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Venerdì, 28 Dicembre 2012 01:19

Five for apple live @ Il Melo

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Five for apple live @ Il Melo Five for apple live @ Il Melo Alvaro Belloni

A volte, assistendo a certi concerti, ho l’idea di trovarmi davanti alla perfezione, sebbene sia opinione comune che tale stato non appartenga a questo mondo. Così andavo ragionando la sera del 18 Dicembre u.s., circa le doti rare dispiegate dai musicisti nel locale e tante altre virtù e felici risultati che hanno fatto di quel concerto un evento memorabile.

Cominciamo dai musicisti: graditissima sorpresa al pianoforte Rossano Sportello, ormai newyorkese da qualche anno, ma per fortuna dei jazzofili italiani, pronto a rimpatriare almeno una volta l’anno: talmente bravo da essere a proprio agio anche sugli spartiti più ostici, così colto e versatile da frequentare con naturalezza l’intera storia del piano jazz, dallo stride piano fino ai giorni nostri, per non parlare del suo bagaglio di pianoforte classico. Alfredo Ferrario – un nome, una garanzia – il clarinetto sembra non avere più segreti per lui e quanto allo swing, (se ancora non lo conoscete) ascoltate per credere.

Aldo Zunino al contrabbasso: di lui mi limito a dire che grandissimi jazzisti americani in tournee nel patrio suolo (e dico Scott Hamilton e Curtis Fuller, i primi due che mi vengono in mente) insistono per averlo in organico, qualcosa significherà…

Fabrizio Cattaneo alla tromba, al pari di Zunino è personaggio centrale del mitico Louisiana club (di Genova), unanimemente ritenuto il miglior specialista (o uno dei migliori) del suo strumento per i generi precedenti lo swing e me lo ricordo proprio in questo club con un bel tributo a Louis Armstrong.

Infine Massimo Caracca alla batteria: vorrei spezzare una lancia a favore di questo musicista schivo e sobrio, capace di un lavoro straordinario anche nei generi di jazz più tradizionale, magnifico nel gioco dei tamburi (timpano compreso) durante i soli. L’approccio stilistico di questo batterista della zona del comasco mi porge il destro per una riflessione di più ampio respiro.

Una volta per tutte: per un musicista, il solo fatto di non avere uno stile appariscente non significa necessariamente mancare di qualità; se così fosse, Paul Desmond sarebbe stato un altoista mediocre e Freddie Green un chitarrista inutile, il che è definitivamente assurdo e inaccettabile. Molte volte, in musica, il lavorare di sottrazione o l’aver conseguito una propria sintesi strumentale è sinonimo di saggezza e solidità.

Per la cronaca, ricordo che Sportiello e Caracca furono parte (con Carlo Bagnoli e Tomelleri) del seminale gruppo “Bechet project”, il cui cd venne registrato proprio al Melo. Quindi, vista la lunga amicizia tra Ferrario e Sportiello, e quanto tutti e cinque – in un contesto o in una altro – avevano già suonato insieme, la sera ha assunto il sapore di una rimpatriata e dal palco trapelava costante la gioia dei nostri di fare musica insieme ed il mutuo, reciproco, divertimento. In un club pieno come un uovo, il primo set è cominciato con un blues interrotto da un improvviso boato ( per il rientro/feedback di un radio-microfono) – il che certo non riguarda la perfezione -, che ha suggerito al pianista di fare le presentazioni “unplugged”; si sono succedute belle versioni di classici come “Black & blue” di Fats Waller o “Struttin’ with some barbecue”, con solo di batteria o la bella interpretazione a duo (per piano e tromba) di “It’s wonderful”, dedicata alla memoria del trombonista Lucio Capobianco (altro famoso esponente del Louisiana jazz club), appena scomparso.

E poi ancora Rosetta (di Earl Hines) e Prisoner of love, che io ricordavo in una interpretazione di Lena Horne.

Il secondo set ha registrato un pubblico più partecipe e caldo ed ancora numeri di classe in brani come “Royal Garden Blues” od “In a mellow tone”; ricordo poi un lungo brano concluso a trio (piano/contra/batteria), aperto da una suggestiva intro di piano solo, “Lucky to be me” di Leonard Bernstein, che ha lasciato spazio ad una pagina di piano classico, sfociata (con l’ingresso della sezione ritmica) nella celeberrima “Lullaby of Birdland”, davvero preziosi momenti …

Altre volte mi ricordo di aver visto e sentito il newyorkese adottivo trasformare con successo pagine di Chopin in stile stride, il pianista non è nuovo a queste avventure, che fanno sempre piacere. Ancora il quintetto per la natalizia “Winter wonderland” e la ellingtoniana “Mood indigo” a chiudere le danze (almeno per ciò che riguarda i due set regolamentari).

Bis con Perdido ed infine That’s a plenty (esempio di Dixieland, musica che – come ricorda Sportiello – non è affatto scontata e/o armonicamente banale).

Che altro dire? Ho ritrovato con grande piacere la capacità di presentare i brani da parte di Sportiello (che è un’arte sottile, a cui pochi sembrano avere accesso), ma potrei anche parlare delle magnifiche dinamiche al pianoforte da parte di uno dei suoi più bravi esponenti, delle invenzioni a getto continuo di Mr. Ferrario, della cavata straordinaria del contrabbasso, sempre solidissimo e molto, molto musicale. Magari potrei fare un cenno all’impiego sapiente della tromba (con effetti come wha-wha e glissati) o di un batterista di impostazione classica, dal drive autorevole, ma preferisco uscire di scena con un mio personale “grazie a tutti e buone feste” - a musicisti, direttore artistico e staff del Melo - e “lucky to be me” (fortunato ad essere io)… in quel posto, quella sera.

Informazioni aggiuntive

  • Artista: Five for apple live
  • Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
  • Data: Martedì, 18 Dicembre 2012
Letto 20607 volte Ultima modifica il Martedì, 29 Gennaio 2013 21:51

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