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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Ottobre 22, 2017
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Recensioni dischi

Venerdì, 16 Gennaio 2015 10:41

Luca Carboni // Luca Carboni

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Terza prova da studio per il musicista bolognese e prima, meritata, vera affermazione presso critica e pubblico.

 

Questo “Luca Carboni”, edito a fine settembre del 1987, raccoglie la summa dei primi cinque anni di lavoro, e regala spunti assai interessanti, che illustrano quella che sarà la linea stilistica del cantautore nel corso della sua carriera. Ossia tanta melodia, di buona/ottima fattura, poche digressioni nel rock in senso stretto e testi che in massima parte attengono a tematiche social-popolari. Esempio classico ne è il singolo battistrada, l’espressione meno significativa in verità, ma dal maggior potenziale commerciale, “Silvia lo sai”, dove storie di droga e flashback di velleità giovanili si mesciono in uno struggente quadretto ad uso e consumo di teenager in adorazione. Per fortuna Carboni sa volare più alto, e lo dimostra dubito nella traccia successiva.

 

In “Caro Gesù”, il giovane Luca parla a nostro Signore come a un coetaneo incontrato in aeroporto, e il monologo sortisce elucubrazioni illuminanti (_“..le case in affitto non esistono più/ ricordi questo è un problema che hai avuto anche tu..”), _intuizioni_ _ fintamente lapalissiane _(“i soldi lo so che non danno la felicità/Immagina però come può stare chi non li ha), _oppure_ _richieste d’induzione in tentazione_ (“fammi entrare nel business…)._ “Lungomare” è lo sgomento di fronte alla ruota esistenziale che gira senza sosta, il padre che pesca in mezzo al mare, la sola compagnia delle luci della terra ferma viste da lontano cui “_arriva leco di canzoni da ballare - invidia il figlio che è là e corre forte / sulla sua moto da enduro_”. Si tratta dei due episodi migliori del disco, supportati da musica riflessiva, perfettamente adeguata alla situazione. Ma gli altri non sono da meno.

 

Il rispettoso minimalismo de “Gli autobus di notte”, ad esempio; oppure il tenero slow tempo di “Farfallina”, in cui giovane duetta col volatile aprendosi su speranze e ambizioni, solitudini e timori, riassumibili in: “_Sembri libera e felice / O a volte piangi un po’…”._ Questioni irrisolute che si dipanano sul finale guidato da una tastiera sorda e impersonale, ed agitato dalla chitarra distorta in assolo. Dove questa prova si veste d’un po’ di rock (non molto, giusto un assaggio) è nella futuristica “Vieni a vivere con me”, scritta coll’ex collega di band Nicola Lenzi, che anticipa d’un ventennio l’ideale delle coppie di fatto e mantiene nei toni la stessa utopica, giovanile energia delle altre canzoni. Certamente meglio della presuntuosa “Voglia di vivere”, la cui melodia, decisamente piacevole, fa a pugni col testo. Era troppo giovane Carboni, a 24 anni, per giocare allo Stevens di “Father to son”? Probabilmente si, ed il tono paternalistico con cui si rivolge al bimbo sulla spiaggia e gli riempie la testa di sogni, auguri e speranze suona leggermente eccessivo… Tuttavia il livello dell’opera si mantiene mediamente alto. “Continuate così” è una filastrocca allegra, vestita di simil-funky, la risposta a “Farfallina” anche stilisticamente, e a tutti i suoi dubbi vitali, per dar finalmente via libera al Sogno: _“Continuate a svolazzare / a salutare la primavera e me / sul davanzale, che odio il buio della sera /Voglio venire con voi…”_ . “Chicchi di grano”, infine, chiude con il dovuto momento d’intimità. I tre accordi che rivestono il pezzo sono quelli illusori dell’amore post-adolescenziale, giurato eterno prima che venga sotterrato da altri che pian piano diventeranno semplici avventure. Ma nel refrain il brano s’avvolge in una melodia matura e malinconica, ribadendo la bontà della proposta di Carboni. il successo arriso a “Luca Carboni” è tutto sommato meritato. Alcune di queste tracce sono già degne d’esser considerate dei classici del cantautorato, per l’intensità e le sensazioni che suscitano, penso a “Caro Gesù”, “Lungomare” o anche “Chicchi di grano”. Un’artista che non ha forse il rock nelle sue corde, fino a questo momento, ma trasmette all’ascoltatore il proprio innato, coinvolgente senso della melodia, con risultati più che apprezzabili.

Mercoledì, 19 Novembre 2014 11:10

Duke // Genesis

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Giunti alla decima prova da studio, seconda da quando sono ridotti a trio, i Genesis si focalizzano nella loro nuova dimensione, ossia l’art-rock di classe, lasciando sempre parte del vinile disponibile per una nostalgica, ma energica, digressione nel prog.

 

Mike Rutherford e Phil Collins, ormai pienamente attivi nel ruolo di songwriters, aggiungono peculiarità in pianta stabile alle matrici armoniche da sempre appannaggio di Tony Banks. Il chitarrista-bassista estrae dal cilindro una ballata strappalacrime (“Alone tonight”), il cui testo sciropposo è quantomeno controbilanciato da una melodia piacente, nonchè la piccola satira metropolitana di “Man of our times”, per la quale vale in pratica lo stesso discorso. Collins,da parte sua, s’era recentemente scoperto adatto alla creazione di piccoli grandi successi da jukebox, e a goderne in modo particolare sarà la sua carriera solistica. In “Duke” propone l’upbeat di “Misunderstanding”, dal riff tenacemente commerciale e attaccaticcio, che spianerà all’album la strada della classifica. Per “Please don’t ask”, si può applicare la medesima teoria-Rutherford; in questo caso, le parole attingono direttamente alla crisi coniugale che porterà alla fine del suo primo matrimonio, vi accennerà anche in “Behind the lines”.

 

L’ascolto di questo disco rafforza tuttavia la convinzione che non c’è emozione made in Genesis che non nasca prevalentemente da Tony Banks. Per suggellare una parità compositiva che nei fatti non aveva ragione di esistere, anche lui firma due brani in solitudine, ed è questa, inevitabilmente, la merce più pregiata. “Cul-de-sac” traccia una trama complicata ed avvolgente, con uso efficace e prolungato della dissonanza, e rimette in circolo le immagini oniriche, iridescenti che venivano irradiate a piene mani sui solchi più antichi della band. Echi della no-nuke protest si colgono qua e là tra le righe: “An army thousands strong, obsessed by right and wrong…”, con toni gravidi di profezie apocalittiche (“Even as the end approaches still they're not aware…And now that the job is almost done- Maybe some escape, no, not even one.”). L’altro lato della medaglia è l’eterea “Heathaze”, che porta in dote la musica migliore di “Duke”, e nel suo ozioso, malinconico incedere non manca di stillare riverberi di disagio esistenziale “I feel like an alien..stranger in a stranger place”. Al solo Banks va peraltro ascritto il polemico frammento di “Guide vocal”, tema arioso, dominato dalla tastiera e lastricato di astiosi anatemi. "I am the one who guided you this far…take what’s yours, be damned..”..l’anima creativa del gruppo che esprime frustrazione e disappunto per l’inevitabile svolta stilistico-commerciale…forse una ricostruzione troppo fantasiosa, ma la canzone è bella assai.

 

Il resto delle tracks nasce dalla comune collaborazione e, tra di esse, sarà la progressione armonica di "Turn it on again" a rappresentare il mainstream success dell'opera, l'unico pezzo di "Duke" la cui popolarità spingerà i tre ad una presentazione dal vivo praticamente in ogni occasione. L'ossessione del tubo catodico e la lucida follia del telespettatore, che considera suoi amici le stelle del video, vengono accompagnate da strutture ritmiche complesse e del tutto insolite (13/8!). Il livello si mantiene elevato anche nel caso della toccante opener, la succitata "Behind the lines", dove Collins, come accennato, affronta neppure tanto velatamente i propri tormenti personali. Ad alleggerire i toni concorre tuttavia l'azzeccato arrangiamento pop-rock, con veloci cambi di tempo e l'assolo sdrammatizzante. Al termine, lo snello confluire nella cupa, inesplicabile "Duchess" instilla atmosfere rivestite di drum'n'bass e percussioni, mentre si celebra l'antica storia della star caduta in disgrazia che vive di ricordi: “And she dreamed that everytime that she performed – evry'one would cry for more - and.all she had to do was step into the light..”. I fans della prima ora tuttavia, consumeranno ad libitum il vinile dal termine di “Cul-de-sac” in poi, ossia all'ascolto del medley strumentale di “Duke's travels/ Duke's ends”, che comprende una versione accelerata di “Guide vocal” e lancia frecce avvelenate di nostalgia al cuore degli irriducibili del prog, chiudendo in bellezza quella che tutto sommato è una raccolta brillante, uno dei momenti più riusciti della seconda fase artistica dei ragazzi.

Mercoledì, 19 Novembre 2014 11:09

Claudio Baglioni // La vita è adesso

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A quattro anni da “Strada facendo”, e dopo aver riproposto in tour i primi dieci anni della propria produzione artistica nel progetto “Ale-oo”, il nuovo lavoro di Baglioni inonda le
classifiche nella torrida estate del 1985.

Il ritorno si materializza in un concept album, formato artistico piuttosto inconsueto per il  cantautore romano, che attraversa umori, sensazioni e stati d’essere dell’italiano medio nell’arco d’una giornata. Si inizia con “Un nuovo giorno o un giorno nuovo”, un canto elementare ed aggregante col quale il dilemma espresso dal titolo e sviscerato nel testo si stempera nella fiducia e nella speranza. La tensione sale già col facile pop-rock de “L’amico e domani”, cronaca d’uno sradicamento e della mestizia di chi “in ogni angolo vissuto lascia una spina di nostalgia”.

E la musica s’adegua, rovesciandosi struggente per i quattro minuti scarsi del pezzo, sino alla quieta accettazione dell’ineluttabile, senza enfasi. Enfasi che straborda talvolta in certi tratti di “Uomini persi”,  lenta liturgia in minore dominata dal pianoforte, celebrazione degli ultimi del mondo con attestazioni che non rinunciano a cime d’amara poesia: "anche quei pazzi che hanno sparato alle persone hanno pensato che i morti li coprissero perché non prendessero freddo e il sonno fosse lieve"...

 

Il piano domina anche l’eccellente title track, “La vita è adesso”, caratterizzata da un riff soffice come la neve a Natale, da un abile crescendo finale e incoraggiamenti a go-go, una sorta di "Hey jude" di Montesacro; però la canzone è bella, e la paterna ruffianeria di Claudione nostro disturba poco. Meno significativa la seguente: "Tutto il calcio minuto per minuto", cronache popolari in sordina, istantanee di vita da Testaccio piuttosto che Quarto Oggiaro, cesellate in una melodia sorprendentemente piuttosto dimenticabile.

 

La sorpresa del rock veloce di "Andiamo a casa" apre il lato B con veemenza, il rapporto a due torna in primo piano, forte e ruspante, con battibecchi e vendette assortite "se il tuo cuore avesse le finestre
io potrei saltarci dentro e farti trovare tutto a pezzi al tuo rientro..."  e gli eterni propositi di riconciliazione: "Andiamo via presto in fondo al silenzio per dirci ora le cose mai dette", insomma un Baglioni classico ma che spinge almeno l'acceleratore su chitarra basso e batteria. Melodia estrema è invece "Amori in corso", che è tutto quanto promette nel titolo e ancor di più, una sorta di rielaborazione della maglietta fina tredici anni dopo. Ma l'analisi dei primi batticuori fatto con l'occhio clinico da padre rimuove opportunamente la melassa in eccesso e consegna all'ascolto un'onesta, limpida canzone d'amore. Cambia ancora il clima (andiamo verso la sera) con "Adesso la pubblicità", ritorna il Baglioni rocker per un'efficace riedizione de "Ragazza di campagna", che stavolta analizza con occhi lucidi e mente fredda lo squallore della propria esistenza "Tuo padre mani da operaio a vita che ride e gli si spacca il viso impallidito di tivù", con la batteria elettronica che morde i momenti più grigi e ti fa pentir quasi d'esser nato: "Tu fretta di vivere qualcosa - E ogni cosa è già un ricordo liso'". Non resta che la fuga, ed ecco pronto "Un treno per dove", disseminata di tocchi gentili di tastierine rythn'n'blues a spingere la locomotiva, basta che si vada verso (ovviamente) un mondo ideale "Un posto dove non ci sono vecchi soli che amavano molto la moglie"  descritto magari a colpi di licenze poetica "e tengono i nipoti in un portafoglio" di foto ciancicate"..perchè malgrado lo ska e i toni intriganti, non sempre è facile scrollarsi del tutto da dosso la dose quotidiana d'italica retorica.

 

La chiusura è meditativa, e spetta alla pacata “Notte di note note di notte”, una sorta di sigla finale che certifica che tutto nel mondo inquieto resta in sostanza com’era, senza lesinare ovvi auguri d’ogni bene e quant’altro; a progredire è tuttavia la ricerca tecnico artistica del cantautore, che anche in quest’ultimo brano non rinuncia a tessiture musicali articolate e talvolta ardite, una ricerca coraggiosa, visto l’ambito nel quale Baglioni si muoveva sino a qualche album prima, e che toccherà livelli ancora superiori nel successivo “Oltre”.

Venerdì, 10 Ottobre 2014 14:57

HELP! // The Beatles

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L’attraversamento della frontiera della beatlemania, la fine delle concessioni al pubblico isterismo, una nuova colonna sonora e un’opera credibile a livello artistico: svariati sono i traguardi che il quinto disco dei Fab si propone arrivando alle stampe nell’agosto del 1965. E bisogna dire che la title track, piazzata in apertura, mette subito sulla buona strada. Lennon racconta la spossatezza di anni vissuti in adorazione planetaria, di insicurezze da celare dietro sorrisi stampati sul volto, persino della voglia di rifugiarsi nel limbo dell’adolescenza, per non parlare della gabbia dorata che l’imprigiona:  “my indipendence seems to vanish in the haze” . Il tutto in due minuti di rock veloce, corale e coinvolgente! Forse il messaggio subliminale sarà passato in secondo piano…Armato di chitarra acustica e cappellaccio à-la Dylan, Lennon prova a ribadire il concetto due solchi più tardi, con “You’ve got to hide your love away”, ballata minimalista tanto sconsolata quanto piacevole, che introduce ufficialmente la versione cantautoriale del chitarrista. E tutte le patinate certezze dello stardom?

 

Tocca a McCartney riportare un po’ di leggerezza, e lo fa con due pezzi in particolare: l’egoistica (e del tutto appropriata al tipo) “Another girl”, un pezzo notabile per il cambio di terza nel bridge e il duetto di chitarra solista tra lui e George. Meglio ancora suona “The night before”, forse perché qui è lui che soccombe rispetto all’amata; si registra un insolita ed efficace parte di piano elettrico da parte di Lennon e l’uso massiccio delle armonie vocali “a risposta”.

 

Che l’entusiasmo e i toni un po’ naif delle prime registrazioni abbiano lasciato il posto ad umori più riflessivi e tenui, è tuttavia palese anche negli episodi

apparentemente di minor spessore, come nella corale “Tell me what you see”, altra introspettiva digressione folk, con un break di piano elettrico a separare le strofe. Oppure in “It’s only love”, pensierosa e incantevole nella grazia della melodia, dove John divaga e indugia ancora sugli spasimi post-adolescenziali, come se il suo status acquisito di re mida del rock mondiale non pretendesse ormai da lui (e dagli altri) contenuti e performance di tutt’altro genere, ma per il momento è ancora bello e possibile, rifugiarsi in rassicuranti ambiti yeh-yeh.

 

La carta vincente di Paul, inutile a dirsi, è la stra-tutto “Yesterday”, (stra-reinterpretata, stra-idolatrata, stra-sopravvalutata…), per la quale il neo baronetto si veste il faccino d’una maschera afflitta e piange sull’ombra che è diventato mentre lei se ne va, rivestendo la sofferenza di viola, violino e violoncello. Una bella canzone, di fatto la prima registrazione solista in un disco dei Beatles, ma da qui a farne una pietra miliare, povero me. Per quel che mi riguarda trovo più interessante “Ticket to ride”, il primo tentativo dei Fab, forse stimolati da “All day and all of the night” dei Kinks, pubblicata sei mesi prima, di cimentarsi in un riff hard rock con un notevole, moderno lavoro di Ringo alla batteria. Un John leggermente esagerato proclamò subito dopo che la canzone rappresentava il primo esempio in assoluto di heavy metal. Dichiarazione se vogliamo discutibile, tuttavia il passo in avanti è evidente.

 

Anche la sezione delle seconde linee (leggi Ringo e George) contribuisce materiale d’un qualche interesse. Il cucciolo incide due sue composizioni, le prime da due anni a questa parte. “You like me too much” si segnala per l’atmosfera vagamente retrò suscitata dal pianoforte, suonato a quattro mani da George Martin e Paul; “I need you”, che a differenza della prima fu poi selezionata per la pellicola, è un innocente canto d’amore, leggero come una piuma, che dalla prossima “Think for yourself” pare lontano quattro anni invece che quattro mesi. Per George ancora ampi saranno i margini di miglioramento. Per quanto riguarda il nostro serafico batterista, va sottolineato come “Act naturally” sia un numero allegro e divertente, con un testo decisamente calzante all’indole del “naso” ed al suo ruolo nel film. Trattasi di puro country ad opera di Johnny Russell and Van Morrison, che il pubblico beatlesiano mostrerà di gradire, viste le ripetute proposte dal vivo, con un ottimo controcanto sul finale. L’unica altra cover della raccolta, l’ultima in assoluto presente in un’opera del quartetto, è la scatenata “Dizzy miss lizzy”, di Larry Williams, con John che gode come un riccio a cantare a squarciagola mentre il povero Harrison ripete il riff all’infinito.

 

Le proposte più mature di “Help!” restano,  a parere di chi scrivere, il guardingo bluegrass di “I’ve just seen a face”, ballata mid-tempo di McCartney giocata su tre chitarre e le maracas, e l’entusiasmante “You’re going to lose that girl”, in cui John esprime al meglio la forza e il carisma che ne avevano contraddistinto la figura nei primi tre anni di carriera dei gruppo. E’ la canzone più adatta ad introdurre il “ricambio artistico” della band, che prenderà forma definitiva nelle tre prove successive da studio.

Venerdì, 29 Agosto 2014 07:19

So // Peter Gabriel

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Nemmeno il tempo di festeggiare i primi dieci anni di entusiasmante carriera solista, che l'ex faccia da Genesis torna in studio, a dare un seguito al fortunato "N.4".

 

Il risultato delle sessions è questo "So", una volta tanto pressochè scevro da improvvisazioni, un disco che dell'artista di Bath risulterà l'opera più osannata da una critica non sempre benevola nei suoi confronti, e che segnerà una marcata tendenza innovatrice, nello stile e negli arrangiamenti.

 

Il “new deal” di Gabriel è annunciato chiaramente tramite quello che di “So” sarà il maggior successo: “I’ve kicked the habit…This is the new stuff / I go dancin’ in..”, proclama in “Sledgehammer”, un intrigante miscuglio d’allusioni sessuali rivestito da cadenze cool e fiati in grande spolvero, e il pubblico pare apprezzare, visto che persino negli States, unica volta in assoluto, Pietro il Grande raggiunge la prima posizione. E che la svolta soul-dance paghi, si denota anche dall’altro inno, l’ancora più corale “Big time”, che picchia più duro sul funky e registra un lavoro incredibile di Tony Levin al freetless. Detto per inciso, “Big time”, divertente ed (auto)ironica satira sul comunismo e le varie Milano da bere sparse sul pianeta negli irripetibili eighties, possiede una struttura musicale di tutto rispetto e ad onta dei puristi dello stile e del loro naso storto, rappresenta senza dubbio il pezzo tecnicamente più complesso dell’intero album.

 

“So” inaugura poi la lunga stagione world dell’ex frontman dei Genesis: sono molteplici e uniformemente distribuiti gli elementi tradizionali, specialmente sudamericani, in particolar modo in “That voice again”, frutto d’un estemporanea collaborazione con David Rhodes, e nella tenera “In your eyes”, che tra i coristi nasconde Jim Kerr e Youssou N’Dour (il quale provvede al backing in senegalese…) e vanta una cantabilità straripante, non senza curiosi atletismi lirici: “in your eyes / I see the doorway to a thousand churches / the resolution of all the fruitless searches…”.

 

C’è in questo lavoro anche una parte piuttosto oscura”, che consta di due passaggi altamente qualitativi. Il primo è il lento incedere di “Don’t give up”, cronaca di una storia comune in cui s’alternano costernazione (nei versi, cantati da Peter) e speranza, il refrain interpretato da Kate Bush. L’impronta blues del pianoforte è il tratto distintivo di questo duetto che, tanto per cambiare, spopolerà in classifica, specialmente in Oceania. L’altro risponde al nome di “Mercy street”, una nenia delicata e dolente dove il world si sposa col synth. La sottile,perpetuata percussione di surdo, congas e triangoli accompagna sino alla fine questa gentile dedica alla poetessa americana Anne Sexton e alla sua vita (e produzione letteraria) disperata.

 

Le sensazioni più forti arrivano tuttavia dalla opener, la canzone che più delle altre s’avvicina al rock classico, denominata “Red rain”, colla quale anche Gabriel fa coming out nei confronti del nucleare impersonando l’atteggiamento fatalista, ma dignitoso (I come to you defences down - with the trust of a child”) di chi nei riguardi dell’atomica si trova ad alzare la propria voce. Il ritornello scatena emozioni vitali, e malgrado la reiterazione non se ne ha mai abbastanza. Il fatto che si leghi poi quasi senza soluzione di continuità a un qualcosa come “Sledgehammer” basta già a mostrare la ricchezza dell’intero lavoro.

 

La traccia che maggiormente riporta alle atmosphere “ice” dei primi lavori di Gabriel (e infatti era stata concepita durante la creazione di “Melt”) è la marcetta in minore di “We do what we’re told”, che apre poi la strada al duetto finale, stavolta con Laurie Anderson. “Excellent birds” è un altro esercizio di stile “techno-soul”, con rimandi nel testo ad epici movimenti di massa e alla fine non è che lasci tutta ‘sta soddisfazione al palato, ma ci può anche stare.

 

Certamente un buon prodotto, che manca forse di potenza in alcune parti essenziali, è un peccato in tal senso che il “new deal” non contempli episodi più apertamente rock, per intenderci alla “And through the wire” o “Intruder”, per citare lo stesso Gabriel. Ma vocalmente il nostro è in stato di grazia e “So” merita d’essere annoverato tra le prove più convincenti della sua carriera solistica.

Venerdì, 04 Luglio 2014 08:09

Band On The Run // Wings

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Quasi a rendersi conto dell’eccessivo quantitativo di melassa che gravava su “Red rose speedway”, Mccartney imprime una svolta decisa, a livello stilistico, per il disco successivo, “Band on the run”. Poco prima di iniziare (a Lagos) le registrazioni, Seiwell e McCollough salutano la compagnia, da cui il titolo dell’opera; poco male, anzi meglio, visto che quello che scaturirà dalla trasferta nigeriana si dimostrerà un prodotto assai convincente. Torna il rock, opportunamente, con alcune espressioni notevoli quale “Jet”, uno stomp potente ed orecchiabile che pare scaturito dalla session di “The Mess”. Oppure l’elettrica “1985”, dalla scala discendente reiterata ed ipnotica, e il finale glorificato dall’orchestra, prima di una breve ripresa della title track.

 

La quale title track ripropone il recente feeling del Macca coi medley, che in questo caso consta di tre parti di cui l’ultima è introdotta da una pulitissima chitarra acustica e propone il cantabile ritornello che regalerà al singolo omonimo il primo posto di Billboard, oltre che una perfida stilettata ai compagni fuggiti (the rabbits on the run...). Tracce di rock prog anche in “Picasso’s last words”, che però la mette sul leggero e celebra la dipartita del grande artista a colpi di swing e slow-jazz; Ginger Baker, proprietario dello studio di registrazione, è della partita agitando le maracas. Le ultime parole di Picasso diventano un refrain dolce e ossessivo che riempie la mente e le orecchie dell’ascoltatore per quasi sei minuti, senza indurre in sonnolenza.

 

Segno della rinata vitalità della band, che continua a manifestare un minimo accenno di democrazia (i brani sono firmati da Paul e Linda, mentre Danny è coautore di “No words”), è anche l’intrigante semplicità di “Mrs.Vandebilt”, cantilena bucolica sostenuta da un giro di basso elementare, un vorace solo di sax ed asserzioni sagge ed irreprensibili (“What’s the use of worrying? What’s the use of everything? No use!).

 

Ma se uno è McCartney non potrà mai prescindere dalla melodia in senso stretto. Qui uno si allarma: sdolcinature in vista? Niente paura: le espressioni più soavi e gentili di “Band on the run” sono costantemente eccellenti. Il meglio, come sempre accade, è racchiuso in una canzone pressoché sconosciuta, che stranamente non verrà mai eseguita dal vivo, dal titolo “Mamunia”. Trattasi di gentile ballata per voce, chitarra acustica e cori che racchiude in sé la forza e il fascino dell’ambiente naturale dove era stata registrata. Il testo rientra nei clichè “positivi” del Macca, da “Hey Jude” a seguire, per intenderci, celebrando la pioggia come generatrice di vita e mondatrice di peccati…filosofie a parte, è davvero un buon pezzo, una delle gemme nascoste e inconsiderate che talvolta il baronetto dissemina nei propri album. La parte soft di “Band on the run” propone poi “Bluebird”, per la quale le affinità col capolavoro dell’album bianco non si limitano al titolo. Di “Blackbird”, si riprende il tema dello spiccare il volo, in questo caso con l'amata, prima che l’attimo fuggente faccia marameo. Niente basso e batteria, bensì un leggero tappeto di percussioni e il sassofono confidenziale di Howie Casey (vecchia conoscenza amburghese dei fab four).

 

Il contributo di Laine, “No words”, portato a termine con un little help dal suo friend Paul, è una dolce, innocente love song, il cui stile, ironicamente, richiama certe atmosfere harrisoniane. E restando di tema di ex, malgrado la smentita dell’autore, è fin troppo evidente che “Let me roll it” rappresenti un omaggio/attacco a John Lennon. Lo stile di chitarra che richiama, per non dire ricalca, le dure distorsioni di “Cold Turkey”, l’uso massiccio dell’eco. Poi non è nostro compito stabilire se fosse più ficcante il livoroso rancore di John o il mellifluo accomodamento di Paul; il pezzo mantiene lo standard elevato della raccolta e tanto basta.

 

La ristampa in CD presenta anche l’elementare r’n’r di “Helen Wheels”, pubblicata su 45 prima dell’uscita dell’LP. Peraltro, nulla essa toglie o aggiunge ai destini di un lavoro che ottiene un successo meritato, costituito com’è da tracce di notevole fattura. Il livello qualitativo di “Band on the run” riconquistò al Macca il favore di pubblico e critica, lanciando definitivamente la carriera degli Wings.

Venerdì, 06 Giugno 2014 09:54

Time Passages // Al Stewart

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Arrivato al momento di dar seguito al breakthru di "Year of the cat", Al Stewart sceglie di variare la propria matrice stilistica e di creare un prodotto, questo "Time passages", che sposi le velleità prog-rock del lavoro precedente con una spruzzata di pop sofisticato a renderle più digeribili al grande pubblico.
La title track ne è l'esempio più sontuoso. "Time passages" è un buon pezzo che diventa eccellente con l'entrata in scena, ad intervalli ripetuti, delle variazioni melodiche sottolineate dagli stacchi di chitarra e soprattutto dagli interventi di sax; sette minuti di classe divorati ad ogni ascolto, che disseminano qua e là ventate di sano pragmatismo: "The things you lean on are the things that don't last - "Buy me a ticket on the last train home tonight".. e dimorerà per dieci settimane (!) al numero 1 della Billboard easy listening charts nel 1979.
Segue "Valentina Way", che è rock barocco e pungente, con acuti riff di chitarra che s'inseguono ad ogni refrain ed inventive armoniche in continuo agguato che preservano dall'ovvio. Una scala discendente cupa introduce invece "Life in dark water"; ipnotico ed inquietante, il mood della canzone si concede solo una breve, leggera incursione swing nel middle eight, quando il protagonista, dimenticato dal mondo sotto acque scure, manda un pensiero alla propria bella che lo aspetta in superficie, ma la chitarra si distorce e il sipario si chiude sulle ultime parole di sconforto del povero naufrago. Dal canto suo, "A man for all seasons" rianima l'ascoltatore, con una melodia d'una bellezza strabordante ad accompagnare liriche di profonda saggezza, demolenti ogni figura umana che la storia abbia avuto l'imprudenza d'innalzare a mito, in particolar modo nel commovente crescendo finale. E a controprova di ciò, ecco subito dopo la storia di "Almost Lucy", novella Eleanor Rigby, anima coloratissima nella sua ordinaria nullità, celebrata in un sobrio calypso che è al solito dominato dalla brillanti chitarre di Stewart & White.

"The palace of Versailles" ribadisce ancora una volta la predilizione di Al per i "romanzi storici"; s'avvale d'un coinvolgente riff di piano e organo che rende il pezzo immediatamente riconoscibile e riporta di botto ad atmosfere robesperriane. Un brano esattamente agli antipodi di quello successivo, il gentile ritratto equestre di "Timeless skies", malinconico il giusto, "Some fragments just linger with you - Like snow in the spring hanging on.. "
che ribadisce come Stewart non rinneghi mai le proprie radici da folk singer.
"Song on the radio" è l'unico episodio evidentemente commerciale, e non a caso prescelto come follow-up a quaranticinque giri della title track. Contiene ogni possibile ingrediente per assaltare le classifiche: un ritornello di new-romantic style "You'll be on my mind like a song on the radio", un fresco riff di sax come segno riconoscitivo, reiterato tre/quattro volte, la sapiente produzione di Alan Parsons ad incrementarne il potenziale. Il fatto che si debba assegnare ad una canzone di questo livello la palma della "peggiore", sta a significare quanta buona musica sia disseminata nelle due parti di "Time passages".
Si chiude con un bellissimo acquerello acustico, seconda e ultima collaborazione con Peter White. "End of the day" è un breve tracciato di chitarra acustica che racchiude in poche frasi l'essenza della solitudine delle anime, che nessun rapporto estemporaneo potrà mai guarire; è una chiusura eccellente, per un album che se possibile arriva a superare la resa qualitativa del seppur più celebrato predecessore. Un album da annoverare tra i migliori del decennio sulla scena internazionale.

E' uscito il 25 marzo scorso "Il profumo dei fiori secchi", secondo album del cantautore partenopeo Davide Matrisciano, che vede la presenza di numerosi ospiti di spicco, tra i quali Cesare Malfatti (La Crus), Paolo Polcari, (Almamegretta), Cristiano Lo Mele dei Perturbazione.

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