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ReviewSettima prova da studio di Mercury e soci, Jazz vede la luce a un anno di distanza da News of the world, e ribadisce la scelta del gruppo di variegare il proprio stile, nell’ ambito di una ricerca sonora che si spinge ancora più in là che nel disco precedente. Sfortunatamente si tratterà uno sforzo tanto nobile quanto poco apprezzato dalla critica. Critica magari impreparata di fronte allo svilupparsi della vena decadente di Taylor, in Fun it e ancora di più nella brillante More of that Jazz, forse la traccia più significativa dell’intero lavoro, che offre anche un nuovo saggio delle qualità interpretative del batterista, nonché spunti accostabili al grunge di dieci anni più tardi. Discorso analogo per il divertissement di Mustapha, che il suo autore, Mercury, piazza all’ inizio dell’album; una sorta di vocal/progressive che vede alternarsi inglese, arabo e terminologie senza senso, sormontato da grintose digressioni hard’n’heavy. Oppure per la grigia e lamentevole Leaving home ain’t easy, che si dipana in un middle eight ipnotico ed etereo, memore forse dell’antica She makes me, con risultati invero gradevoli. Tutti i brani citati sfruttano strutture armoniche complesse e sequenze d’accordi spesso inusuali, in poche parole vige l’ anticommercialità. Purtuttavia, le canzoni più apprezzate risulteranno, viceversa, quelle più distintamente articolate secondo canoni risaputi e rassicuranti. Prima tra tutte Il classico “rock 100%” di Don’t stop me now, maggior hit tratta da Jazz e affascinante numero on stage, che costituisce l’ideale prosecuzione di We are the champions, per la componente spiccatamente auto celebrativa, tipica del leader, e s’ avvale d’un incisiva, trascinante parte di piano. E poi il nuovo esercizio blues-swing di Brian May, la old-fashioned Dreamer’s ball, dedicata a Elvis, per non parlare del sofferente canto d’amore di Freddie in Jealousy. John Deacon conferma la sua tradizione di autore gentile, inaugurata da You’re my best friend, che combinata con il suo spiccato senso per la melodia semplice e sommessa, porta al “summer affair” di In only seven days. L’altra faccia del bassista è l’hard rock di If you can’t beat them, che trae ispirazione dal giro tricorde più celebrato della storia (per intenderci quello di Baba O’Riley) e sfocia poi in un bel refrain corale (e che dunque racchiudeva le voci di tutti i soci della band meno che dell’autore del pezzo). A proposito di rock, altro punto di forza di quest’opera è rappresentata dal wall of sound del singolo Bycicle race/Fat bottomed girls, abbinamento di potenza e goliardia (manco a dirlo, i musicisti saranno accusati di “scarso impegno” nei testi, come se le parole di certi brani rock dovessero costituire dei compendi di filosofia). E ancora l’arroganza di Let me entertain you, ennesima traccia veloce ad opera di un Mercury particolarmente su di giri che qui si rivolge direttamente alla sua audience, e cesella una nuova, coinvolgente opener per le esibizioni dal vivo. Infine Dead on time, di Brian che esprime uno dei riff più veloci ed aggressivi mai usciti dalla penna del riccioluto chitarrista, abbastanza singolare il fatto che un numero del genere non sia praticamente mai stata eseguito sul palco. Sono le espressioni di questa seconda categoria, quelle più “usuali”, a riscuotere maggior gradimento, e ciò ostruirà ai Queen le vie della sperimentazione, che in pratica si chiude con questo lavoro. Il che è un peccato, perché la brillantezza di Jazz è proprio data dall’incontro della ricerca con il classico, dalla combinazione quasi paritaria di materiali tradizionali e spinte innovative. A partire dal prossimo prodotto da studio (The Game, 1980, tra l‘altro il primo “with syhnthezisers“), ogni album del complesso vedrà sempre una tendenza stilistica ben demarcata prevalere rispetto ad altre, in quel caso il pop-rock. Sarà una coincidenza, ma The Game riconquisterà la prima posizione delle charts dopo quattro anni. |
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