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Venerdì, 12 Aprile 2013 07:10

The Phantom of the Opera, quintessenza del West End

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Diciamo le cose come stanno: la Gioconda non è certo il migliore dei pezzi esposti al Louvre. Ha una storia interessante, cela enigmi irrisolvibili, ma nello stesso edificio credo si possa trovare di meglio. Eppure in nessun’altra sala del museo, davanti a nessun’altra opera c'è la stessa ressa, lo stesso numero di turisti (con nutritissima rappresentanza di giapponesi) che sgomitano per farsi fotografare davanti a un quadro che hanno già visto milioni di volte stampato su libri e giornali. Perché?

Di certo perché nonostante tutto la Gioconda non è una crosta, ma più del talento di Leonardo ha fatto la moda.

 

A questo punto vi starete chiedendo che cosa c’entri tutto ciò con il Fantasma dell’Opera. Bene, provate a immaginare che cosa possa avere pensato quando, arrivato al teatro Her Majesty, a due passi da Piccadilly Circus, ho trovato interi pullman che scaricavano orde di giapponesi, che andavano ad aggiungersi alla già corposa massa di altri turisti di nazionalità varia, tutti pronti ad accalcarsi sugli spalti. Ho avuto il timore che anche il successo di questo spettacolo, nonostante la paternità di un genio come Andrew Lloyd Webber, fosse in gran parte dovuto alla pubblicità delle agenzie turistiche. Per fortuna non è così.

 

Di certo quando un evento artistico diventa fenomeno di massa bisogna mettere in conto di dovere convivere per un paio d’ore con persone poco avvezze alle sale, che si sporgeranno di continuo dal seggiolino ostruendoti la visuale, che tenteranno di fare foto e video nonostante i richiami delle maschere, e che proprio non possono aspettare la fine prima di dire la loro. Poco male, non sono riusciti a rovinarmi lo spettacolo.

 

Per un pubblico non del tutto preparato però c’era un cast di qualità sopraffina. So che può sembrare assurdo che l’introduzione duri più della recensione vera e propria, ma che cosa si può dire di un’opera così conosciuta? Per la trama completa rivolgetevi pure a Wikipedia, io non posso far altro che constatare per quale motivo il Fantasma dell’Opera sia il musical più rappresentato di tutti i tempi.

 

L’intreccio è avvincente, le arie, concedetemi il gioco di parole, di difficoltà davvero operistica. Per intenderci, per interpretare questi ruoli non basta un attore reinventato o un cantante della domenica (vedere Loserville per capire). Le melodie a tratti fanno il verso ai classici dell'Opera, vere e proprie citazioni, a tratti subiscono influenze rock. Perfino troppo, considerato che il riff del tema d'apertura è pressoché identico a Echoes dei Pink Floyd, e solo la magnanimità di Roger Waters ha evitato a Lloyd Webber di doversi difendere dall'accusa di plagio. Tra i protagonisti merita di essere citata anche la scenografia. E' strabiliante vedere come un palco possa contenere in se così tanti mondi, e come in pochi secondi le quinte di un teatro parigino di fine Ottocento possano trasformarsi in una palude sotterranea. Il senso dell'udito, rapito dai virtuosismi canori degli attori lotta con quello della vista, estasiato dalla ricchezza delle ambientazioni. Il tutto per dare vita a una storia che incuriosisce e commuove. Il tema di fondo non è poi così originale, si tratta del solito soggetto escluso dai suoi simili e costretto a vivere ai margini perché 'diverso', per un motivo o per un altro. Ma forse proprio perché la vicenda è archetipica un po' tutti possono riconoscersi nel Fantasma e versare una lacrima quando anche i rappresentanti del mondo 'normale' si accorgono che a volte persino dietro un volto sfregiato può nascondersi la bellezza, e che la maschera delle imposizioni sociali non è che un ostacolo in più verso la verità.

 

Tornando al lato squisitamente tecnico posso affermare che The Phantom of the Opera è davvero la quintessenza del West End: maestoso, monumentale, perfetto in ogni sua sfaccettatura (a eccezione del pubblico), e che è del tutto normale che chiunque voglia provare questa esperienza parta proprio da qui.

 

Non prendetevela se non mi sono soffermato sulla qualità musicale di quest'opera, ma quella è una scoperta che potrete fare da soli e che con ogni probabilità non vi deluderà, io mi limito a dirvi che ne vale davvero la pena. Per quanto assicurarsi un buon posto sia difficile e dispendioso, se amate i musical non vedere The Phantom of the Opera è come definirsi appassionati di jazz e non avere mai ascoltato Kind of Blue, e vi garantisco che anche quella sensazione sgradevole di portafogli alleggerito sarà più tollerabile quando il sipario si sarà abbassato e il Fantasma sarà svanito.

 

Informazioni aggiuntive

Letto 2732 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Aprile 2013 07:54
Marco Signorelli

Marco Signorelli nasce alla periferia di Milano una domenica del 1981. Dopo un'infanzia musicale più che comune è colpito da una folgorazione punk-grunge in età adolescenziale, la rivoluzione culturale che cambia per sembre il suo modo di intendere le sette note. Le porte della percezione sono ormai aperte e la vita diventa una scoperta continua: amori, infatuazioni, delusioni e passioni che consumano l'anima. Dai Nirvana ai Pink Floyd, dai Doors ai Beatles, dai Queen ai Led Zeppelin. Tutto ciò che è stato rilevante nella storia della musica lo è anche per Marco, con una menzione d'onore per il quartetto di Liverpool e i gruppi progressive anni 70. Nel frattempo, tra un cd dei Dire Straits e una strimpellata, studia, si laurea, e diventa giornalista professionista.
Ama le performance dal vivo, la spontaneità artistica e il vinile.

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