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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Mercoledì Maggio 22, 2019
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Marco Colombo

Marco Colombo

Martedì, 26 Giugno 2012 14:36

Manowar // Gods of Metal 2012

Manowar


Il ritorno dei re

Luogo: Arena Fiera Milano di Rho (MI)
Data: 21 giugno 2012
Evento:  Gods Of Metal
Voto: 8

Eric Adams - voce

Karl Logan - chitarra

Joey DeMaio - basso

Donnie Hamzik - batteria

 

Nel 1997 i Manowar inauguravano la prima edizione del Gods of Metal, il primo e il più longevo dei festival estivi italiani che esordiva al mitico PalaSharp di Milano. Oggi i Manowar sono tornati sul luogo del delitto, o quasi, per aprire la quindicesima edizione del Gods of Metal all'Arena Fiera Milano di Rho (MI).

Le ricorrenze da celebrare non si esauriscono qua: dieci anni fa usciva Warriors of the World e da quel 2002 i Manowar non avevano più fatto ritorno in Italia, in più, proprio in questi giorni, si brinda all'uscita del nuovo lavoro della band, The Lord of Steel. Eppure sarà per il caldo asfissiante, sarà che è un giovedi lavorativo e che nei prossimi tre giorni di festival sono previsti grandi nomi del hard rock e del metal decisamente più accattivanti per il grande pubblico, oppure sarà per i costi dei biglietti, ma oggi all'arena non si registra il pienone.

I Manowar, d'altronde, non sono tipi da folle oceaniche, Grammy o MTV: fieri, integralisti, lontani da ogni moda, sempre fedeli al proprio stile, a quel marchio di fabbrica che ha costituito la loro fortuna ma al tempo stesso, dopo 30 anni di carriera, li ha relegati a una forma caricaturale, una sorta di trappola dalla quale sarebbe impossibile uscire senza farsi male. Come potrebbero infatti gli unici e veri "kings of metal" tradire la lealtà di quello stesso zoccolo duro di fan che li ha incoronati re diversi anni or sono?

Così, quando sono passate da poco le 22, la band newyorkese esce sul palco appena abbandonato da Amon Amarth e Children of Bodom e dà inizio a uno show di due ore e mezza circa, tiratissimo, potente e senza troppi fronzoli. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare la scenografia è sobria, per non dire inesistente: giusto uno stendardo a nascondere il backstage ma niente maxi-schermi, niente Harley rombanti, niente comparse in abiti medievali o fuochi d'artificio. L'unica concessione allo spettacolo è il divertente siparietto tra il bassista Joey DeMaio e un giovane ragazzo scelto tra il pubblico delle prime file per unirsi alla band nell'esecuzione di un brano e portarsi a casa, come souvenir, una delle chitarre di Karl Logan.

A parte questo momento e il classico monologo sconclusionato e, per l'occasione, in italiano di Joey DeMaio, per il resto i protagonisti indiscussi della serata sono l'heavy metal e l'impressionante impianto audio fortemente voluto dalla "band più rumorosa del mondo" che, finalmente, ha fatto tremare l'asfalto dell'arena e implorare pietà alle nostre orecchie.

La prima parte del live è segnata dai grandi classici del gruppo come Manowar, Gates of Valhalla, Kill With Power, Sign of the Hammer, Fighting the World, Kings of Metal, Metal Warriors e dall'incontenibile entusiasmo del pubblico. Poi, senza soluzione di continuità, si passa ad alcuni pezzi della produzione più recente dei Manowar e, inevitabilmente, si assiste a un calo di tensione.

Il susseguirsi di brani dai ritmi serratissimi, come Hand of Doom, King of Kings, The Gods Made Heavy Metal, Thunder in the Sky e The Power, dove il basso di DeMaio raggiunge volumi devastanti e la doppia cassa di Donnie Hamzik si fa ossessiva e quasi fastidiosa, viene intervallato, per fortuna, dalle liriche coinvolgenti e dai toni epici di Call to Arms e Warriors of the World United.

Dopo un breve break, prima del gran finale con le mitiche Hail and Kill e Black Wind, Fire and Steel, arriva l'omaggio di Eric Adams all'Italia. Nata quasi per gioco alcuni anni fa, la rivisitazione della celeberrima romanza di Giacomo Puccini, Nessun dorma, è ormai diventata un classico delle esibizioni live della band e l'occasione per il singer di ribadire, ancora una volta, che la miglior voce in circolazione in ambito heavy metal è sempre la sua.

Mancano all'appello, a mio avviso, almeno un paio di pezzi storici come Battle Hymn e Courage che avrebbero potuto dare, tra l'altro, un bel cambio di ritmo alla seconda parte della scaletta un po' troppo monotona. A parte questo dettaglio c'è poco da aggiungere, i Manowar sono una di quelle band che dal vivo non tradisce mai.

Tematiche fantasy, vocabolario scarno, vestiario in pelle, muscoli pompati, cuore, sudore, suoni possenti e nessun compromesso sono gli ingredienti essenziali dei loro show, come dire: poche idee ma ben chiare! E se qualcuno non volesse stare al gioco farebbe bene a starsene alla larga come sentenzia il testo di Metal Warriors: "... whimps and posers leave the hall!".

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Scaletta:

Manowar

Gates of Valhalla

Kill With Power

Sign of the Hammer

Fighting the World

Kings of Metal

Metal Warriors

Sun of Death

Brothers Of Metal

Call to Arms

The Gods Made Heavy Metal

Sons of Odin

Hand of Doom

King of Kings

Sting of the Bumblebee

Joey's Speech

Warriors of the World United

Thunder in the Sky

The Power

 

Encore:

Hail and Kill

Nessun Dorma

Black Wind, Fire and Steel

 

 

Respect Tradition

ERIC SARDINAS & BIG MOTOR

www.ericsardinas.com/

Luogo: Live Music Club, Trezzo sull'Adda (BG)
Data: 13 ottobre 2011
Evento: Tour 2011
Voto: 7


Egocentrico, esuberante, per alcuni eccessivo, Eric Sardinas fa parte di quella categoria di musicisti che una volta venivano definiti “animali da palcoscenico”.

Selvaggio, indemoniato, sudato nei pantaloni a zampa neri e attillati, con il cappello da cowboy calato sugli occhi, gli anelli in bella vista, lo slide al mignolo sinistro e l’inseparabile chitarra resofonica elettrificata a tracolla, Sardinas irrompe sul palco, da solo, passando sotto il telo nero ancora mezzo abbassato, parla al pubblico, si dimena battendo il tempo con i suoi stivali a punta sulle assi rimbombanti e non lesina pose plastiche e assoli funambolici di fronte agli obbiettivi della macchine fotografiche.

Questa, però, non è altro che la cornice. Nell’esibizione di Eric Sardinas e dei Big Motor c’è anche tanta, tantissima sostanza: c’è il blues, quello sporco e genuino del Delta del Mississippi, c’è il rock’n’roll scatenato degli anni ‘50 e ‘60, c’è l’influenza del gospel e dei grandi chitarristi degli anni ‘70, su tutti Jimi Hendrix. Con grandissima abilità tecnica e uno stile chitarristico innovativo, Sardinas trae spunto dalla tradizionale musica nera americana per creare una miscela unica, indefinibile ed esplosiva.

La scaletta proposta questa sera ripercorre, in un’ora e mezza abbondante, il percorso musicale intrapreso più di dieci anni fa dal chitarrista-cantante originario della Florida e spazia dal southern rock di Road To Ruin al rock’n’roll di Full Tilt Mama, tratte dal nuovissimo album Sticks and Stones, dal blues di Down to Whiskey alla strumentale Texola, tratte da Devil’s Train, fino all’attesissima I Can’t Be Satisfied.

La formazione di tre soli componenti è perfetta: mentre Sardinas lascia correre le sue mani lungo il manico della chitarra con una rapidità e naturalezza disarmanti, alle sue spalle il Big Motor composto da Chris Frazier alla batteria e da “big man Levell Price al basso supporta la veemenza del frontman con ritmiche scarne, precise e possenti.

Prima dei consueti bis c’è spazio per due pezzi acustici, due ciliegine sulla torta che vedono protagonisti, sotto le luci soffuse e nel silenzio generale, il solo Sardinas e la sua chitarra. I suoni ruvidi e la straordinaria intensità emotiva delle interpretazioni di un classico del repertorio delta-blues di Robert Johnson e della sua 8 Goin’ South ci portano, per qualche breve istante, in un luogo e in un tempo lontani e a noi sconosciuti.

Il concerto si conclude con l’inchino dei tre musicisti a raccogliere i meritati applausi. Il pubblico, benché non numerosissimo, risponde con grande calore e credo che tutti, anche i più scettici e i puristi, siano usciti con la convinzione che Eric Sardinas sia, prima che un animale da palcoscenico, un vero bluesman, uno che ha fatto del motto “Respect tradition!” il proprio credo.

Mercoledì, 13 Luglio 2011 16:03

Big 4: 30 anni di metal e…sentirli poco

Big four - Milano Rho Fiera

Big 4

Luogo: Rho, Arena concerti Fiera Milano
Data: 6 luglio 2011
Voto: 8


Partiamo dalla fine. Siamo ormai agli sgoccioli di questa lunghissima giornata quando James Hetfield chiama a raduno i colleghi: “Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dei Metallica ed è fantastico essere sullo stesso palco con i Big 4. Pensavamo che non sarebbe mai accaduto invece questo è il momento giusto! Invito i componenti di Anthrax, Megadeth e Slayer a uscire sul palco per suonare un pezzo insieme e ricordare che la musica heavy è viva!”.

Ecco, il Big 4 è questo. Sul palco si respira un’atmosfera di rimpatriata tra vecchi amici-nemici che, raggiunta ormai la piena maturità, hanno definitivamente deposto l’ascia di guerra. Ci sono i Metallica al completo, Scott Ian degli Anthrax, Dave Mustaine, David Ellefson, Chris Broderick e Shawn Drover dei Megadeth e Dave Lombardo, Kerry King e Gary Holt, chitarrista degli Exudus sostituto del convalescente Jeff Hanneman, degli Slayer: praticamente il gotha di un genere, il thrash metal, nato con loro nei primi anni ’80 e che, probabilmente, con loro morirà. Insieme si lanciano in una cover infuocata di Die, Die My Darling dei Misfits e, alla fine, gli abbracci e i complimenti reciproci si sprecano; se siano sentiti o dettati dall’occasione non lo sappiamo, quel che è certo è che una scena del genere, visti i trascorsi burrascosi, non ce la saremmo mai aspettata.

Chiusa questa parentesi da “libro cuore”, i Metallica tornano a riprendersi la scena e chiudono l’esibizione con una doppietta devastante - Damage, Inc. e Creeping Death - che non lascia nemmeno il tempo agli oltre 35mila fan accorsi di chiedersi se le altre band non meritassero un trattamento migliore. Sia chiaro, il ruolo di headliner dei Four Horsemen è fuori discussione e anche in questa serata i quattro californiani non tardano a confermarsi come una delle migliori band in circolazione quanto a impatto dal vivo. Detto questo, però, anche gli altri Big avrebbero meritato una “potenza di fuoco” adeguata per potersela giocare, almeno dal punto di vista dei decibel, ad armi pari.

Purtroppo non è stato così, con buona pace del buon Dave Mustaine. I suoi Megadeth infatti, abituati a improntare le proprie esibizioni dal vivo sull’elevato tasso tecnico piuttosto che sulla potenza o sulla carica emotiva, sembrano proprio i più sfavoriti dalle carenze dell’impianto audio ma bisogna anche ammettere, però, che la loro performance, la meno brillante della giornata, risente pesantemente della scarsa vena (e voce) del biondo cantante. Nonostante dei cavalli di battaglia del calibro di Hangar 18, Wake Up Dead, Symphony of Destruction e le conclusive Peace Sells e Holy Wars…, alternati a qualche pezzo più recente e a un inedito, e i virtuosismi snocciolati da David Ellefson al basso e dall’ottimo Chris Broderick alla chitarra, l’ora e un quarto circa di esibizione dei Megadeth scivola via senza troppi scossoni.

Meglio di loro avevano fatto poco prima i redivivi Anthrax che avevano il difficile compito di aprire le danze alle 16 e 30 in punto e catalizzare l’attenzione di un pubblico già provato, prima ancora di cominciare, dall’impietosa canicola milanese. La prima sorpresa è Joey Belladonna, il cantante di chiare origini italiane che si aggiudica il mio personalissimo premio per la simpatia e l’impegno. Più tirato in viso di Steven Tyler, Joey corre avanti e indietro lungo il palco come ai tempi d’oro e, dopo qualche pezzo di “riscaldamento” come Madhouse e Got The Time, riesce quasi a sfiorare le tonalità che lo avevano reso celebre negli anni ‘80 in brani come Indians, Metal Thrashing Mad e I Am The Law. Il secondo evento inatteso è la comparsa sul palco, a metà concerto, del carismatico chitarrista Scott Ian che avrebbe dovuto farsi sostituire per tutte le date dei Big 4 da Andreas Kisser dei Sepultura per poter stare al fianco della moglie in dolce attesa e che invece, per nostra fortuna, non ha saputo resistere al richiamo dell’Italia. L’innesto di una terza chitarra dà una marcia in più alla parte finale dell’esibizione degli Anthrax che si chiude, ahimè, puntuale dopo un’ora, con la già citata I Am The Law.

Dopo i Megedeth, proprio mentre il sole inizia a calare alle spalle del palco, è il turno degli Slayer. Senza fronzoli, senza compromessi, come ci ha abituati da anni, il quartetto losangelino inizia a sparare riff e raffiche di doppia cassa che portano lo scompiglio nel pit e non solo. Anche in questo caso è necessario qualche pezzo prima che i tecnici riescano a diffondere un audio decente: appare quindi azzeccata la scelta di Tom Araya e soci di aprire l’esibizione con i brani più recenti per poi concludere il loro show con il trittico che tutti attendevano con impazienza: South of Heaven, Raining Blood e Angel of Death. Per un’ora e un quarto circa gli Slayer mettono a ferro e fuoco l’”arena” di Rho con un’esibizione tiratissima, potente e precisa, con un Araya in buona forma, un Kerry King sempre più incazzato e, soprattutto, un Dave Lombardo a dir poco devastante dietro la batteria.

Dopo le 21 e 30, a concludere questa lunga e caldissima giornata arrivano, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia finora di precisione svizzera, i Metallica. La setlist proposta è di quelle delle grandi occasioni e spazia dai ritmi furiosi di Hit the Lights e Blackened alle atmosfere cupe di For Whom the Bell Tolls e Fade to Black, dalle pirotecniche One e Enter Sandman alle immortali Seek & Destroy e Master of Puppets passando da All Nightmare Long, l’unico pezzo pescato dagli ultimi vent’anni di registrazioni in studio. In due ore abbondanti di show i quattro di San Francisco mettono in mostra tutto il meglio del proprio repertorio fatto di velocità, tecnica, altissima intensità e di un’energia e una passione tali da farci chiudere un occhio davanti a qualche sbavatura di Hammet, che ogni tanto si lascia prendere troppo - è proprio il caso di dirlo - la mano, o a qualche passaggio a vuoto di Ulrich (vedi The Call of Ktulu).

Risulta invece più difficile soprassedere su due particolari che avrebbero dovuto rendere perfetto questo evento, già di per sé eccezionale, e che invece hanno lasciato un filo di delusione nei ricordi dei 35mila presenti. Mi riferisco, oltre al già criticato livello insufficiente dei decibel durante le esibizioni pomeridiane, all’inadeguatezza della location: una distesa di asfalto con scarse possibilità di scampo dai raggi solari e dotata di un unico vialetto per il deflusso di diverse migliaia di persone ostruito, tra l’altro, dai carretti dei venditori abusivi liberi di agire indisturbati sotto il vigile sguardo delle forze dell’ordine.

Giovedì, 04 Agosto 2011 15:21

Folkstone: scorribanda al Fosch Fest

Folk Stone al Fosh Fest di Bagnatica

FOLK STONE

www.folkstone.it

Luogo: Arena Sound Festival, Bagnatica (BG)
Data: 1 agosto 2011
Evento: Fosh Fest
Voto: 7,5


Per un intero weekend la tranquilla cittadina di Bagnatica, una manciata di chilometri da Bergamo e poco più di 4mila abitanti, è stata invasa da migliaia di guerrieri celti radunatisi in occasione della terza edizione del Fosch Fest. Un’invasione pacifica di giovani e meno giovani che, armati unicamente di corni, elmetti vichinghi, kilt, borchie e birra, si sono riversati nello spiazzo dell’Arena Sound Festival sotto la guida di Månegarm, Heidevolk, Folk Stone, Korpiklaani e degli altri gruppi che hanno animato questa due giorni all’insegna del folk-metal.

La sera del sabato i Folk Stone, i “briganti di montagna” che da queste parti sono di casa, scendono a valle per una delle loro ormai note scorribande.
La loro musica, sostenuta da una possente base ritmica e dalla voce fiera e sporca di Lore, è basata su strutture piuttosto semplici che si rifanno all’heavy classico di stampo teutonico ma, allo stesso tempo, ricca di sonorità tipiche della tradizione nordica. Il ritmo indiavolati da ballo popolare delle cornamuse e gli spunti poetici dell’arpa e del rauschpfeife creano, accanto ai riff aggressivi della chitarra e al doppio pedale della batteria di Edo, un connubio di metal e folk celtico ben calibrato.

Un ulteriore valore aggiunto al lavoro di questa band è rappresentato dalle liriche, rigorosamente e coraggiosamente in italiano, e dai temi velatamente sociali affrontati da alcuni testi.
Pezzi come Terra Santa, Longobardia, Frerì, Nell’alto cadrò, Con passo pesante e Briganti di montagna, che in versione live acquistano ancor più carica e pathos, sono l’esempio più lampante dell’originalità di questo gruppo della bergamasca che nulla ha da invidiare ai ben più blasonati Korpiklaani - che hanno poi concluso la serata - e che ha la capacità di coinvolgere il pubblico ricreando atmosfere fortemente suggestive ma anche di comunicare qualcosa.

Alziamo dunque il corno e brindiamo ai Folk Stone!


Lunedì, 22 Giugno 2009 00:00

Duri a morire

METALLICA

www.metallica.com

Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
Data: 22 giugno 2009
Evento: World Magnetic Tour 2009
Voto: 8

Sono le 21 in punto e sul palazzetto calano le tenebre. Sarà per quella sensazione di stordimento che l’esibizione conclusasi da poco dei Lamb of God ha lasciato nei timpani, per i diversi posti ancora vuoti nel parterre, per il disorientamento dovuto all’enorme palco centrale, oppure per quelle bare metalliche che incombono pesanti sul palco e sulle teste del pubblico, ma l’atmosfera che si respira è strana, sinistra. Anche i fan più accaniti attendono il momento quasi in religioso silenzio.

Il silenzio viene interrotto, come da tradizione, dall’emozionante crescendo delle note di The Ecstasy of Gold del maestro Morricone ma quando le luci progressivamente tornano a illuminare il palco, questo è ancora vuoto, riempito solo dal battito cardiaco che caratterizza l’incipit di That Was Just Your Life. E’ con questo il suono che segna l’inizio del nuovo album, del World Magnetic Tour e della rinascita dei Metallica.
Un attacco emozionante, pieno di significati. Le bare, sospese e inquietanti fino a poco prima, ora offrono uno spettacolo di luci e laser colorati degni del set dell’ultimo Star Trek. Il palco, che sembrava una landa desolata, ora trabocca di vita ed energia e tra i fan delle prime file, vicinissimi al palco, e i quattro musicisti si instaura da subito una forte empatia. Gli ex-ragazzacci di San Francisco sono molto maturati: lo si percepisce non solo dai primi capelli o pizzetti bianchi, ma soprattutto dall’atteggiamento positivo con cui tengono la scena interegendo col pubblico, scherzando, mettendosi in posa per le centinaia di flash e divertendosi, loro per primi, come matti.
Dopo lo scarso successo degli ultimi album, le critiche, la freddezza dei fan, le crisi, le paure e i ricoveri in clinica, la band sembra rigenerata. L’enorme bagaglio di esperienza e la serenità e fiducia ritrovate grazie ai buoni risultati ottenuti dall’ultimo Death Magnetic permettono loro di ripresentarsi a testa alta con un tour promozionale e un live set come non si vedeva da tempo.
A differenza degli ultimi tour a supporto di St. Anger e prima ancora di Re-Load, tra l’altro gli unici album non rappresentati oggi in scaletta, stavolta sono ben sei i nuovi pezzi proposti con orgoglio, passione e senza paura di deludere i fan vecchi e nuovi. Tra questi Broken, Beat And Scarred, My Apocalypse, The Day That Never Comes e la già citata That Was Just Your Life spiccano per intensità, precisione e impatto sonoro, sintesi perfetta tra le sonorità più moderne e il thrash metal di Master of Puppets e …And Justice for All. I nuovi pezzi non sono di facile ascolto, ma i fraseggi elaborati e interminabili, i ritmi forsennati e i suoni a volte troppo impastati non spaventano il grosso del pubblico che partecipa con grande entusiasmo. Gli animi, e non solo quelli, si infiammano definitivamente sulle note di un’intensissima One quando, proprio nel momento di massima tensione musicale, da entrambi i lati del palco si alzano, al ritmo della doppia cassa di Lars, delle colonne di fuoco alte più di due metri e il palco, per qualche istante, diventa un campo di battaglia: uno spettacolo e un calore sprigionato impressionanti. I nuovi singoli e i vecchi cavalli di battaglia si amalgamano a meraviglia. Tra questi ultimi non possono mancare le arcinote Sad But True e Enter Sandman, le ballate Turn the Page, The Memory Remains e l’emozionante Nothing Else Matters, unici momenti concessi per tirare un po’il fiato, l’immensa Master Of Puppets e le vecchie e tiratissime Trapped Under Ice e Seek and Destroy con cui si conclude l’esibizione. Non mancano poi delle vere e proprie chicche come Disposable Heroes, la cover dei Misfits Die, Die My Darling e la tanto feroce quanto inaspettata Fight Fire With Fire, con tanto di ritorno delle fiamme sul palco.

Uno show completo, che in due ore e un quarto praticamente ininterrotte ripercorre le tappe più significative della carriera dei Metallica e ci presenta una band in grandissima forma. Se il carisma, la potenza, la padronanza tecnica e la capacità di tenere il palco dei quattro musicisti non avevano certo bisogno di conferme, sorprendono invece la resistenza fisica, la tenuta della voce di James Hetfield, l’inesauribile energia abbinata a grandissima precisione di Lars Ulrich, padrone incontrastato della pedana rotante su cui poggia la batteria, la nonchalance con cui Kirk Hammett sforna assoli infuocati e l’impatto devastante del basso di un instancabile Robert Trujillo, che in poco tempo si è guadagnato col sudore l’affetto dei fans. Nessuno è protagonista, anzi lo sono tutti e quattro contemporaneamente. Grazie anche all’allestimento del palco, ognuno ha il suo spazio e a turno tutti, anche il batterista, hanno l’occasione di rivolgersi e guardare negli occhi i fedelissimi fan, quelli che più volte nel corso dello show James chiama affettuosamente “Metallica family”.

I “quattro cavalieri dell’Apocalisse” sono tornati. Ancora una volta hanno saputo reinventarsi e rinascere dalle proprie ceneri e questo World Megnatic Tour è il modo migliore per spazzare via ogni perplessità sul loro operato in questi ultimi anni. Sebbene il tema ricorrente di Death Magnetic sia la morte, non c’è dubbio che i Metallica, qualunque cosa potrà accadere, non si arrenderanno tanto facilmente: il testo di Broken, Beat And Scarred lancia un messaggio molto chiaro “Rise, fall, down, rise again. What don't kill you make you more strong. […] Broken, beat and scarred. But we die hard!”

AC/DC

www.acdc.com

Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
Data: 21 marzo 2009
Evento: Tour 2009
Voto: 9

Un vecchio treno a vapore lanciato a tutta velocità, uno stridìo assordante di binari, un’eccitazione crescente, poi lo schianto. Come nei peggiori incubi del pubblico dei fratelli Lumière, dal maxischermo lacerato, tra fragorose detonazioni, fiamme e dense cortine di fumo, irrompe una vecchia locomotiva a grandezza dello sfondo, tra fuochi d’artificio e fumo denso, gli ingranaggi inossidabili di questa macchina perfetta, Malcom Young alla chitarra, Phil Rudd alla batteria e Cliff Williams al basso, continuano a macinare riff graffianti e ritmi granitici senza mai perdere un colpo. Come una prima linea rugbystica, assicurano una costante spinta e tengono unita la squadra coprendo le spalle alle scorribande anarchiche dei due solisti là davanti.

Dopo due ore intensissime siamo ormai al capolinea. Nelle orecchie dei tredicimila risuonano ancora, oltre a classici intramontabili figli degli anni ’70 come The Jack, You Shook me all Night Long e TNT, le note dei nuovissimi singoli Big Jack, naturale, forse anche più grande: dalla finzione del filmato-fumetto in computer graphics si passa alla realtà, e loro sono già lì, davanti a nostri occhi ancora increduli e abbagliati dalle esplosioni, a scuoterci con la loro Rock’n Roll Train.
Un concerto degli AC/DC oggi è proprio questo, un treno che nonostante gli inevitabili segni del tempo e una vecchia caldaia a carbone come cuore corre a 300 miglia orarie per un viaggio di due ore attraverso trent’anni di storia, a scoprire le radici più genuine e selvagge del rock’n roll. Gli Australiani, si sa, hanno la pelle dura e il sangue scozzese che scorre nelle vene dei fratelli Young dovrebbe essere una garanzia, eppure, a distanza di 13 anni dall’ultima apparizione italiana, in pochi avrebbero potuto immaginare uno show del genere.

Brian Johnson appare fin dai primi pezzi in stato di grazia. La voce tagliente e feroce non lo abbandona nemmeno per un secondo, la potenza e l’intensità sono sempre le stesse eppure si ha l’impressione che, se possibile, negli ultimi tempi sia addirittura migliorata per precisione e pulizia. Back in Black, Hells Bells e la prima strofa di Thunderstruck ne sono la dimostrazione e mandano in visibilio il pubblico. E Brian, nei tipici jeans attillati, gilet, coppola e qualche chilo di troppo, ricambia l’affetto con continue incursioni lungo la passerella che si insinua fin nel cuore della folla; la incita, la scalda, la diverte con le sue movenze goffamente sexy. Intanto alle sue spalle Angus è indiavolato. Classica divisa color porpora da scolaretto e Gibson tra le braccia, corre, si dimena, sbuffa e annaspa come posseduto. I primi piani proposti dai maxischermi ci regalano smorfie impagabili da cui traspaiono, sotto una maschera di sudore, tutta la fatica, la passione, la concentrazione e un ghigno beffardo che sembra dire “Gente di poca fede, noi siamo ancora qui e questo non è che l’inizio”. L’annunciata Apocalisse arriva poco dopo e sulle note incendiarie di Let There be Rock la scena è tutta sua: corse a perdifiato e convulsioni a cinque metri di altezza per un assolo impeccabile che culmina davanti all’imponente maxischermo che ne celebra la grandezza e lascia i fan stremati, con le orecchie a pezzi, la bocca aperta e, i più nostalgici, con gli occhi lucidi.

Pausa. Nemmeno il tempo di consumare una sigaretta e il treno riparte con tutta la carica di Highway to Hell e le cannonate finali di For Those About to Rock (We Salute You), classico rituale che da anni conclude le loro esibizioni. Nella penombra Black Ice e della già citata Rock 'n Roll Train: due ore di emozioni forti, brividi e tanto sudore.
Il clamore che ha preceduto questo evento, le due date milanesi sold-out nel giro di pochi minuti, la folla entusiasta, l’impegno, la grinta e la professionalità della band australiana, sono l’ennesima conferma che il rock, quello vero, è più vivo che mai. L’ennesima conferma che gli AC/DC, dopo trentacinque anni di carriera, milioni di dischi venduti in tutto il mondo, record di vendite negli USA nel 2008 con l’ultimo album Black Ice - tra l’altro uscito solo a fine ottobre - e un tour mondiale di diciotto mesi in corso, meritano di stare lassù, tra gli Immortali

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