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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Lunedì Febbraio 18, 2019
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JOVANOTTI

www.soleluna.com

Luogo: The Hub, Toronto
Data: 15 giugno 2012
Evento: Luminato Festival 2012
Voto: 7

Tra la folla che riempie il grande spazio di The Hub, un prato nel cuore di Toronto su cui si affacciano le migliaia di finestre dei grattacieli, sono in molti a parlare la lingua di Jovanotti, a conoscere parola per parola i testi delle sue canzoni: gente che studia, lavora, vive in città e qualche turista di passaggio. Ma sono anche molti quelli che l’italiano non lo capiscono e, tra un verso e l’altro, chiedono agli amici di tradurre in tempo reale le parole del rapper toscano.

Operazione resa possibile dal volume estremamente (e esageramente) contenuto della musica: «Quando a casa mia non voglio dirturbare i vicini tengo lo stereo più alto» ironizza Jovanotti. Ma di confidenziale non c’è solo il volume: tutta la serata prende una piega amichevole e informale, che permette al rapper di scendere dal palco per cantare e ballare tra la gente. «Sembra una festa in famiglia» afferma un volta tornato sul palcoscenico.

Questo clima sereno e festoso, la calorosa accoglienza in una città lontana, sembra galvanizzare Jovanotti che offre al pubblico un’esibizione sgargiante; a volte sembrano sopresi persino i suoi stessi musicisti che sorridono divertiti alle sue imprevedibili trovate.

Le danze si scatenano fin dai primi brani sui passi di Battiti di ali di farfalla o sui frenetici ritmi jungle di Safari per poi rallentare sui versi romantici di Tutto l’amore che ho, introdotta da alcune parole di Jovanotti che si dice affascinato dalla bellezza di Toronto e dalle diverse storie che hanno permesso alla città di esistere. Quindi, un intro di pianoforte segna l’inizio di una versione reggae di Serenata rap seguita da altri due brani tratti dallo stesso fortunato Lorenzo 1994: Piove e Penso positivo che, dopo un assolo incrociato dei percussionisti, si lascia andare a divagazioni psichedeliche tra synth e basso effettato, pronto a dare il la della successiva (Tanto)³.

Immancabile in un paese anglofono l’ironica (e autoironica) Come Parli L'italiano, in cui affiorano qua e là modulazioni da crooner e tentativi tenorili. La melodia si rende per la prima volta protagonista sulle note di Per te, eseguita in duo piano voce, seguita a ruota da un’imprevista Mi fido di te.

Sempre più scatenato, Jovanotti si lascia andare a passi di danza sugli arrangiamenti flamenco di Bella e si concede un bagno di folla durante l’Omblico del mondo, per concludere lo spettacolo con Muoviti muoviti. Il bis è, su richiesta del pubblico, la bellissima La gente della notte, che il cantautore esegue accompagnandosi con la chitarra, prima di scivolare, nel finale, sul celeberrimo ritornello non-sense di Walk On The Wild Side, trasformato per l’occasione in «To to-ro to-ron to to to to»: a giudicare dalle espressioni e dai commenti divertiti del pubblico, se in Canada conoscessero il significato della parola "tormentone", sarebbe immancabilmente diventato quello dell’estate.

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Stacey Kent - voce
Jim Tomlinson - sax
Graham Harvey – piano
Jeremy Brown – contrabbasso
Matt Skelton – batteria

Col suo carico di gloria, di grammies e di premi Stacey Kent, il personaggio del momento, la prima donna della vocalità jazz, sbarca ad Ascona, tra un concerto all’Olympia di Parigi ed una data al Byrdland di New York.

Costituisce ottimo risultato per il Jazz Cat essersi aggiudicato un tanto prestigioso nome: va detto come in poco più di tre anni di vita ed attività questo club è riuscito ad inserirsi nella ristretta cerchia dei grandi clubs europei , un fatto importante. Alle 20.40, dopo una breve presentazione congiunta da parte di Nicolas Gilliet (direttore artistico del Jazz Cat Club) e Paolo Keller (RSI rete 2/coproduttore della data), il quartetto prende il palco, uno dopo l’altro, (Matt Skelton alla batteria/NdR batterista mancino, Jeremy Brown al contrabbasso, Graham Harvey al piano, Jim Tomlinson ai sax – tenore e soprano) chiamati da Keller, infine la Kent ,ovviamente ultima ad essere chiamata e ad affacciarsi .

Partenza con un brano a tempo medio, con solo al tenore da parte di Tomlinson, seguito subito da una lentissima versione del classico di George & Ira Gerswin They can’t take that away from me; le cantanti indulgono spesso in ballads e brani lenti in genere, questo permette loro di far uscire al meglio le proprie qualità interpretative – il guaio è quando ne abusano…

Passaggio obbligato ad un brano di Jobim, in originale Aguas de marco - ne ricordo una bella versione di Ivano Fossati - che, nell’adattamento francese diventa Les eaux de mars, dal cd Raconte-moi. Tomlinson passa al sax soprano.

Si noti che la bella Stacey canta tutti i brani a memoria e nello stesso modo conosce la scaletta.

E’ il momento di parlare e di presentare, la nostra parla in modo velocissimo del tour mondiale che sta compiendo per presentare l’ultimo cd (live) Dreamer in concert e di come, dal suo punto di vista, le cose stiano andando a meraviglia I’m having the time of my life...; una figura sorridente, sobria, per niente diva, nella sue parole non c’è autocompiacimento o affettazione; poi (ri) presenta la band (con particolare attenzione per Tomlinson, che, oltre che sassofonista, è autore delle musiche di molti brani, produttore, arrangiatore, bandleader e ….. suo marito), non avendo sentito, da dietro il palco, la presentazione iniziale.

E’ la volta di un altro brano da Raconte-moi, cioè Mi amor, una rumba evocativa del clima fine anni ’50, con un’atmosfera da night-club, che personalmente adoro…..il concerto levita, io mi godo il clima, o meglio, il mood.

Il quartetto la serve splendidamente, sembra un vestito fatto su misura da un sarto, lei muove le spalle a tempo, canta e sorride, sospinta dalla musica e da una sua naturale grazia.

Ha un timbro vocale sottile, serico, molto duttile e sicuramente di grande fascino; può ricordare vagamente - fra le cantanti bianche - Astrud Gilberto; non fa uso di improvvisazione scat , ma si aiuta un po’, in certi brani, con la chitarra e col fischio. Una figurina luminosa, divertita e divertente, assolutamente protagonista, ma con un senso della misura che la rende deliziosa.

Il brano finisce e la nostra parla un po’in americano, poi in italiano, scherza col pubblico, sorride ancora ed io inizio a pensare questa donna ha qualcosa di speciale, ma non capisco cosa…; il tutto davanti ad una platea stranamente fredda, finora, dopo gli assolo, zero applausi: il pubblico – si sà - è la parte più imprevedibile di un concerto….. Ancora un paio di brani e ci avviciniamo alla fine del primo set: la Kent si siede ed imbraccia una chitarra classica; breve intro di contrabbasso solo da parte di Brown, intro che risolve nel tema (sempre Jobim) di How insensitive, ancora contrabbasso solo. L’ingresso degli altri musicisti - quintetto se consideriamo la nostra impegnata anche alla chitarra - ci racconta di un gruppo dal grande interplay e dai bei colori. Prima della chiusura del set, col brano Dreamer, la Kent parla del suo amore per la bossa e dell’importanza per lei della scoperta di Jobim e del disco Getz/Gilberto. Inizio secondo set, coerente col primo, la cantante continua a suonare la chitarra, ancora Jobim con Corcovado - forse troppo simile a quella contenuta nel classico LP Getz au go go; seguono un brano di Serge Gainsbourg, dal bell’inizio (voce, basso e rullante) , un originale, una I’ve grown accustomed to HIS face (versione al femminile) ed è la volta del gruppo senza di lei….

Tomlinson prende la parola e presenta lo standard Broadway, già nel repertorio di Count Basie, il quartetto si disimpegna con ottimo swing e sicuro interplay e dopo il solo di sax tenore, arriva un meritato applauso! Stessa sorte viene riservata al solo di piano. Solo di batteria e tema finale. Gruppo coeso ed equilibrato, dalle stupende dinamiche, con una serie di invenzioni e camei gustosissimi, soprattutto nel lavoro con lei. Sugli scudi Tomlinson, con buona inventiva nel fraseggio.

Altri due brani, fra cui una bella versione della bossa So nice di Marcos Valle, con cui lei racconta di aver collaborato ed il piacere avuto dal rapporto di lavoro. Qui Tomlinson passa alla chitarra. Questo segnerebbe la fine del concerto, a parte un breve bis, la chapliniana Smile ed i saluti affettuosi della Kent….Forse con un pubblico un po’ più generoso d’applausi, avremmo avuto un altro bis, o più bis, ma tant’è, non sono mancate quantità e qualità. Ho continuato a domandarmi cosa avesse la donna di così speciale e finalmente dopo lunga riflessione, ecco la risposta; la Kent ha una virtù rara: l’eutrapelia. Non sentitevi ignoranti, è un termine rarissimo, potrei sinteticamente definirlo come la capacità di mettere di buon umore, di far sorridere colui che ti sta davanti – per una donna di palco, per una frontwoman, ovviamente, è una manna.

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Absolutely free

Bowie-Ottolini Trombone, voce, maracas – Trombone, sousaphone)

Luogo:  Santa Maria Gualtieri
Data: 13 aprile 2012

Invenzioni “grafiche” e fuochi d'artificio. Cala il sipario sulla quattordicesima edizione nel vivace clima da happening ricreato sul palco da Joe Bowie e Mauro Ottolini.

La sensibilità blues che alimenta il cuore funk del trombonista di St. Louis si materializza in un ottica jazz aperta, rivelando una personalità composita, memore di una carriera sfaccettata e feconda di collaborazioni. Non meno articolato è l'iter artistico di Ottolini, dal conservatorio di Verona intraprende un viaggio “circense” che dalle radici del jazz lo porta ad incanalare il proprio entusiasmo in territori altri (blues, funk, reggae, rock, canzoni del varietà, contemporanea), ricomponendo queste esperienze in un humus personalissimo e moderno.

Un repertorio basato, nella prima parte, essenzialmente su standard ellingtoniani come l'iniziale Black And Tan Fantasy (dal film omonimo del 1929), introdotta da rumorismi, botti e note stridenti che sfumano nel tema e relativa improvvisazione, in un medley anomalo, che sfocia nel brano di musica contemporanea Ultramarine composto con dei grafici. L'esibizione pirotecnica, figlia di un'attitudine ludica nell'approccio alla pratica musicale, ha visto i due fantasisti confrontarsi sul terreno comune della tradizione afroamericana, l'empatia è tangibile, a fronte di una scaletta approntata in poco tempo.

L'elaborazione delle composizioni di Ellington prosegue con una versione accarezzata di Come Sunday, seguita da una Caravan aperta da Bowie a ritmo di maracas col sostegno del sousaphone di Ottolini, raggiunto dal partner al trombone. Chiude la carrellata East St. Louis Toodle-Oo, adattamento a due dell'originale per orchestra.

Spiritual composto da Josh Haden, figlio di Charlie, e il traditional gospel Just A Closer Walk With Thee, propongono Bowie al canto con una timbrica calda/ruvida e faticose arrampicate in vetta; Funky AECO scritto da Lester Bowie per l'Art Ensemble Of Chicago (The Third Decade), è pura essenza funk, un omaggio celebrativo ad un musicista innovativo dallo spirito free. Ottolini alterna il suono in “pompa magna” del sousaphone, che pulsa vibrazioni basse nelle orecchie dei presenti marcando il tempo, al trombone.

Il vasto campionario di sordine (standard e personalizzate), megafono incluso, amplia la gamma espressiva degli strumenti, in un carnevale di note “distorte”.

Il bis è un'improvvisazione estemporanea dallo stile cabarettistico, in un duello ironico a suon di note, barriti e schermaglie infantili, fino alla scomposizione dei propri strumenti e intonazione corale, col solo bocchino, di When The Saints Go Marchin' In, chiudendo definitivamente lo spettacolo.

Una moderna marching band minimale irriverentemente goliardica.

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