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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Martedì Luglio 16, 2019
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"Can you feel my heartbeat" sussura il predicatore solenne, sporto verso il pubblico, sorretto dalle mani dei fan devoti che premono contro il suo petto. Si sentiva, eccome, quel battito. Si tastava, con le dita, tra le prime file e si percepiva, fisicamente, fino alle ultime, spinte fino alla parete opposta di un Alcatraz sold out. Nick Cave, si sa, è ieratico, domina la folla col solo gesto di una mano e la fa vibrare a suo piacimento. Ma Cave è anche uno della folla, non ha paura di mescolarsi al pubblico, di partecipare ai suoi sussulti, aizzandolo come un condottiero carismatico al grido noise scatenato dai suoi Bad Seeds. E quando il muro sonoro si infrange ecco affiorare il lato più introspettivo di Cave, capace di picchi si estremo lirismo, che seducono con la profondità di una voce suadente.
L'attacco di We No Who U R è già di per sè sconvolgente: il pubblico è in balìa di Cave e pronto ad essere trasportato attraverso Jubilee Street nel vivo di una performance che lascerà il segno. Il crescendo noise arriva al climax sulle note finali del brano, quando la tensione viene sciolta dalle parole del cantante che invita i fotografi a lasciare le loro postazioni con un ironico "Arrivederci fotografi".

Pubblicato in Rock

«Orrendo a vedersi»

Nick Cave - Storia di musica n. 10

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«Ecco, io ti mando il mio messaggero a prepararti la via: c’è una voce che grida nel deserto...»: così s’iniziava il libro. Steso sul suo letto d’albergo l’uomo dall’anima lunga cominciò a leggere. L’aveva appena comprato, quel volumetto smilzo, in una bottega di Soho, rovistando tra gialli, romanzetti erotici, biografie d’atleti. «Solito papista fanatico», aveva sogghignato il libraio, guardando la faccia da patibolo, lo sguardo in allerta, la piega lunatica dei capelli corvini. Non seppe mai d’aver venduto il Vangelo di Marco, versione cattolica con l’imprimatur di Basilius Hume archiepiscopus, al più ostico tra i maledetti del rock. Leggendario per le sue risse sul palco, per i suoi quarant’anni cresciuti ad eroina e alcol, per il patto col diavolo che lo faceva uscire illeso da mortali overdose e bevute da schiantare un santo.

L’uomo, che era Nick Cave, percorse d’un fiato quei sedici capitoli dalla trama fitta, poi ripartì e lesse e rilesse, folgorato come Saulo sulla via per Damasco. E per la prima volta, in quattro lustri macinati, avrebbe detto il suo amatissimo Màrquez, «da angelo condannato al marciume», la bottiglia di whisky, sul comodino, restò intonsa.

La notizia del reprobo redento percorse il mondo ciarliero del rock, e un giornale titolò che Nick Cave, innamorato com’era di Beckett, aveva superato il maestro, e aveva trovato Godot: il suo piccolo dio di speranza, cercato invano nei Profeti e in Dostoevskij, in Dylan e in Artaud, in santo Genet comedien et martyr e in tutte le bibbie della dannazione e del riscatto. Ci fu chi esultò e chi rimpianse il vecchio maudit, chi lo abiurò e chi lo scoprì. Lui rispose con cantici raggianti: «Il tuo volto s’illumina/ c’è un idioma d’amore che sale/ tutta la scienza e la conoscenza e l’arte/ non possono ottenere di più». Il suo gusto per l’eccesso lo trascinò in un parossismo di luce, e dopo aver teorizzato, negli anni, la tragedia della vita ammise: «Per decenni ho tentato d’articolare un senso di perdita che accampava diritti sulla mia esistenza», ma ora Dio è la casa stregata dal desiderio in cui abita la vera canzone d’amore».

Tre settimane di disintossicazione avevano pulito il sangue di Cave, e la sua mente, dai veleni accumulati in vent’anni, e rivoluzionato il corso franoso della sua esistenza. Cominciata in un livido meriggio australiano, era il 22 settembre del ’57, in una clinica di Warracknabeal, trecento chilometri da Melbourne. Bibliotecaria la madre, Dawn, professore il padre, Colin. Da quelle parti era nato Ned Kelly, capo d’una banda di ladri di mandrie, rapinatori di banche e assassini di sbirri. Catturato, s’offrì al boia con un sorriso e una frase. dopo tutto, questa è la vita. La sua storia colpì nel profondo il piccolo Nicholas, come più avanti quella di Joseph Kallinger, serial killer nella cui mente sconvolta lesse «il rigore di un’impeccabile logica», o di Carl Panzram che, processato arrestato dopo venti omicidi, gridò alla giuria: «Io ho fatto il mio dovere, voi fate il vostro».

[...continua dall'homepage] Nick ne dedusse la visione d’un mondo bifronte, dove il bene ha bisogno del male, la luce della tenebra, Gesù, amato come rarità antropologica e profeta d’amore, di Lucifero, il Guevara biblico che aveva seminato nell’alto dei cieli l’azzardo dell’eversione. E lo disse in decine di testi. «Corruttore di giovani anime», «zozzone decrepito che ha costruito sul camuffarsi da cadavere la propria carriera», tuonavano i giornali. Lui rispose denunciando «la Santa Alleanza tra sinistra liberale e conservatorismo puritano», e tappezzando le pareti di casa con stampe religiose e foto porno, «perché il bene ed il male s’illuminano a vicenda». Alla musica arrivò per narcisismo, per sfidare gli dei e per conquistarsi la stima paterna, che non ebbe mai e fu questa la ferita più agra che l’infanzia gli lasciò. La sua voce stonata funestò il coro della cattedrale anglicana, a sedici anni fondò una band, Boys Next Doors, «incapaci totali, come me», a dodici anni era già maestro di ribalderie. Tentò di denudare a strattoni una compagna di classe, e rischiò un processo per stupro, fondò una setta di alcolisti anonimi e insegnò loro a distillare liquori con zucchero e bucce di patata. Accusato di pederastia, si vestì da donna e redarguì a mattonate i suoi detrattori. S’iscrisse a una scuola d’arte, frequentata da gay e ubriaconi, e dipinse torbide tele, dove l’espressionismo tedesco tendeva la mano a Tiziano, ai maestri del Gotico, al Rinascimento. In un club malfamato incontrò Anita Lane, fuggita da casa, espulsa da scuola, convinta che «pensare con la mia testa mi ha resa distruttiva»: perfetta per lui, che l’avvinghiò in un amore cocente, durato dieci anni fra baruffe, tradimenti e passione.

In breve fu noto, a Melbourne, per le zuffe che animavano i suoi concerti, i duelli con i naziskin, i festini dove si ballava con i calzoni calati, ci s’imbottiva di acidi, si sradicavano i lavandini dei cessi al ritmo iroso del punk. Fondò un nuovo gruppo, i Birthday Party, traendo il nome da Dostoevskij, e con loro volò a Londra, in cerca di gloria. Gli andò male. La sua reputazione, il suo aspetto, la mestizia dei suoi abiti gli alienarono i gestori dei locali, in albergo una cameriera lo derubò e fu la fame. Visse d’elemosine, di furti, di bottiglie vuote ripescate nelle pattumiere e rivendute per comprarne altre, piene di sidro. Fece lo spazzino e lo sguattero, rubò biciclette per procurarsi la droga e partite di cioccolata per arginare la fame, in un testo si descrisse «Nick the stripper, orrendo a vedersi», in un altro King Ink, Re Inchiostro, «un insetto che odia il suo putrido guscio».

La rabbia ne fece un poeta: secondo solo a Bob Dylan nel fulgore visionario, nei gorghi di lirismo vorace, vocaboli arcaici, interiezioni brade, conscio con Màrquez che «scrivere bene è il dovere più rivoluzionario d’uno scrittore». Alla fine arrivò un cauto successo: stufi di melassa pop e di mascherate new glamour, i giovani gli accordarono il plauso che la stampa gli negava. Tornato a Melbourne, trovò code di fan fuori dai negozi che vendevano i suoi dischi, e dai locali che lo ospitavano. Ma anche poliziotti: finì in carcere per avere speronato, ubriaco, l’auto d’un commissario, rifugiandosi poi in un bidone d’immondizie, per avere distrutto un pullmino ficcando nel serbatoio un calzino in fiamme, per avere orinato, da un furgone in corsa, sulla moglie d’un ufficiale.

Per il suo secondo album, Prayers on fire, progettò un video da ambientare in una discarica: un festino all’inferno con tossici veri e veri clochard, un vecchio hippy vestito da Cristo, un capestro su cui un Pantagruel manicomiale se ne stava appollaiato, ululando alla luna. E lui, Cave, impiccato a quel capestro. Cominciò il disgelo della critica: parlarono di «disco superbo, sull’onda di Beckett, Jarry, Père Ubu, Capt. Beefheart», di «miscele di paranoia, passione ubriaca, demenziale autoparodia». Lydia Lunch, «divina» del punk, vi lesse «l’esibizionismo dei timidi», e con Nick scrisse una serie di brevi atti unici. In uno di essi una donna, uccisa da malviventi, ascende al cielo. Poi ripiomba giù, e una voce scandisce: «Non permetteremo a nessuno di elevarsi sopra il letame». «Esprimo il mio gusto per il crimine, l’eros ossessivo, la crudeltà, le chimere», chiosò Cave. E poi, quasi citando Carmelo Bene: «Scrivere drammi è offensivo, il teatro è morto e sepolto». Una frenesia d’orrore sembra percorrere Nick: ai concerti lancia invettive in latino, scaglia microfoni in faccia ai fan, frantuma a testate i tamburi, canta con la faccia insanguinata. Ai fonici ingiunge: «Voglio un sound raschiante, brutto, pieno d’acuti. Qualcosa d’intensamente orrendo». In camerino si buca e lascia sui muri cuori disegnati col suo sangue.

Nell’83 scioglie i Birthday Party e abbandona Anita, dedicandole Cabin fever: Lui è Achab, lei l’inerme Balena «che cerca di divincolarsi tra un teschio e un pugnale». «Sono un misogino - spiega Cave - le mie opere nascono da una totale, egoistica autoindulgenza». L’anno dopo forma i Bad Seems, i Semi del Male, rubandone il nome dal Libro dei salmi. Ma l’eroina e l’alcol cominciano a fiaccarne gli estri: si ricovera, si disintossica, riconosce che «finora tutto era filtrato dal disgusto che provavo per me stesso». Salvato sul ciglio dell’abisso si trasferisce in Brasile, in cerca del suo nuovo mattino: «Mi giunse una voce così luminosa che mi coprii gli occhi», canta in New Morning.

A Sâo Paulo conosce Viviane Carneiro, disegnatrice di moda: è l’amore. E la paternità: nel 1991, il piccolo Luke viene al mondo in un mattino raggiante. La bruttezza del padre lo lascia indenne, Cave identifica in quella vita novella la propria rinascita, s’annulla in bamboleggiamenti da vecchio neonato. Ma la felicità rende più insostenibili gli orrori di cui è testimone: le favelas miserande, gli squadroni della morte, i bambini intossicati nell’anima dal baliatico della strada. Decide d’andarsene. Con Viviane pensano all’America, «ma - oppone Nick - è troppo malata di violenza , di sentimentalismo senza sentimento». Meglio Londra: quel torpore di nebbia, quel cielo muschiato di nubi proteggeranno la quiete del naufrago riemerso alla vita. Li accoglie una villa di Kensington nascosta nel verde. Finché, in un negozietto di Soho, Nick Cave trova un libro.

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