things Must Pass // George Harrison

Il merito principale di "All things must pass", ufficialmente terzo disco solista di George Harrison, ma da lui stesso definito il primo vero suo lavoro, fu quello di svelare al mondo il cristallino talento artistico del suo autore, troppo a lungo mascherato dietro la facciata iridescente del carrozzone-beatles e soffocato dallo smisurato ego della coppia creativa (peraltro già scoppiata da qualche anno) di Lennon e McCartney.

 

Arrivato al nuovo decennio con un bagaglio irripetibile di sensazioni ed emozioni assortite (vivere da padroni del mondo suscitando isterie di massa), profonde catarsi (l'esperienza indiana), rancori e piccolezze del tutto "terrestri" (l'inferno domestico di Savile Row, le "gelide" sessioni di "Let it be") fino alla scioccante seppur inevitabile separazione, George riempie i solchi di questo lavoro con melodie che puntellano la straordinaria esperienza vissuta senza mai sconfinare nella rabbia, il che non era per nulla scontato o, peggio, nella retorica.

 

Inevitabilmente, una buona parte delle canzoni aveva visto la luce, almeno a livello embrionale, proprio negli anni in cui nominalmente i quattro formavano ancora un complesso, e le proposte di Harrison venivano quasi sistematicamente cassate dai due boss. E ad un ascoltatore appena imparziale salta subito all'orecchio l'assurdità di scelte di questo genere. Impossibile pensare che un brano sublime come "All things must pass" non raggiungesse il livello del materiale registrato all'epoca del concerto sul tetto. O forse a dar fastidio furono certe parti del testo ("It's not always going to be this grey") che mettevano spietatamente e fastidiosamente la band di fronte alla propria presente nullità ed alla più desolante mancanza di prospettive.

 

La mafia dei Beatles rifiutava, in quel nefasto 1969, altri episodi eccellenti. "Let it down", ad esempio, con la palesata conflittualità tra il richiamo della carne e quello dello spirito, oppure le quiete, cosmiche considerazioni di "Isn't it a pity", assai toccante, con la semplicissima parte di piano a dominare il tutto, qui proposta in due versioni. Le parole potrebbero essere parimenti dedicate ai compagni piuttosto che al resto dell'universo: "Isn't it a pity, isn't it a shame / How we take each other's love without thinking anymore / Forgetting to give back, now isn't it a pity". Bocciato anche l'inno solenne di "Hear me lord", il tributo gospel che con "My sweet lord" costituisce la parte più sacrale dell'album e di fatto lo chiude, visto che le famose parti 5 e 6 del vinile altro non sono che una scatenata jam session registrata in piena souplesse.

 

I messaggi che traspaiono da "All things must pass" non riguardano necessariamente, per fortuna, il quartetto ormai alla fine. L'hard rock di "Art of dying", sulla quale George lavorava sin dal 1966, e le questioni annose ed irrisolvibili che sprigiona su reincarnazione, vita e morte sono quanto di più lontano si possa esprimere dalla cosiddetta cultura superficiale del pop. Rappresenta una delle massime vette del disco, così pesante elettrificata e drammatizzata, con parti-monster di Preston e Clapton, e persino un diciottenne Phil Collins alle percussioni.

 

Il resto del materiale è stato concepito in studio a partire dal maggio 1970. E anche in questo caso, la peculiarità più evidente è l’elevato standard qualitativo. La collaborazione con Dylan, “I’d have you anytime”, apre l’opera con atmosfere soft ed appaganti, tanto più sorprendenti se si considera che i rapporti del cucciolo con i propri riferimenti affettivi, dai Beatles a Patty Boyd, stavano attraversando crisi irreversibili. Di Zimmermann, Harrison propone una versione di “If not for you” davvero struggente, con armonica ed organino natalizio a toccare i cuori dei più sensibili e un middle eight di spettrale bellezza. Delicata anche “From behind that locked door”, che allo stesso Bob è dedicata, uno dei rari, forse l'unico dell'intero suo territorio, sconfinamenti nel country & western, impreziosita dal pedal-steel guitar hero Peter Drake. La parte morbida di "All things must pass" culmina nella eterea "Let it roll", la ballata più quieta e onirica della raccolta, e l'omaggio a sir Frankie Crisp, originario possessore della tenuta harrisoniana di Friar Park, è solo un pretesto per sfogare la mai sopita tendenza del chitarrista alla meditazione e al sogno. "Beware of darkness", infine, riprende i concetti già espressi in "Within you without you", opportunamente senza sitar, bensì con un leggiadro duetto di chitarra e piano a modellare sequenze di accordi complesse ed originali.

 

Altrettanto eccellenti sono le tracks più energiche. "What is life", un rock grintoso ed il secondo grande successo tratto dall'album, gioca su un riff particolarmente efficace e memorizzabile, al pari dell'altrettanto mossa "Wah wah", con la differenza che la prima è un messaggio d'amore dai destinatari intercambiabili (mistici o terreni che siano), mentre la seconda è l'amara, per quanto movimentata, certificazione della fine dei suoi rapporti con gli ormai ex-compagni, con una certa dose di mortificato vittimismo: " You don't see me crying / you don't hear me sighing...". D'ispirazione inconfondibile è l'esuberanza di "Apple scruffs", con l'uso eccezionale dell'armonica a bocca e del backing vocals: la scanzonata, amabile rappresentazione delle fans che attendevano i quattro in ogni stagione e condizioni meteo fuori dalla porta sprangata della "Apple". Il Gospel-rock di "Awaiting on you all", da parte sua, affronta temi decisamente più scottanti, quali la politicizzazione della Chiesa e la miseria di ogni pseudo-religioso che non sappia semplicemente "chant to the Lord" e "open up his heart". Slide guitar in grande spolvero invece per la opener della side four, "I dig love", che irradia dissolutezza assortita, messaggi in singolare constrasto con l'anima mistico-seriosa del disco.

 

Spazio a parte per gli ultimi due brani. La stracelebrata "My sweet lord", il più acclamato trionfo internazionale di Harrison ma anche il più diretto ed inequivocabile dialogo dello stesso ex-beatle con un Dio, ("I really want to know you - Really want to go with you / Really want to show you, Lord, that it won't take long, my Lord "), che non facesse questioni di confessione, rendendo così la preghiera fruibile da ogni tipo di credente. La melodia è la più coinvolgente che abbia mai scritto, dall'assolo accattivante al coro, ossessivo ed osannante, il che frutterà anche una chilometrica serie di covers. Del preteso plagio non è questa la sede di questionare. Resta il dubbio che, probabilmente, se il pezzo non avesse avuto l'enorme risonanza dell'epoca, la causa non sarebbe nemmeno stata intentata.

 

Eppure, a parere di chi scrive, la palma del brano migliore spetta ad una canzone piuttosto dimessa, condotta malinconicamente dalla chitarra e dalla discreta accoppiata pianoforte/tastiera, un episodio celato al termine della facciata due e che risponde al nome di “Run of the mill”. E’ il vero punto centrale dell’intero progetto, a metà tra il congedo definitivo: (“ It's you that decides / Which way will you turn /While feeling that our love's not your concern”), e la dichiarazione di una nuova partenza: “I may decide to get out with your blessing…”. Il fatto è che i distacchi non sono mai indolori, (“Only you’ll arrive at your own made end / With no one but yourself to be offended…”, ed è questa la semplice, ineluttabile constatazione che nulla potrà mai tornare come prima.

 

L’apple jam che orna i lati 5 e 6 del vinile, senza peraltro originarne un sovrapprezzo, nulla toglie o aggiunge a un’opera invariabilmente toccata dalla grazia, e per potenza emozionale eguagliata soltanto dal contemporaneo “John Lennon/Plastic Ono Band”. Ci vorrà un pò, per il Cucciolo, per raggiungere un livello di questo tipo, ci riuscirà comunque dopo la metà del decennio.

Informazioni aggiuntive

  • Autore: George Harrison
  • Etichetta: Apple Records
  • Anno di pubblicazione: 1970
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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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