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Martedì, 16 Luglio 2013 15:21

Orizzonti perduti // Franco Battiato

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Orizzonti perduti // Franco Battiato Orizzonti perduti // Franco Battiato

Assai particolare il posto che Orizzonti perduti occupa nella discografia del cantautore siciliano. Erano anni che Franco Battiato non s’esponeva al pubblico con un concept album, dai tempi, direi del progressive-sperimentale della metà dei settanta. E' un disco monotematico, incentrato sui ricordi, sui flash-back, con una vasta gamma di situazioni, fisionomie, consuetudini desuete e rivisitate, più che con nostalgia, con autentico rimpianto. Per contro, appaiono qua e là fotografie impietose di ansie moderne, piccoli grandi sacrifici senza amore, aspre negatività del presente. Un’opera di contrasti, dunque, tra un passato tanto anelato quanto impossibile ed un oggi ruvido e inevitabile, che sceglie uno stile ben preciso, ossia la rinuncia totale a strumentazioni acustiche, a favore di un’ elettronica dilagante, priva di pulsazioni umane, freddamente impeccabile e soprattutto, “tipicamente” odierna.

 

Non c’è nessun elemento, nel caso di Orizzonti perduti, per parlare di rock, o pop, o qualsivoglia altro genere: l’arrangiamento elettronico uniforma l’ intera proposta, senza per questo svilirne il valore. Anche le artiche tastiere de La stagione dell’amore, per citare il pezzo più celebre, rendono in modo eccellente il rammarico per un treno che non ripasserà, un’afflizione apparentemente senza speranza, che lascia un piccolo spiraglio (“Ancora un'altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore, nuove possibilità per conoscersi“), salvo concludere che “gli orizzonti perduti non ritornano mai”, mentre la melodia evapora come in un sogno lontano, anacronistico. Un Franco triste? Forse, ma anche un Franco isterico, nelle nevrosi in serie citate in Un’altra vita, causate dall’esistenza attuale, che si riflettono poi sulla sfera intima: “anche con te m‘arrabbio senza una vera ragione“. Qui il ritmo è, non a caso, battente e sfiatato, e il finale vuoto, iniquo come le giornate frenetiche e insensate d’oggi. Speranza? Poca. Forse in certe battute di Gente in progresso, in cui il motivo s’ingentilisce proprio in corrispondenza di lampi di positività (“E avremo nuovi amici, vicini a nuovi amori”). Ma in genere, il presente a Francuzzo nostro va indigesto assai. La musica è stanca riproduce fedelmente quanto esprime nel titolo, con strofa e ritornello ingrigiti da armonie grevi, ripetitivamente ipnotiche, a un passo dalla dissonanza, e con bridge di smancerosi coretti in falsetto. Leggete questa frase e tenete presente che è stata incisa nel 1983, che diremmo ora? “Brutta produzione altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più, e quante cantanti di bella presenza che starebbero meglio a fare compagnia…” E’ la traccia in cui, più d’ogni altro nell’album, il malessere s’esprime attraverso i suoni, che lasciano il termometro dell’emozione e del piacere ancorato allo zero, esattamente ciò che il cantautore intendeva esprimere. Come combatte l’uomo Battiato l’idiosincrasia per la civiltà d’oggi? Con l’isolamento. La solitudine di Tramonto occidentale dà bene l’idea della sua ricetta per salvarsi dal calderone di negatività: “..non scrivo mai a nessuno, non ho voglia né di leggere o studiare, solo passeggiare sempre avanti e indietro..”, mentre osserva divertito i fenomeni di massa (fanatismo pallonaro, in questo caso) da cui si guarda bene di farsi coinvolgere. Snobismo? Può darsi; sicuramente mancata accettazione, rifiuto di uniformarsi a tutti i costi, espressi tramite un’armonia che prende il largo proprio mentre il protagonista sottolinea la predilizione per i piccoli piaceri, spesso dimenticati o sottovalutati, in questo caso quello di una sigaretta “per il gusto del tabacco”. Riscoprire le piccole cose, e la gustosità delle stesse, dunque.

 

Ma il leit motiv di Orizzonti perduti resta la celebrazione del passato, dove c’è pura, semplice nostalgia (“tornerò...non scorderò...” da Campane tibetane o anche Zone depresse, che cita nientemeno che l’idrolitina!), e qui le musiche sono lievi, trasognate, sospinte da un desiderio irrefrenabile del tempo che fu. La chiave di lettura del disco è però nel brano d’apertura, ossia Mal d’africa, in cui Battiato si rivede quando, ragazzino in canottiera sulle sedie per strada, condivideva un momento di convivialità oggi impensabile, tra odori di brillantina e pomeriggi di siesta…i titoli delle canzoni citate nel ritornello sono inevitabilmente retrò (Stand by me su tutte) ed il sound intenso e struggente, seppur nel suo grigio “elettronismo”.

 

Ed è proprio questo il punto: l'elettronica totalitaria, assoluta, rappresenta l’impersonalità, la piattezza del presente, che predomina sul sentimento e sul calore d'una volta. Questo disco è il documento d’un disagio e Battiato rinuncia volutamente alla vitalità degli strumenti classici, laddove il “classico” è qualcosa che può solo essere rimpianto. Disco amaramente evocativo, coraggiosamente integralista, ancorchè premiato più dalla critica che dal pubblico.

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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it